David Foster Wallace si è impiccato a 46 anni, a casa sua. Scrittore, americano, da molti considerato uno dei maestri del postmoderno e punto di riferimento letterario grazie al suo romanzo Infinite Jest.
Non so cosa mi induca a scrivere di lui, se non il fatto che il suicidio è sempre un atto imperscrutabile.
Ho letto due suoi libri, ma non Infinite Jest, e a questo punto non credo che correrò a leggerlo come molti faranno solo perché è morto. Mi sembrerebbe una grave mancanza di rispetto verso l'autore. Non ho letto Infinite Jest quando uscì perché semplicemente non mi interessava. Sfogliandolo non mi è sembrato che potesse aggiungere qualcosa alle mie letture e più in generale, per me, l'ultimo punto di riferimento della letteratura americana era un altro, tutto il resto era già retroguardia in un paese che culturalmente non ha altro da dirci, per il momento. I due libri di Wallace che lessi, prima e dopo Infinite Jest per motivi diversi, confermavano le mie impressioni e non lasciarono segni particolari.
Con Wallace (e con l'arzillo John Barth, altro maestro fondatore), per sentito dire, condividevo forse solo l'idea di non sapere assolutamente cosa significasse postmoderno, definizione sterile che dovrebbe indicare libri che affrontano in maniera ampia, frammentaria, documentata e divagante lo scibile umano, con uno stile discorsivo e al contempo puntuale, quasi ossessivo. O non so che altro, e non mi interessa saperlo.
La cosa che stamane mi sono chiesto riguardo questo suicidio è stata abbastanza banale. Immediatamente, sapendo che Wallace era stato giocatore di tennis e amava questo sport tanto da scriverne una saggio paradigmatico, mi sono chiesto se, essendosi impiccato in un paese dove di solito tutti si sparano in faccia ogni giorno con più semplicità, mi sono chiesto appunto se per caso si fosse impiccato ad una corda perché era la corda di una racchetta da tennis. Ovviamente poi ho pensato che l'operazione sarebbe stata complessa, e le corde avrebbero dovuto essere più d'una. Ma ho anche pensato che uno come lui avrebbe potuto farlo con tutta tranquillità. Poi mi è subentrata solo una grande tristezza e non ho più pensato alla storia della corda.
Ho rivisto la sua faccia quasi sempre sorridente sorridermi dalle varie foto sui giornali viste negli anni, sempre con una bandana in testa, tranne nella foto del giornale di oggi. Potevano lasciargli la sua bandana nella foto di oggi. O la bandana non è indicata per la foto di uno che si è impiccato?
Insomma, forse sono un po' pensieroso solo perché, essendo io abbastanza giovane, è il primo scrittore che mi si uccide nella vita, o perlomeno il primo di cui io abbia una reale percezione. Forse solo il più famoso.
In realtà, anche se non ho voglia di scriverlo qui, ho la presunzione di sapere bene perché David Foster Wallace si è suicidato, e questo mi fa provare per lui un rispetto quasi smisurato senza impedirmi di provare dolore per la morte di un uomo, di provare dolore anche per chi gli era accanto e lo amava e gli voleva bene. Di provare dolore comunque, quasi fosse uno che conoscevo.
Quindi, vi prego, aspettate almeno che il dolore per una morte si dissolva nel tempo prima di correre a comprare i suoi libri e leggere il racconto La morte non è la fine. Rispettate l'uomo che è morto. I suoi libri resteranno vivi e avrete tutto il tempo di leggerli negli anni.
David Foster Wallace è morto, si è impiccato ad una corda.
Riposi in pace.