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Ci sono piccole storie che vanno raccontate. Ve lo chiedono quasi di essere raccontate. Questa è una di quelle. State a sentire!
Don Ciccio Crinò era un uomo di poche parole. Più che altro non voleva sprecarle le parole. Gli pareva peccato. Forse erano le lunghe giornate solitarie a dorso di mulo per le campagne, a controllare le terre… che non erano le sue ma era come se lo fossero.. Un campiere tutto d’un pezzo, serio, onesto come pochi. Negli assolati meriggi si faceva fatica a parlare anche con i lavoranti. Poche parole e pesate. Non c’era l’abitudine, ecco…
Don Ciccio lavorava sei giorni la settimana, ma tutte le sante domeniche mattine si faceva il bagno, indossava il suo unico vestito, di velluto nero, un po’ liso ma sempre pulito e ben stirato, inforcava la sua vecchia Bianchi e pedalava fino al paese. Andava dritto di filato da Peppino il barbiere e si sedeva comodo per farsi fare barba e capelli (una spuntata sul collo, in genere). Parlavano poco don Ciccio e il suo barbiere, soprattutto del tempo e del raccolto ma avevano una certa complicità… Poi successe che Peppino si ammalò e don Ciccio dovette cambiare barbiere.
In paese ce n’erano altri due. Uno era anche parrucchiere per signora e don Ciccio lo scartò. Andò dall’altro. Salone elegante. Don Ciccio appoggiò la bici ed entrò. Era un cliente nuovo e si girarono tutti. Don Ciccio disse un secco “buongiorno!” al quale rispose solo il barbiere, poi si sedette. Ogni tanto, mentre volteggiava intorno alla testa del cliente di turno, il barbiere gli lanciava occhiate indagatrici e scettiche.
Giunto il suo turno, don Ciccio si levò la giacca, l’appese all’attaccapanni, si sedette e declamò: “Barba e capelli!” Il barbiere, soppesando il vecchio con occhio “esperto” e sforzandosi di cercare tra le sue scarse corde il tono giusto, chiese a don Ciccio: “Maestro, ma voi lo sapete quanto costano in questo salone barba e capelli??!”
Don Ciccio se lo guardò per dieci secondi buoni, tanto che l’altro ebbe per un attimo l’impressione che non avesse compreso. Poi il vecchio campiere domandò: “No, perché quanto viene?!” E il barbiere, accompagnando la risposta con la minaccia di indice e medio svettanti,: “Duecento!” Al che don Ciccio, impassibile, replicò: “Tagliate, tagliate!”
Il barbiere, visibilmente non troppo convinto, iniziò a insaponare. Don Ciccio per tutta la durata del servizio, un’ora abbondante, non proferì parola. Dato l’ultimo colpo di forbice, il barbiere spostò il busto leggermente all’indietro e chiamò: “Garçon!” Il ragazzo di bottega, un bimbetto sveglio assai, che stava lavando i pennelli, si asciugò velocemente le mani, prese la spazzola, spazzolò accuratamente il collo e le orecchie di don Ciccio, gli levò la mantellina e continuò a spazzolargli il vestito sin quando non ebbe l’impressione che l’ultimo capello fosse stato eliminato.
A questo punto don Ciccio si avvicinò all’attaccapanni, prese la coppola e la calzò. Poi infilò la mano nella tasca di dietro del pantalone e ne estrasse un portafogli gonfio di banconote (appena sabato aveva incassato per le arance). Sfilò una banconota da mille, l’allungò al barbiere e disse asciutto: “Tenete! Duecento sono per barba e capelli e ottocento “sùnnu p’ù picciòttu!” (totò mendolia)
10:37 AM
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