UN ARTICOLO DALLA RIVISTA "ARTI TERAPIE" (nov.-dic. 2006)
TEATRO, DISABILITA' ED ESTETICA.
"Dal mio quarto piano sull'infinito, nella plausibile intimità
della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull'inizio
delle stelle, i miei sogni si muovono con l'accordo di un
ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi e paesi ignoti, o
ipotetici, o semplicemente impossibili."
Fernando Pessoa
Vorrei prendere spunto, per le semplici riflessioni che seguiranno, da un'esperienza che mi coinvolge da alcuni anni. Dal 2001 conduco un laboratorio teatrale per persone disabili promosso dal Municipio Roma Tre e realizzato dalla cooperativa Oltre. Al laboratorio partecipano mediamente una decina di utenti e da due a cinque operatori: tutti i partecipanti, me compreso, sono sempre coinvolti negli spettacoli in tutte le fasi, dalla creazione alla rappresentazione.
Proprio su questa distanza, sul percorso creativo che va dalla nascita dell'idea-azione teatrale alla sua fissazione-rappresentazione per il pubblico, vorrei fermare l'attenzione. C'è un legame tra il processo che avviene nel laboratorio e il senso estetico della performance che ne scaturisce? Perché spesso gli spettacoli con persone con disagio non hanno una valida collocazione estetica?
In merito alle difficoltà poste da queste domande vorrei citare un passo del prof. Giorgio Concato (Docente di Psicologia Dinamica all'Università di Firenze), che illustra due possibili condizioni di non equilibrio; dove la terapia annulla il teatro e dove il teatro inficia l'intervento terapeutico: "Nel primo caso, dunque, si assiste a spettacoli volti a suscitare nel pubblico la commozione per l'insospettata abilità dei disabili a mostrarsi "normali", a dimostrare, nell'ambito della finzione, quelle competenze e quelle attitudini la cui mancanza, nella vita concreta, li contrassegna e li separa dai soggetti normodotati: spettacoli del tipo "saggio di fine anno", per un pubblico di curiosi, parenti, operatori, volontari e persone sensibili, disposti ad apprezzare lo sforzo dei disabili di superare il loro handicap e la capacità dei registi-terapeuti di accompagnarli verso la riacquisizione di una normale funzionalità espressivo-motoria. Qui la terapia oscura l'arte, fino a trasformarla in semplice pretesto.
Nel secondo caso, invece, all'insegna di un'obsoleta apologetica della valenza decostruttiva della deformità, il "diverso" rischia di apparire sulla scena, inconsapevole del suo ruolo di spettacolare alterità, solo come emblema e segno di un discorso critico-estetico sulle rimozioni e le esclusioni operate dalla vigente cultura della normalità.".
Partendo da queste considerazioni vorrei scrivere del ruolo del conduttore, così come lo vivo nella mia esperienza. Nel lavoro mi sento in balìa delle sensazioni, del sentire (parole che sono alla radice del termine estetica), navigo con il gruppo e attiro a me i loro messaggi consapevoli o meno; sono pienamente coinvolto delle loro possibilità (soprattutto delle più elementari ed istintive), dai loro ritmi, dai loro limiti, dalla loro quotidianità, dai loro movimenti e dalle loro ansie. Questo materiale si mescola alle mie sensazioni (la mia "estetica") e a quello degli operatori, poi riaffiora bisognoso di un contesto, chiede di essere ricollocato dal sogno al palcoscenico sotto forma di suoni, oggetti, forme, azioni. Non è importante (anche se a volte è necessario) dare una "spiegazione razionale" all'azione teatrale; l'importante è che sia voluta, necessaria e riproducibile, senza che si perda la voglia di continuare a reinventarla, diversa ed uguale, come si reinventa, parallelamente, la relazione tra gli attori. Mi piace, una volta iniziato il percorso laboratoriale, restare in una temporanea sospensione attendendo e cercando lo stimolo, spesso una musica o un oggetto che, una volta fissato nell'azione scenica, crei uno spazio-tempo dove l'attore-utente possa "rappresentarsi" in un luogo protetto e modificabile. Mi piace aspettare che le immagini "cadano dall'alto"; poi le accolgo e le accompagno nel mio immaginario con la concretezza di ciò che gli utenti sono, in tutte (o alcune) loro subidentità. L'immaginazione tiene stretto a sé il reale e lo rielabora modificandone i contorni e permettendo all'attore di non dover assumere un'identità imposta, rigida, che non farebbe altro che privarlo dell'esperienza di esprimersi ed apparire sé ed altro da sé. 
Non credo sia facile mantenere l'equilibrio metodologico ed umano che consenta di non sbilanciarsi verso gli opposti citati dal prof. Concato, ma penso che sia auspicabile cercarlo, sentirlo e modularlo all'interno dell'esplorazione della relazione tra il conduttore e il gruppo. Un processo laboratoriale condotto con consapevolezza può portare dolcemente, fluidamente e con naturalezza, gli attori verso il sentire, quindi nel pieno di un'esperienza che si possa definire estetica. Perciò a mio avviso l'estetica del teatro in contesti di disagio (e forse anche del teatro in altri contesti) non è un punto di arrivo da raggiungere con immediatezza, ma la conseguenza di un processo creativo sentito.
Davide Marzattinocci
*************************
Estratto dalla mia relazione in occasione del
V Convegno Annuale sulle Arti Terapie
LA CORPOREITA' DELLA MENTE:
senso creativo e comunicazione di senso
nella relazione d'aiuto
Auditorium del Conservatorio di Musica "Tito Schipa"
Via V. Ciardo, 2 - Lecce
20, 21 e 22 Dicembre 2007
---
Il teatro come strumento trasformativo: modalità d'intervento individuali e di gruppo in un laboratorio teatrale integrato con persone disabili.
di Davide Marzattinocci
Le riflessioni a seguire vogliono essere non solo una descrizione operativa di intervento in un laboratorio teatrale integrato con persone disabili, ma anche e soprattutto, un punto di riflessione sulle potenzialità e le difficoltà che la drammateatroterapia in sé porta nella sua forma applicativa.
Il laboratorio è promosso dalla cooperativa Spes Contra Spem e si svolge a Roma nel IV Municipio.
Coinvolge cinque persone con disabilità che vivono nelle case famiglia gestite dalla cooperativa, tre operatori, due attrici e il sottoscritto in quanto conduttore, regista e attore. Il progetto prevede riunioni mensili con tutto il gruppo operatori nelle quali viene impostato un percorso gruppale ed individuale su ciascun utente, percorso poi applicato attraverso l'arte teatrale e gli strumenti della drammateatroterapia.
L'intervento all'interno del laboratorio parte dal gruppo per spostarsi al singolo all'interno del gruppo, per tornare al gruppo stesso. E' possibile identificare tre fasi che corrispondono a tre parti del lavoro.
Il primo passo consiste nell'entrare in contatto con il gruppo, così ogni singolo incontro prevede inizialmente giochi ed esperienze collettive non prettamente teatrali ed interpretative, ma fondate sul contatto, sul ritmo, sul movimento e sulle intersezioni (comunque inevitabili) tra queste tre componenti. Anche dopo mesi di laboratorio in questo modo mi è possibile percepire il gruppo e le sue dinamiche in quel momento. In più la riunione fornisce elementi relativi alla quotidianità degli utenti, materiale anch'esso prezioso per lavorare nel laboratorio.
Il secondo passo entra in merito nelle improvvisazioni. In questo caso l'attenzione si sposta nuovamente al singolo. L'improvvisazione è in primo luogo uno strumento di osservazione sulle modalità espressive dell'utente e sul suo qui e ora. In secondo luogo consente di lavorare su ognuno in modo specifico, stimolando elementi creativi (a volte anche critici) che rientrano nel percorso pedagogico. Tutto ciò avviene in modo sotteso; il materiale emotivo messo in gioco prende la necessaria distanza estetica, grazie al come se del teatro. Ciò non toglie che tutto ciò non porti verso nodi critici, ma fa parte del lavoro prendersi carico e accettare, da parte del conduttore e del gruppo, tale possibilità. E' necessario poi considerare anche chi osserva come parte del processo, perciò il lavoro pedagogico dovrà tener conto anche dello stato emotivo di chi, pur assistendo, non è assolutamente in condizione di passività.
Il terzo passo ritorna al gruppo, ricomponendo i frammenti costituiti dalle improvvisazioni in forma di spettacolo. La performance è così una rappresentazione del lavoro del gruppo e dei singoli nel gruppo, che esprime ciò attraverso il linguaggio teatrale. In questa fase vi è un intervento più deciso del conduttore, che pur non modificando il sentire del singolo e senza restringere la sua libertà creativa, porta il tutto in una forma più organica. Credo che la cosa più difficile ma più auspicabile sia riuscire a pensare che il valore estetico di uno spettacolo possa essere inevitabilmente legato al suo valore terapeutico. Insomma, un processo terapeutico sentito, costruttivo, porta il processo laboratoriale più o meno fluidamente verso il raggiungimento di un valore estetico.
*************************
ESTRATTO DA UN ARTICOLO DELLA RIVISTA -ARTI TERAPIE-1
Laboratori in S.P.D.C.
L'esperienza del muro.
L'esperienza del muro nasce come micro progetto all'interno del laboratorio di espressività corporea integrata che si svolge nel reparto Psichiatrico Diagnosi e Cura (S.P.D.C.) dell'ospedale S. Giovanni Addolorata di Roma il cui responsabile è il Dott. Walter Gallotta.
L'idea è nata un giorno mentre percorrevamo l'androne che precede l'entrata nel reparto. In questo spazio diverso tempo fa è stato eretto un muro di cartongesso che aveva la funzione di separare l'ambiente antecedente l'S.P.D. C, in cui i pazienti passano del tempo, anche solo per fumare o "prendere aria" e l'ambiente deputato alle visite mediche dell'ospedale e al pagamento dei ticket.
La sensazione che avevamo percorrendo il corridoio era quella di sfiorare, ogni volta, non solo un muro, ma un muro esteticamente brutto, qualcosa messa lì "alla buono e meglio" ma con una precisa funzione: una vera e propria barriera architettonica.
Ci siamo allora dette che sarebbe stato interessante "spostare" il lavoro che svolgevamo con i pazienti all'interno del reparto, lì fuori, sul muro. Il pretesto era quello di renderlo meno squallido e più gradevole alla vista, ma contemporaneamente si lavorava sul processo trasformativo del singolo paziente e del gruppo.
Ci piaceva che il tema della malattia mentale intesa come qualcosa da ghettizzare, isolare, nascondere magari proprio attraverso un muro, fosse il filo conduttore del nostro lavoro e potessimo così inventarci, insieme ai pazienti, un modo nuovo per affrontarla e trattarla utilizzando i linguaggi artistici.
Il micro progetto è iniziato con l' approvazione del primario e con l'adesione ,alla nostra proposta di collaborazione, degli altri due laboratori attivi nel reparto, quello di musicoterapia e quello di scrittura collettiva. Ognuno di noi ha mantenuto la piena autonomia all'interno del proprio laboratorio ma abbiamo condiviso, sin dall'inizio, il progetto terapeutico e la sua organizzazione generale.
Laboratorio di espressività corporea (Dott.ssa Elena La Puca, dott.ssa Francesca Barbieri).
Per quanto riguarda il nostro laboratorio, il lavoro iniziava spesso all'interno del reparto con esperienze psico-fisiologiche o altre esperienze a base corporea per poi, in qualche modo, "transitare" fuori dal reparto e trovare uno spazio di memoria sulla superficie del muro. Parte importante e strutturante del lavoro, è stata la gestione dello "spazio interno", inteso come mondo interiore , e dello "spazio esterno" come luogo fisico di proiezione dei propri vissuti, da condividere con gli altri e di cui avere rispetto.
La proposta era quella di integrarsi agli altri attraverso i propri lavori, di sfiorarsi a volte, molto spesso incontrarsi ma mai sovrapporsi, mai cancellare e quindi mai nascondere.
Molto interessante è stato accorgersi di come le esperienze corporee e i giochi espressivi compiuti all'interno del "setting reparto" trovassero,poi, un altro modo per essere raccontati fuori e quindi rivissuti dai singoli pazienti attraverso altre forme espressive come il colore, l'impronta, il disegno, il racconto e la composizione attraverso materiali diversi (lana, ritagli di giornale, carta).
Ad un certo punto del lavoro è stato evidente ai nostri occhi come il muro, da ostacolo, fosse diventato una possibilità, una risorsa, un sostegno, un grande contenitore, qualcosa con cui giocare, e soprattutto qualcosa che ci aiutasse a non dimenticare ciò di cui si ha bisogno. Il muro stava diventando uno spazio relazionale, dove s'intrecciavano vissuti ma soprattutto stava diventando un corpo "vivo e parlante".
Il setting atipico del "muro" poneva più difficoltà per la gestione del gruppo, in quanto spazio più aperto, meno controllabile e quindi più dispersivo. Nello stesso tempo, però, ci ha permesso con più facilità, di coinvolgere pazienti molto gravi o reticenti che, sostando fuori per una sigaretta o per prendere un po' d'aria, sono entrati nel lavoro, dapprima, come "semplici" osservatori, e poi incuriositi, hanno partecipato lasciando contributi molto significativi e ritrovando quel senso di leggerezza, frutto dell'esperienza del lasciarsi andare...
Qui di seguito raccontiamo brevemente alcune delle esperienze più significative del progetto:
La sagoma dalla personalità multipla.
Segnalare i confini del corpo attraverso le proprie mani; creazione di una sagoma umana sul muro (il corpo è stato "prestato" da uno dei pazienti).
Il gruppo gli ha dato un nome e ha colorato le diverse parti del corpo con il colore che pensava potesse rappresentarle e lo ha riempito di particolari e di elementi. In ultimo gli è stata data un'espressione.
"Qui dentro".
Dopo aver giocato con il soffio delle bolle di sapone, il gruppo esprime proprie immagini e sensazioni rispetto al "qui dentro" inteso come vissuto sia all'interno del reparto e quindi dell'ospedalizzazione sia rispetto al proprio mondo interiore. Successivamente il gruppo viene invitato a portare i contenuti dell'esperienza "lì fuori" sul muro, scegliendo la propria modalità.
Il "collage": scomporre per ricomporre.
Lavoro con ritagli di immagini o frasi di giornali; i pazienti hanno composto un proprio collage personale aggiungendo altre immagini o scrivendo un racconto o una storia ai ritagli da noi proposti.
Lavoro sul muro: "la mia gioia".
Scegliamo il colore della gioia; cos'è la gioia per ognuno di noi?
Disegniamo liberamente la gioia sul muro
Lavoro a tema sul giorno della memoria: 27 gennaio
Riflettendo sul senso della memoria e in particolare sull'olocausto, il gruppo ha prodotto immagini e pensieri..che si sono tradotti poi in versi...arrivando a comporre una poesia integrando i pezzi di ciascuno. Ognuno ha poi scritto sul muro il proprio verso. Il gruppo ha poi deciso il titolo della poesia e un nome unitario con cui firmarsi: Gli esposti dell'S.P.D.C.
.Esperienza dell'elastico e dello spazio.
Esplorazione libera dello spazio;
Un grande elastico poi ci ha racchiusi tutti. Abbiamo lavorato sui vari distretti del corpo appoggiandoli di volta in volta sull'elastico, facendo esperienza delle possibili flessibilità dello spazio: lo "stretto" e il " largo".
Alla fine dell'esperienza abbiamo riportato i vissuti sul muro.
Ricomincio da te:
A partire dall'osservazione dei lavori già esistenti, i partecipanti sono stati invitati a scegliere uno spazio su cui lavorare con la possibilità di aggiungere, integrare o proseguire tracce già esistenti e creare così una nuova e personale immagine.
Laboratorio di Musicoterapia (Dott. Davide Marzattinocci).
Non ho avuto difficoltà nell'accettare la proposta di entrare in contatto, attraverso il lavoro di musicoterapia, con il muro. Ho sempre avuto l'impressione che quel muro fosse collocato in un punto liminale, tra il dentro e il fuori. Un luogo dove il paziente resta per fumare, parlare, passeggiare; un luogo che non è il reparto ma nemmeno il giardino, la strada, la città. Insomma, un luogo quasi dentro e quasi fuori. Il muro taglia in due il corridoio, lo restringe della metà ed è perciò vicino a chi entra nel reparto a tal punto che è quasi impossibile non accorgersi di lui, entrarci in contatto, sentire la sua presenza fisica. Se dunque lui entra in contatto con noi, noi possiamo stabilire un contatto con lui.
Mi sono chiesto, date le particolari condizioni del contesto, come far entrare in contatto i pazienti e la loro musica con il muro. Difficile sarebbe stato lavorare nell'immenso corridoio dove c'è il muro; troppo dispersivo lo spazio, luogo stretto di passaggio. Poi ho pensato che si sarebbe potuto trasportare la musica sul muro, farla uscire dalla sala del reparto dove si fa il laboratorio, sotto un'altra forma: impressa su un grande foglio con segni e colori. Nel mio laboratorio già utilizzavo, durante momenti di improvvisazione musicale, attaccare ad una parete un grande foglio e sotto di esso mettere colori di tutti i tipi. Così chi voleva, poteva suonare e/o disegnare e contribuire a tracciare su carta una impressione dell'improvvisazione musicale. Svaniva il suono dell'improvvisazione e persa era la sua irripetibilità, ma il foglio colorato (oppure scritto con parole e frasi) ne conservava il senso. Ad ogni incontro (date le caratteristiche dell'SPDC il gruppo è sempre diverso) spiegavo del muro e della sua posizione tra il dentro e il fuori e poi presentavo il foglio vuoto che sarebbe stato messo a comporre un altro tassello del muro. Alla fine dell'incontro avveniva il rituale del trasporto del foglio dal reparto al muro; poi alcuni pazienti commentavano il risultato, altri aggiungevano qualcosa che non avevano avuto il tempo di mettere, altri, tra quelli che stavano nel corridoio, intervenivano con commenti o direttamente aggiungendo qualcosa.
Così ad ogni incontro un nuovo foglio andava ad integrarsi a quello ch'egli altri laboratori avevano creato. E la volta dopo, nell'arrivare al reparto, prima del laboratorio, era bello perdersi nel lungo muro tra scritte e colori per scoprire cosa era stato aggiunto e cosa non c'era più.
Dott.ssa Elena La Puca, psicologa, danzatrice, arteterapeuta.
Dott.ssa Francesca Barbieri, psicologa, arteterapeuta.
Dott. Davide Marzattinocci, Arteterapista ad orientamento psicofisiologico, attore e regista.
**********************ESTRATTO DA UN ARTICOLO DELLA RIVISTA -ARTI TERAPIE-2
SIGNIFICATO E FUNZIONE DEI LABORATORI DI ARTE TERAPIA NEL SERVIZIO PSICHIATRICO DIAGNOSI E CURA
(A. Pacini*, P. Giorgi*)
La riforma dell'assistenza psichiatrica, in Italia, ha preso avvio dall'impegno professionale ed umano di Franco Basaglia, il quale ha dimostrato attuabile un'assistenza al paziente psichiatrico che non si limitasse a sfruttare le nuove opportunità offerte dagli psicofarmaci per attenuare la sofferenza psichica e contenere le sue forme di espressione, spesso "disturbanti", omologandoli così alle aspettative sociali.
L'idea innovativa di Basaglia è stata quella di utilizzare il nuovo strumento terapeutico soprattutto per far riemergere e recuperare le potenzialità individuali dei pazienti stessi, finalizzando la "cura" soprattutto al soddisfacimento dei loro personali bisogni, considerando la loro "diversità" come una peculiarità, non un limite o difetto.
La legge 180 ha riformato l'organizzazione dell'assistenza psichiatrica con l'abolizione degli Ospedali Psichiatrici e con l'istituzione dei Dipartimenti di Salute Mentale, dotati di strutture territoriali, i Centri di Salute Mentale, che hanno dato centralità all'assistenza ambulatoriale ai pazienti, e di reparti ospedalieri, i Servizi Psichiatrici Diagnosi e Cura, con funzione strettamente limitata al trattamento della "crisi", intesa come rottura di un precedente, seppur precario equilibrio.
Evitata così la prolungata segregazione del paziente, si è focalizzato l'impegno terapeutico sul mantenimento e sul recupero dell'integrazione del soggetto nel tessuto sociale, con la realizzazione di progetti personalizzati da parte di équipes multiprofessionali. In quest' ottica le strutture territoriali ambulatoriali, i CSM, oltre ad assolvere a compiti terapeutici secondo un modello clinico, hanno da sempre disposto di finanziamenti per attività tese a facilitare la riabilitazione ed il reinserimento dei pazienti.
Tale funzione terapeutico-riabilitativa non era invece considerata praticabile in SPDC, in regime di ricovero del paziente in fase acuta.
La nostra esperienza ci ha insegnato che, al contrario, il momento della crisi può e deve essere colto come un'occasione preziosa per l'utilizzo delle energie "liberate" dal crollo dei precedenti equilibri difensivi. Tali energie, disponibili fino al ristrutturarsi delle difese, possono essere utilizzate in questa fase per esperienze diverse, che permettano l'elaborazione di sistemi funzionali e difensivi più maturi ed efficaci.