Migliaia di bandiere al Dal Molin: yes, we can!
30 / 6 / 2009
Evitiamo i giri di parole e le metafore che nascondono il significato vero delle frasi dietro alla loro interpretazione: sabato pomeriggio, con la manifestazione dell’indipendenza vicentina, vogliamo entrare al Dal Molin.
Sia chiaro: non perché ci piaccia l’idea di superare cancelli e
recinzioni: avremmo preferito festeggiare la democrazia in piazza, con
la musica e i balli, le nostre bandiere al vento e tante grasse risate.
Ma, finora, democrazia non c’è stata e noi dobbiamo rinviare la festa
che – ne può star certo il commissario Costa che avrebbe voluto vedere
sradicato alla radice il dissenso locale - prima o poi organizzeremo.
Entrare al Dal Molin significa restituire la
dignità calpestata alla città del Palladio; ma, anche, ristabilire con
determinazione la differenza tra la condizione di cittadini – quali noi
vogliamo essere – e sudditi del governo di turno. Perché quel che è in
gioco a Vicenza, ancor prima della falda acquifera e del territorio, è
la possibilità reale di noi donne e uomini di poter incidere sul futuro
dei nostri borghi, dei nostri quartieri, delle nostre città.
É sufficiente dare uno sguardo ai 36 mesi di mobilitazione trascorsi
per rendersene conto; una città che ha espresso la contrarietà con
mille forme e tanti colori è stata svilita, calpestata, umiliata.
Inascoltata quando è scesa in piazza; insultata quando ha chiesto di
potersi esprimere, attraverso una consultazione popolare, ed è stata
posta di fronte a un divieto; sbeffeggiata quando ha rivendicato il
diritto di conoscere e le è stata negata anche la Valutazione d’Impatto
Ambientale.
Petizioni, manifestazioni che hanno visto la partecipazione
di una moltitudine di donne e uomini, studi, azioni simboliche, ricorsi
giudiziari: tutto ciò è stato ignorato, ostacolato, criminalizzato
da chi ha deciso a tavolino che a Vicenza si deve fare una nuova base
militare. La democrazia è stata trasformata da pratica partecipativa ad
atto burocratico, dove basta il timbro di un governo compiacente per
rendere lecita la costruzione di una base di guerra in un territorio
fragile e dall’equilibrio delicato.
Dunque, voler entrare al Dal Molin vuol dire alzare la testa;
significa affermare che una pratica di governo che si fonda
sull’imposizione e sull’esclusione non ha cittadinanza nella nostra
comunità e ristabilire un diritto che, per tornare indietro di alcuni
secoli, riconosceva già Spinoza laddove scriveva che, di fronte a una
legge ingiusta, è legittimo che il popolo si ribelli al sovrano.
Sabato proveremo a entrare all’interno dell’area che gli
statunitensi vorrebbero trasformare in base di guerra per piantare
migliaia di bandiere NoDalMolin; lo faremo, come sempre, con le
pratiche e le forme che hanno caratterizzato la mobilitazione
vicentina: trasversalità, pluralità, creatività. Ma, anche, con tanta
determinazione, consapevoli che praticare quest’obiettivo rappresenta la volontà di ristabilire democrazia laddove c’è soltanto imposizione.
Quel che è certo è che nel lungo corteo che si snoderà da via M.T.
Di Calcutta ci sarà spazio per tutte e tutti: perché quel che più
conta, al di là delle pratiche di ognuno, è condividere un percorso che
fonda la nostra indipendenza dalle servitù militari. È il coraggio di
esserci ancora una volta, anche se loro ci vorrebbero chiusi nelle
nostre case, impassibili e passivi a quanto accade sotto le nostre
finestre.
Siamo tanti piccoli sognatori e sabato torniamo in strada:
indipendenza, dignità partecipazione. La terra si ribella alle basi di
guerra.