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massimiliano



Last Updated: 12/2/2009

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Status: Single
City: Salento
State: Bologna
Country: IT
Signup Date: 10/4/2007
Saturday, September 13, 2008 


Perdere il lavoro è una sfortuna troppo grande, una delle peggiori cose che può succedere a una persona nel corso della sua vita. La persona, uomo o donna che sia, parla attraverso una maschera: la propria faccia. La vita di tutti i giorni risulta essere, quindi, una grande festa di carnevale. Una grande, incredibile festa cui prendono parte tutte, ma proprio tutte le persone possibili e immaginabili, ovverosia uomini e donne con maschere identiche alla propria faccia. Gente che accompagna un cane, bambini che camminano mano nella mano con mamma e papà, signore che vanno dal fornaio a comprare il pane, autisti arrabbiati nel traffico cittadino, commesse dei negozi che alzano e abbassano le serrande, eccetera eccetera eccetera .. Immaginate adesso che una di queste persone smarrisca per un momento l'orientamento e si lasci alle spalle la festa di carnevale cui stava prendendo parte con la sua bella mascherina facciale. Questa persona si ritrova di colpo da sola, in luoghi sconosciuti, inciampa ad ogni marciapiede, non sente più le voci che era solita sentire, non riconosce più le strade che frequentemente percorreva, niente, nessuno, ...non riconosce neanche il bar dove ogni giorno andava a comparare un bel cornetto caldo con la cioccolata. Ad un certo punto si ritrova nel mezzo di un'altra città, meno festosa, colorata e appariscente, perciò irreale, ma molto, molto più interessante e misteriosa di quella che aveva smarrito.


Prima di procedere con la storia, bambini miei, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo per approfondire la conoscenza della persona di cui stiamo parlando, anche perché si tratta di un uomo assai speciale. Innanzitutto si chiama Andrea, all'epoca del racconto che stiamo per farvi aveva 34 anni, eppure ne dimostrava 6. Come sia mai possibile una cosa del genere?, ci chiederete. Purtroppo nel mondo esistono tanti fatti tristi e uno di questi è rimanere piccoli. Andrea però aveva fatto di codesta brutta malattia, una virtù: tutti i grandi uomini fanno ciò!, e cic and cioc! (come per magia): trasformano la cattiveria del destino addomesticandola al loro volere e facendone una cosa bella. Come parlo difficile ... è vero!, mi dovete scusare: il "destino" è quella parte della vita imprevedibile, che nessuno può mutare, ecco! se in una notte serena vi capiterà di alzare gli occhi al cielo e di vedere un miliardo di stelle, sappiate che fra tutte una vi appartiene, e la distanza che c'è tra voi e la quella stella si chiama, per l'appunto, "destino". Ora torniamo al protagonista della nostra storia. Per dimenticare di avere questa strana malattia, chiamata in gergo medico "la sindrome di Peter Pan", Andrea rispondeva a tutti, anche alle persone più tirchie e accigliate, con un gran sorriso. Era una persona che sorrideva: questa la maschera che aveva modellato su di sé! E come funzionava ... ?! Bastava che lui alzasse le estremità delle labbra e tutti lo salutavano con affetto, perfino i suoi peggiori nemici, anche se lui di nemici intorno non ne voleva affatto. Andrea, nonostante avesse 34 anni, possiamo dire che era in fondo un bambino come voi. Giocava come voi fate. Piangeva. Faceva i capricci. Correva dietro ad ogni cosa che gli appariva nuova e meravigliosa. Ma a differenza vostra, ahimè, lavorava .. e quale peggiore pena del lavorare! Ogni mattina si alzava presto, faceva i suoi giochi fino alla sera e poi andava a lavorare tutta notte e, credeteci!, stare in piedi per così tante ore è cosa veramente faticosa. Il suo impiego consisteva nel far divertire le persone grandi, facendole sorridere e dimenticare i problemi da cui erano afflitte. Bastava che lui sorridesse e tutti erano contenti e felici. Andrea era stanco del duro lavoro, in fondo, alla notte, gli sarebbe piaciuto dormire e sognare sul proprio cuscino. Oppure gli sarebbe piaciuto, di tanto in tanto, stendersi su un prato a guardare la propria stella, là, nell'alto del cielo. La mamma e il papà di Andrea erano in un'altra città, lontano, molto lontano. Lui era andato via di casa perché da quel posto non riusciva a vedere questa stella. La sua casa si trovava nel sud Italia e da lì, a dire la verità, le stelle le vedono in pochi, pochissimi, perché tanto tempo fa dei cacciatori senza scrupoli le hanno uccise col loro fucile, sparando come si spara agli uccellini, cioè in maniera crudele. Andrea era convinto che la sua stella vivesse ancora, che nessuno l'avesse uccisa, ma che spaventata si fosse rifugiata in un altro cielo. Per questo decise di scappare dal sud al nord Italia. Viaggiò molto, ma alla fine riuscì a rintracciarla: era a Bologna, sopra a un cielo magnifico, lì la trovò che guardava proprio il centro di Piazza Maggiore, uno dei posti più belli al mondo. Ogni tanto, sempre meno spesso per via del suo lavoro, si recava in quella piazza ariosa a interrogarla e mirarla. Riusciva a vederla anche se era giorno e il sole rischiarava ogni cosa esistente.


Ora torniamo al momento in cui Andrea si perse. Era una giornata eccezionale, tante persone erano scese per le strade per questo grande carnevale della persona. Tutti e tutte con le proprie maschere, con le proprie facce che ridevano e cantavano. Andrea sorrideva, come sempre del resto, ignaro di quello che a breve gli sarebbe accaduto. Non aveva pensieri per la testa, tutto gli sembrava magnifico com'era. Le urla, la gente che lo salutava ... Appena smarrì la strada tutto gli parve all'improvviso buio e cupo. Gli angoli della bocca presero una piega insolita, il suo trionfante sorriso mutò in un'espressione triste e sconsolata. Gli vennero le lacrime agli occhi, ma le trattenne con orgoglio non appena si ricordò che, nonostante il suo aspetto da bambino, aveva 34 anni. Un'età imperfetta se ci pensate. Gesù morì a 33 anni, 34 significava avere un anno in più e questo non lo rendeva un essere eccezionale. Di colpo capì di aver perso il suo principale lavoro, ovvero quello di sorridere alle altre persone, anche perché di persone non ne vide più nel raggio di chilometri e chilometri. Camminava solo e afflitto. Camminò per ore e ore. Finché non giunse alle porte di una città mai vista prima. D'un tratto si sentì sollevato, ma appena vi fece ingresso il sollievo cedette il passo allo spaesamento. Si dice che una persona è spaesata quando non riconosce più il luogo che era solita frequentare. La città era tutta bianca, non c'era nemmeno una tegola rossa, mentre a Bologna perfino i muri delle case sono colorate di rosso, di giallo, di arancione, .. Ma la cosa più sorprendente fu l'incontro con gli abitanti di questa città. I loro volti non avevano nulla diverso da quelli che lui era abituato vedere, eppure qualcosa li distingueva profondamente. Non sorridevano con la bocca, bensì con gli occhi. Andrea non riusciva a capire come facessero, ma non ebbe il coraggio di fermare nessuno di loro per chiedere la ragione di una simile stranezza. Giunto che fu nella piazza bianca, si sedette sui gradini della splendida fontana, posta nel centro esatto, e tra gli schizzi dell'acqua che zampillavano sul suo collo tutto sudato, levò la testa verso il cielo alla ricerca della sua rassicurante stella. "Hey ragazzo", gli sussurrò tutto ad un tratto la voce di un adulto, "hey parlo con te!". Andrea prese un grande spavento, come poche volte nella sua vita, la voce che lo aveva sorpreso era pesante e profonda allo stesso tempo. Una voce pesante e profonda è quella che sembra rimbombare nella cavità di un pozzo. "Ho un lavoro per te!" aggiunse l'uomo sorridendo con gli occhi. Andrea restò impalato, come di ghiaccio. "Non avere paura, ti conosco. Ti aspettavo, è da molto tempo che ti aspetto ..". Nella testa di Andrea passarono, in un istante solo, tanti pensieri, così tanti che non sapeva più a cosa pensare. "Non è un caso che tu sia arrivato fin qui, niente succede per caso.". Andrea balbettò qualcosa di incomprensibile. "Non dire nulla: ascolta! Questa città è la città degli uomini persi. Ognuno qui è come te e come te è arrivato a questo luogo dopo aver smarrito la strada, ma non per un accidente. Tu da adesso, ricorda bene, dovrai compiere un'impresa, forse la più grande della tua vita!". "Co..co..cosa?... qua...qua...quale?" riuscì Andrea a balbettare. "Dovrai tornare a Bologna e trovare la persona che ha inventato il Sabato e la Domenica." "...co...co...me?" ancora balbettò il bambino. "Sì, dovrai trovare quest'inventore" "e ..pe..pe..perché?" "Perché dovrai svelare la sua grande truffa", "Quale truffa?" aggiunse Andrea prendendo un po' più di sicurezza. "La truffa di chi vuole far credere agli uomini che il tempo libero è solo alla fine della settimana". Andrea non capiva, essendo un bambino, nonostante fosse un gran lavoratore e nonostante avesse 34 anni, perché i bambini hanno un'idea del tempo diversa dagli adulti. L'uomo con la voce pesante e profonda lo guardò e sorrise con gli occhi, facendogli intendere di avere compreso i suoi dubbi. E andò via, senza aggiungere nulla. Andrea lo vide allontanarsi nel suo lungo cappotto nero. Cominciò ad agitarsi, il suo cuore batteva come un tamburo impazzito. Vide una vecchina passare, le si fece incontro. "Signora mi ha fermato un uomo", disse ansimante, "chiedendomi di trovare, nella città da cui mi sono perso, l'inventore del Sabato e della Domenica". "Vai Andrea, fai il tuo dovere!" gli disse l'anziana donna. Andrea si meravigliò del fatto che la vecchina conoscesse il suo nome, e l'agitazione, a ragion veduta, continuò a montare nel suo cuoricino, come panna sbattuta. Allora vide una giovane donna incinta, cioè una donna che aveva la pancia grande perché aspettava un bambino, la fermò e le chiese la stessa cosa, ma anche la giovane gli disse "Vai Andrea, fai il tuo dovere!". Poi vide un bambino un po' più grande della sua apparente età, e anche lui disse "Vai Andrea, fai il tuo dovere!". Poi ne fermò altre di persone, decine e decine forse, e tutti gli ripeterono la stessa cosa: "Vai Andrea, fai il tuo dovere!"


Andrea non tornò mai alla sua città, mentre vi si stava recando con l'intento di trovare l'inventore del Sabato e della Domenica, ebbe un dubbio, il dubbio che quegli uomini l'avessero ingannato e preso in giro. Afflitto da questo pensiero cattivo, alzò gli occhi al cielo in cerca della sua stella, senza più trovarla. Vagò in mezzo ai campi inutilmente, tra spighe di grano alte più di lui circa mezzo metro, per tanto tanto tempo, alla disperata ricerca della sua cara stella oramai smarrita. Restò solo e digiuno così a lungo che alla fine le sue forze cedettero e lui svenne in mezzo a tutte quelle alte spighe. Si dice che un uomo sviene quando si addormenta come di colpo, a causa di una forte debolezza o di un grande spavento. Qualcuno lo raccolse e lo ricondusse in quella città bianca, dove tutti sorridevano con gli occhi. Andrea dal centro della piazza, con la fontana che zampillava acqua sul suo collo, si fermava ogni sera a mirare la sua stella ritrovata. Tutti gli furono grati e riconoscenti, perché perdendosi aveva compiuto il suo dovere: non c'era nessun inventore del Sabato e della Domenica da scovare, e se anche fosse esistito non avrebbe avuto importanza incontrarlo. Non era necessario sprecare il tempo in questa stupida ricerca. I vecchi saggi si ravvidero, riuniti in consiglio discussero per giorni e giorni della faccenda, e alla fine conveniro sul fatto che Andrea, lasciando incompiuta la sua missione, preso come fu dai dubbi e dal desiderio di trovare la sua guida nel cielo, aveva rivelato una verità profonda, ovverosia che l'importante è credere nelle cose che si hanno più care al mondo. Ognuno di noi ha una stella, ricordatevelo.


I giorni passavano e Andrea impiegava il suo tempo a pensare e a fare conoscenza con gli abitanti della bianca città, tutto scorreva nella pace più totale. Per strada non c'erano statue a ricordare questo o quell'altro personaggio della storia recente o passata, non c'erano neppure semafori o strisce pedonali, perché le macchine erano bandite, vietate, solo di tanto in tanto si vedeva un'ambulanza o qualche camioncino di operai e muratori. Vi era qualche negozio dove non si vendeva nulla, perché ogni cosa veniva distribuita gratuitamente, senza un compenso monetario. La gente non si approfittava di questa situazione, era misurata nel chiedere le cose di cui necessitava, "lo stretto indispensabile" specificava al commesso, nel momento in cui questi chiedeva la quantità di taluna o talaltra merce. I bambini non avevano giochi personali, i giochi erano in condivisione, se qualcuno portava a casa propria un giocattolo, il giorno dopo lo rimetteva nel mucchio collettivo ringraziando gli altri per averglielo consentito. "Collettivo" significa che è di tutti, ma non significa che sia di nessuno, pertanto essendo una cosa comune tutti si prodigano per tenerla in un buono stato. Raramente si sentiva piangere chicchesia. Di tanto in tanto solo qualche gemito di neonato cui stavano spuntando i dentini. Le malattie erano vissute con serenità, come elemento che è parte della vita, perciò nessuno disperava, ma tutti si aiutavano vicendevolmente. Spesso capitava di incontrare uomini, donne e bambini che parlavano amabilmente con un albero o con un fiore, talvolta anche coi sassi o con l'acqua che zampillava da quella incantevole fontana posta nel centro della piazza. Andrea non smetteva di scoprire, imparava anche lui a comportarsi secondo queste inusuali maniere e, piano piano, a sorridere con gli occhi, all'inizio la cosa gli risultò molto complessa, ma con l'esercizio e la buona volontà fece velocissimi progressi. L'unico accorgimento, cui dovette fare attenzione, era di non pronunciare mai la parola "persona" o "personaggio" o "personalità", "perché le parole hanno un senso" gli disse un vecchio saggio, così vecchio che aveva una barba bianca e lanosa che gli arrivava fin sotto alle caviglie, "e hanno una storia", aggiunse con la voce che tremolava tutta a causa dell'età, "persona è una parola che viene dalla vecchia lingua che si parlava in Grecia e significa: parlare attraverso la propria maschera. Noi non abbiamo una maschera e parliamo attraverso tutto il nostro Essere". Cosa sarà mai questo "Essere", si chiese nella propria testolina Andrea. Il vegliardo lesse il suo pensiero e aggiunse: "l'Essere, mio caro amico, è l'insieme di anima, corpo e cuore. Se io parlo attraverso la mia maschera, cioè attraverso il mio corpo, significa che io reputo l'anima e il cuore più importanti di tutto quanto e uso il mio corpo per ingannare gli altri. Il corpo diventa qualcosa di esteriore e non dialoga con l'interno, ovvero col cuore e con l'anima. È finto, ingannevole. Il corpo invece deve essere lo specchio in cui si riflettono anche le parti più nascoste di te stesso!". Il ragazzo rimase confuso, non poteva dire di aver capito tutto, eppure qualcosa aveva stuzzicato la sua curiosità. Il vecchio gli aveva parlato a lungo e questo fatto gli sembrò eccezionale. A Bologna, la città da cui si era perso e in cui aveva vissuto per tanti anni, raramente le persone adulte si intrattenevano a dialogare con lui. Era sempre visto come un bambino, nonostante avesse oramai 34 anni. "Maledizione alla mia malattia!" esclamò imprecando contro quella sindrome di Peter Pan che lo affliggeva. Ma nel momento in cui lanciò questa imprecazione dalla bocca, riflettè sul fatto che in questa città nessuno, in realtà, lo aveva trattata come un bambino di 6 anni, anzi!, più ci pensava, più ne era sicuro. La qual cosa, se dapprima lo riempì di una strana gioia, un attimo dopo lo lasciò disorientato. Mille domande lo tormentarono nella testa, come api intorno all'alveare: "E come dovrò parlare con quelli più grandi di me? E con quelli più piccoli? E alle donne dovrò evitare di dare baci sulle guance? E agli uomini anche? E cosa dovrò dire, quali parole usare? E come mi dovrò vestire? E dovrò avere un orologio d'oro o d'acciaio? La cravatta o il papillon? I mocassini o gli stivali? I fazzoletti di carta o di stoffa? I calzini a righe o a rombi? Gli occhiali o le lenti a contatto? Ma io non ho problemi di vista! Basta basta basta!!! non voglio più questi pensieri, vivrò e dirò quello che più mi garba". E così tranquillizatosi, da sé a sé, si diresse in una stradina, verso il bar più grande di tutta la città. Il nome della stradina non è stato specificato, non perché non lo sapessimo, ma solo per la ragione che qui le strade non hanno un nome. Per orientarsi gli abitanti utilizzano i nomi dei cani o dei gatti che vivono in quella particolare strada, perché ad ognuna è assegnato d'ufficio almeno un animale domestico. Alcune strade hanno addirittura un pappagallo come assegnatario, quindi non solo cani e gatti, ma anche altri tipi strambi di animali. Per farla breve: Andrea aveva imboccato la stradina del micio Cicciostorto, per boi sbucare nella grande strada di Vladimiro il cane russo, per poi infilarsi nello stradello di micio Lercio e sbattere il muso nel vicoletto del cane Maldestro e attraverso una stretta scalinata giungere alla piazza degli scorbutici gatti Panzotto, Zuccotto e Ruttobotto. Qui giunse finalmente al bar dove si fece servire un gran bel bicchiere di acqua fresca. Mentre beveva ebbe d'un tratto una strana nostalgia di Bologna, dapprima lentamente cominciarono a scendergli delle lacrime dagli occhi color della nocciola, poi con una frequenza sempre più rapida: im-pres-sio-nan-te!. Lui beveva e piangeva. L'acqua che andava dritta dritta nella pancia si riversò di misura dagli occhi, nel bar tutti si voltarono a guardarlo e gli si fecero incontro per chiedere cosa gli stesse succedendo. Andrea si ricordò di avere 34 anni, ma non per questo interruppe all'improvviso il pianto, si calmò soltanto perché ebbe l'impressione di non essere solo, la gente che gli si fece incontro era realmente preoccupata per lui, capì che intorno aveva tanto tanto affetto.


Andrea trascorse tutto il resto della sua vita in quella città, anche se di tanto in tanto il suo pensiero tornava ai portici di Bologna e a Piazza Maggiore che una notte, d'incanto, gli aveva rivelato la sua intramontabile stella.