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Last Updated: 12/27/2009

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Friday, October 31, 2008 

L’anomalia italiana

Venerdì 31 ottobre 2008 12:41 Il movimento fa scuola. A tutti.

di Luca Casarini

 

Una giornata di incredibile potenza, straordinaria innanzitutto per l’enorme quantità di persone che sono scese in piazza, nelle strade, in moltissime città. Il cuore della grande ondata di movimento, gli studenti medi ed universitari, ha stimolato oggi la partecipazione di tantissimi altri, dai precari della scuola ai ricercatori, ai genitori. Ma le immagini che ci sono giunte dai cortei, i racconti, le corrispondenze ci indicano una realtà ancora più interessante. Dai ferrovieri che suonavano le sirene al passaggio dei treni vicino ai cortei, a camionisti, automobilisti, trasportatori fermi lungo le strade bloccate ma per nulla ostili, al personale di case di cura ed ospedali che salutavano le manifestazioni, a persone che si affacciavano con striscioni improvvisati contro la Gelmini dalle finestre di casa loro, un intero pezzo di paese, di società, si è messo in moto, partecipa, è solidale e si sente parte di questo movimento.
E’ la ragione vera per cui, anche ieri, è stato il movimento il protagonista al di là di ogni ruolo di sindacati o altre organizzazioni. Lo è stato producendo quell’eccedenza che stupisce anche i sindacalisti, trasformando il corteo di Roma e lo sciopero dei confederali, in una cosa storica per le sue proporzioni. Come era accaduto il 17 novembre, in occasione dello sciopero dei cobas, travolti anch’essi dalla partecipazione enorme al corteo di Roma. E come anche è successo per la manifestazione del PD, quella del 25 ottobre, che mai sarebbe stata così grande senza quest’onda di movimento.
Ora, una prima riflessione: questo non accade perché le persone hanno convinzioni “generiche” o superficiali, ma perché il movimento pervade tutto ciò che incontra e che va nella direzione di un rifiuto dei diktat del governo. Nessuno degli organizzatori ufficiali di queste giornate infatti si è mai sognato di dire che le mobilitazioni e gli scioperi erano per "trattare" qualche briciola con la Gelmini. Non avrebbero osato né potuto. Da Veltroni in giù, fino ai leader dell’Uds e dell’Udu, la parola d’ordine è “ritiro del decreto, abrogazione della legge”. Questo è stato imposto dal movimento, dalla sua naturale radicalità e indipendenza. A meno che non pensiamo che improvvisamente e soggettivamente, interi gruppi dirigenti di partito ( democratico ) e personaggi come Angeletti e Bonanni, siano diventati quello che non sono mai stati e non potranno mai essere.
Il movimento ha imposto le sue parole d’ordine e le sue forme di lotta, e lo ha fatto anche con chi ci è sempre stato dentro, ci ha sempre creduto. La differenza, sostanziale, è che questi ultimi, tra cui ci collochiamo anche noi, sono felici di farsi guidare dal movimento. Ci stanno dentro, respirano, sognano, discutono con lui. Lo vivono come naturale sviluppo dell’azione politica soggettiva. Sono abituati e speravano da sempre di discutere e decidere in assemblee eterogenee, fatte da tanti e diversi. Gli altri no, se sono intelligenti ragionano e sostengono questa fase, se sono cretini non la capiscono e tentano di attribuirsi i successi di questi giorni. Il Pd e la Cgil sembrano aver capito, ma anche Di Pietro, che l’ossigeno, il ruolo, solo un’enorme mobilitazione sociale come questa glielo può dare.
L’unica ragione di un’opposizione al governo può essere quella di sostenere, mettersi al servizio, dei movimenti. Rifondazione e tutto lo sgangherato arcobaleno, per quello che contano, sembrano vivere con grande preoccupazione questo momento: si delinea chiaramente che di loro non c’è alcun bisogno, e che nelle condizioni attuali, nessuna rappresentanza può essere utile al movimento, che proprio gli è nemico. La distinzione è netta tra il movimento e l’opposizione parlamentare. I ruoli sono ben distinti, e il movimento scieglie chi gli è utile, cioè chi conta, non chi ideologicamente le spara grosse e poi non convince nemmeno la gente a votarlo.
Questo avviene perché finalmente si è consumato quel periodo di chiaro-scuri, di ambiguità, di tentativi di operazioni politiche che giocavano sulla crisi della rappresentanza tutto in funzione di riproporre il ruolo dei partiti come traduttori nella sfera della politica della rappresentanza sociale. La manifestazione dell’orgoglio comunista dell’11 ottobre scorso, è stata sepolta con tutte le sue orribili bandiere, da quelle con l’effige di Berlinguer a quelle con Stalin. Centinaia di migliaia di persone oggi manifestano da scuole e università e non vogliuono nessuna bandiera, nemmeno quelle delle organizzazioni in cui militavano fino ad un mese fa.
Altri che hanno il problema dell’identità, e questo gli è già costato caro, sono i neofascisti di Casa Pound, articolati in Blocco Studentesco e dei gruppi meno ortodossi, e per questo più pericolosi, di questa galassia. Hanno tentato di giocare un ruolo, a Roma in particolare, che alla fine andava dritto verso l’essere al servizio del potere costituito, cioè tentando di indirizzare la protesta in chiave nazional socialista postmoderna, molto più vicini a Tremonti e alla stessa Gelmini, di quello che poteva apparire. La loro ansia di contare e il loro naturale bagaglio culturale, li ha portati allo scivolone (per fortuna nostra) di Piazza Navona.
Come sempre accade su ciò che accumula le sue esperienze e non le ha ereditate come tradizione, sono stati loro stessi a scatenare la produzione degli anticorpi necessari ad affrontare il virus del nuovo fascismo. Sarà difficile rivederli in mezzo ad un corteo a Roma, ma anche in altri posti, a meno che non si mimetizzino bene (cosa probabile) ma quindi rinuncino a tricolori e atteggiamenti estetici identitari che fondano però la loro esistenza. Nella giornata di ieri 30 ottobre, è avvenuta un altro fatto importante, che testimonia l’egemonia del movimento, la forza dell’onda: lo sciopero, che i sindacati confederali avevano pensato come manifestazione a Roma, in realtà è stato moltiplicato con cortei, blocchi stradali e ferroviari, piazze piene di gente, in decine e decine di città, dalla piccola Lipari, a Milano con centinaia di migliaia di studenti, dalla Sardegna alla Sicilia, da Venezia a Salerno. Questa era una precisa indicazione che veniva dalle assemblee di facoltà, e così è stato.
Si delinea quindi anche la necessità da parte dell’onda, di dotarsi di un proprio programma sociale, di costruire teorie e pratiche del “non pagheremo noi la vostra crisi”. Ad oggi gli studenti e i ricercatori della Sapienza in lotta hanno lanciato con forza l’idea di una nuova grande mobilitazione, con una manifestazione a roma, per il prossimo 14 novembre. Preparata da una giornata di mobilitazione diffusa il 7. Come costruire l’andata collettiva a Roma ( cosa non scontata visto il ruolo di boicottaggio di trenitalia ) e soprattutto come imporre a tutti, maggioranza ed opposizione, la propria "agenda politica", le proprie priorità, è ormai un passaggio obbligato.
Nel mentre le nuove pratiche di lotta diventano già, di fatto, il terreno di autoriforma di scuole, università e più in generale della vita sociale. Occupare significa anche riappropriarsi della didattica, trasformare gli esamifici in luoghi di cultura, e su questo l’imposizione della valutazione ( crediti o voti ) non è un fatto “politico”, ma di riconoscimento scientifico, culturale. Anche con le notti bianche organizzate dai genitori, si toccano aspetti significativi dell’autoriforma.
L’utilizzo delle strutture al meglio, l’organizzazione comune del tempo, l’autogestione di risorse. E se parliamo di scuola ed università che costano tantissimo alle famiglie, questi soldi bisognerà pur recuperarli da qualche parte. E allora magari ci si porrà il problema di come uno studente o un precario possa accedere al diritto alla casa, o ai trasporti, come forma di reddito di cittadinanza e non come accesso al mercato dei servizi.
L’importante è che l’onda duri, che si alzi ancora di più, che faccia strada, è con lei che entriamo in un mondo nuovo.