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Abituati e forse viziati ad una dimensione fatta di buio, attesa,di apnea mentale per la valanga di parole che ci viene incontro, propria dello spazio teatro, restiamo quasi smarriti di fronte al bianco accecante delle sale e al silenzio (dell'intima riflessione) che ci attende all'interno della Galleria Scognamiglio e dinanzi alle opere di Alessandro Bergonzoni. Un modo diverso ed estremamente interessante di ri-incontrare un grande artista della parola con una inaspettata sensibilità visiva. Le opere di Bergonzoni parlano la sua lingua o forse Bergonzoni parla la lingua delle sue opere. HL:Come nasce questa passione? AL: "Dopo aver conosciuto artisti del calibro di Mimmo Paladino e Mattia Moreni, maestri che mi hanno aperto i loro studi e la loro testa. Questa cosa mi ha segnato molto,lasciandomi, per così dire, il segno ed il sogno. Per quanto riguarda il progetto "esposizione" c'è da ringraziare Mimmo Scognamiglio,il quale è venuto nel mio studio a Bologna e dopo un periodo di maturazione e gestazione,ha deciso di concedermi uno spazio fisico oltre che mentale. La scelta di organizzare la mostra in tre diversi momenti nasce proprio dal bisogno di mostrare la difficoltà di raccontare tutto in una volta". HL:Dove trai ispirazione? AL: "L'ispirazione, in parte come per il teatro, nasce dal fantastico,dall'impossibile. Questa ispirazione nasce dal bi-sogno di andare a ricercare e poi mostrare,quello che non si vede, in questo caso il dietro dei quadri. La lontananza ancor prima dell'apparenza". HL: Quando capisci che un'opera è terminata? AL: "Questo è il problema del risolto. Un'opera è risolta quando ti sai fermare. Ritengo che in campo artistico la difficoltà maggiore riguardi non tanto il cominciare quanto il fermarsi. Arrivi al risolto quando non puoi parlare di più e un attimo prima non puoi parlare di meno. È uno studio che l'opera fa con me". HL: Cosa provi durante una tua esposizione? AL: "Questa è stata la mia prima volta e devo dire che in questi giorni,durante il montaggio,mi sono reso conto di aver visto per la prima volta le mie opere. Le ho viste diversamente e credo di averle viste anche per l'ultima volta. Dico questo perché comunque vada la storia dell'opera, venduta,non venduta o al ritorno da una mostra, c'è una addio fondamentale. Una forma di abbandono molto importante che porta all'antiproprietà. Credo che nessun artista sia proprietario delle proprie opere". HL: Dunque qual è il tuo legame con l'opera? AL: " All'inizio è smargiasso, grosso, quasi volgare e quasi ossessivo. Man mano si assottiglia e l'opera finisce per allontanarsi. Non è quindi una forma di figlianza o di verosimiglianza, ma piuttosto di distanza e silenzio.Condizioni che vivo in parte nella veste di scrittore ma mai durante il teatro". HL: Scrittore,attore,adesso artista figurativo.Come vorresti essere ricordato? AL: "Vorrei essere ricordato dimenticando me e avendo presente solo ciò che è stato fatto. Dico questo anche in considerazione del fatto che siamo in una società in cui i personaggi vincono sulla potenza dell'anima dell'opera, sull'energia del fare. Per quanto mi riguarda,mi piacerebbe essere ricordato, al massimo, in abbinato all'opera d'arte, non in quanto me. Insomma, vorrei essere ricordato "non soltanto". HL: Come vivi il pensiero della reazione del pubblico? AL: "È una sensazione nuovissima, verginale,straniante. Mi hanno per l'appunto consigliato di abituarmi a vivere l'assenza e l'impossibilità di percepire la reazione. Per quanto concerne la critica, c'è da dire che la vivo,rispetto ai lavori teatrali o letterari, con maggiore distacco. Per essere precisi con pacato e resistente rispetto. Tuttavia la curiosità è devastante". HL: Ci riempiamo la bocca con la parola arte,ma cosa è in realtà? AL : "Noi ci riempiamo la bocca ma ci riempiamo pochissimo l'anima, la coscienza. Concepiamo l'arte come una sorta di lavaggio,durante il quale si abbandona l'ordinario,il comune, svuotandosi. Dovremmo riempire invece. È difficile ed utopico pensarlo, ma ho l'idea che una mostra dovrebbe mutare qualcosa all'interno. È una cosa che a me è successa vedendo delle opere di Burri in un bellissimo museo a Città di Castello". HL: L'arte contemporanea è vista, da alcuni, come arte di serie B,a causa della sua apparente insignificanza. Cosa ne pensi? AL: "Molti critici considerano davvero l'arte contemporanea arte di serie B. Questo perché, per alcuni, non ha la storia,la profondità,non ha la classicità, la verità di altri generi. C'è poi il problema del pubblico, che vive l'arte contemporanea con la consapevolezza di non poterla capire e finendo quindi per abbandonarsi maggiormente.Di fronte ad un dipinto di Caravaggio o Goya si sente probabilmente più spaventato ma sicuramente più capace di comprendere. Credo che l'idea di capire si debba allontanare da entrambe le correnti, entrando in una dimensione di tatto, olfatto,coscienza, di spiritualità. Questi dovrebbero essere i temi dominanti. Esistono dei significati che sono a prescindere dall'arte. L'arte è già significato". HL: Il rapporto parola-immagine è molto forte nelle opere presentate. AL: "In realtà con Mimmo Scognamiglio abbiamo cercato di lavorare sull'elisione della parola,cercare di portarla il meno possibile. Tuttavia la parola nonostante sarà sempre presente nel mio opera-re,non è la condizione sine qua non, è un ponte che mi permette di raggiungere altri posti". HL: Progetti. AL: "Ci sarà un'opera che andrà alla mostra di Parigi in Aprile e forse organizzeremo un'altra esposizione prima della fine dell'anno. Per il resto lavorare molto nel mio studio a Bologna e realizzare dei libri d'arte. Ovviamente ancora teatro ed infine scrivere un libro di Poesia.Attenzione, non di poesie, di poesia". Salvatore Garzillo
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