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Blake/E/E/E



Last Updated: 12/2/2009

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State: Bologna
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Signup Date: 11/5/2007
Sunday, April 19, 2009 

Category: Music

Italian Embassy
(http://www.italianembassy.it/?p=1106)

Live Review:

Blake/e/e/e @ Unwound, Padova, April 3rd, 2009.

Il ritorno alle scene italiane per i Blake/e/e/e dopo un appagante tour europeo si svolge a Padova, e ciò significa aperitivo in ghetto, scoperta di nuovi luoghi anche per il vicino e conoscente, chiacchiere col Sindaco e col ben disposto Uomo Dell’Anno, ma soprattutto buone vibrazioni nell’aria per un’esperienza musicale da godere.

Unwound ormai è all’avanguardia per la selezione dei tour che transitano in zona, ne va dato merito alla gestione tutta al femminile capace di accaparrarsi in anticipo i nomi di culto dell’indomani.

Aprono la serata i folkers pordenonesi chiamati Jackeyed, imperniati su Federico Piccin, già Circlesouth e ora anche operatore video nella curiosa serie di Atracoustic: Jesus co.ManaseFor Wanda, intima e dimessa. al di là del titolo wilcoiano non lascia tracce,
invece è costruita sul piano in malinconia, specie quando subentra il violino. E’ la preferenziale di un live prima solista poi di gruppo che scorre senza particolari guizzi, il limite in strutture tutte molto simili che covano un loro apice in For Wanda, intima e dimessa.

Il live Blake comincia come il disco, col minuto e mezzo dilatato dell’intro Holy dub, stacco netto rispetto al passato per chi non si fosse accorto che le novità non stanno solo nella line up. Si succede la più rassicurante pastorale The great rescue episode, “there’s a party at the stadium, all my friends have been rescued” canta Paolo nell’inglese suo. E’ l’attesa di qualcosa, cioè New millennium’s lack of self explanation, singolo ora disteso ora tambureggiante, una forma che ben consente la percezione delle parole. Anche Narrow zone è nella prima parte sia delle incisioni vendute al banchetto che del concerto, una canzone dorata che come quasi tutte le presenti in “Border radio” assume nuovi valori e significati sul palco, profondendosi oltre il minutaggio tra strumenti ancestrali e ipnotici loop di chitarra: “hurry, hurry”… Proprio la title track funge da spartitraffico, con una marea di piccoli suoni inquietanti, instancabile rumore non di questo mondo, da sentimento oceanico, con le piccole note di Egle Sommacal in evidenza sopra ogni sperimentazione: il risveglio con la velvetiana The thing’s hollow riacutizza la voce di Paolo Iocca che si fonde in una a quella di Marcella Riccardi, “no gravity”, ripetitività appena screziata. La placida boa di Holy yes to the sunny days rivendica la santità iniziale e si configura come il substrato più dolcemente pop, da collettivo animale selvaggio, e sono sempre gli arpeggi di mandolino dell’ex Massimo Volume a sbriciolare il mantra in assenza delle sovraincisioni irripetibili on stage: questa volta l’improvvisata che collega i brani si materializza in una sezione più lunga, chissà, forse uno dei nuovi brani in preparazione negli studi di Bologna… Giusto il tempo di un cambio di passo con la fibra dark che innerva Time machine -un’altra delle influenze cui potrebbero aver attinto i concittadini
Buzz Aldrin, a pensarci bene- squadrata e metodica nella batteria di Mattia Boscolo, e la finale Saint Lawrence tears
gioca la parte più nota ai fan dei vecchi Franklin Delano, uno sviluppo americana che vede Marcella al banjo, ennesima rotazione di strumenti per una band che non cessa di provare nuove strade nemmeno al momento di sciorinare il repertorio al pubblico. Quanti ce ne sono così, con questo spirito, in Italia? Ve lo dico io: pochi.

Enrico Veronese