Autoscopia
ed eteroscopia del poeta
Ogni visione (ogni scrittura) implica una cesura - selettività, montaggio o comunque lo si voglia chiamare - nel flusso del visibile (dello scrivibile) che è anche censura. Percepire il mondo significa perimetrarlo, creare il luogo del dicibile. Il cinema e la pittura ci riescono col cadre, la poesia con la forma. Per imbrigliare la più instabile, sfuggente, ambigua delle esperienze umane, l'atto sessuale, la poesia italiana per secoli, da Pietro Aretino a Patrizia Valduga, ha fatto ricorso a quello strumento di ce(n)sura perfettamente calibrato che è la forma-sonetto. Anche Tommaso Lisa, nei 69 testi che compongono il Pornocanzoniere - integrati dal supporto musicale delle quattro tracce madrigal-Djesche realizzate dai Rapsodi -, adotta la forma-Canzoniere, la forma-sonetto e, per il tramite dell'amato Seicento, la forma-idillio. Dell'idillio questi testi hanno l'impostazione - sono quadretti, piccoli bozzetti, scene di genere -, ma soprattutto la scelta dei protagonisti, i quali - secondando la tesi leopardiana - sono esseri inerti, esseri senza passione.
Nella neo-Arcadia del corpo-merce, sospesa fuori dal tempo o meglio risucchiata in un tempo amnioticamente cullato dalla cattiva infinità degli anni '80 - risorti in epoca di cellulari, siti internet e Viagra sotto forma di campionario vintage (Calippo, fustini di Dixan, Swatch, Miami Vice, Novantesimo Minuto) -, gli artefatti scenari campestri si sono trasformati in teatri di posa arredati con scenografie kitsch da set di film hard, mentre i rustici villanelli festanti hanno ceduto il passo a tutto un mondo di machi ben dotati, di bamboline con godemiche, di segretarie, p.r., modelli palestrati e modelle siliconate, di negri e adolescenti orientali, che sfila orgoglioso del proprio quarto d'ora di celebrità esibendosi in posture improbabili, sfregando i genitali, gemendo e contorcendosi senza sosta, per il solo godimento del lettore/spettatore. L'«uomo immagine eletto / più erotico feticcio / per il corpo perfetto» (LV) e le sue compagne Dora, Wendy, Jessica, Kay, Kelly, Niky, Sabrina, Samantha, Sandy, Sarah, Sylvia, identiche a partire dai nomi alle porno-attrici cui si ispirano per le loro gesta, naiadi o «pastorelle plastificate» (XLIV), ciascuna di loro «con il corpo come un manichino» (XXVI) pronto a funzionare a seconda delle esigenze da bambina viziosa (vedi i riferimenti a Bambi, Heidi, Barbie, e l'abbondare di pelouches e orsetti di pezza) o da «vergine, madre, sposa» (XXXIV), sono sex-machines non soggette a inceppamenti e défaillances: il loro coito, svuotato di ogni valore percettivo intrinseco, è interamente funzionalizzato alla propria telegenica spendibilità. Come gli attori di un breve videoclip pornografico, ultra-griffati e sponsorizzati dai più disparati prodotti di consumo, unti e depilati, i characters di questo pornocanzoniere non conoscono altra dimensione della sessualità, del godimento, che non sia quella ostensiva: esistono solo in quanto capaci di fingere - nei due sensi dalla parola - eccitazione.
La scelta spiazzante su cui Lisa gioca la scommessa di uno straniamento glaciale, beffardo, talora indisponente è quella di concentrare le pulsioni polioftalmiche che determinano il soggetto-agente dell'atto sessuale - etero o enterocettive che siano -, e di farle convergere - grado zero dell'erotizzazione, della seduzione, della lussuria - in un occhio fisso e impassibile, asettico: un Bulbo kubrickiano, o meglio residentsiale. Caduto ogni diaframma lirico tra l'io poetico e la realtà, caduta ogni possibilità di dare un senso alla natura delle cose che non sia la presa d'atto della loro reificazione, mercificazione, alienazione, il poeta si inabissa tra le pieghe del proprio gioco, abbandona il vivente alla propria autoevidenza. Il sesso, quella cosa molle e dura, cerebrale e bassoventruta, eccitante e ripugnante, in una parola quella cosa obscene, è posto off-scene, hors-champ. E con lui, è fuori-campo anche ogni passione, ogni psicologia, ogni assiologia della sessualità e ogni indagine dell'intimità - ossia del più intus: c'è insomma intimazione in questa pragmatica performativa del coito che risponde esclusivamente a una logica, a un'economia e a un'energetica della sazietà, ma nessuna interiorità: si scopa «per non sentire niente / con la ripetitività del moto / nel corpo, nella mente, / quasi a riempire a viva forza un vuoto» (LXIII). Nessun sondaggio nelle pieghe disperate ed esaltanti della carnalità, coi suoi slanci e le sue miserie, i suoi umori e le sue linfe - compreso il sangue e la pulsione di morte, quel che faceva scrivere a Baudelaire nel suo Journal Intime «Il y a dans l'acte de l'amour une grande ressemblance avec la torture ou avec une opération chirurgicale»: resta solo il Bulbo che con impassibile fissità, da distanza siderale, si limita glacialmente a descrivere, o meglio a registrare i dati esterni che vanno a depositarsi nel fondo della retina.
La scrittura che era, parafrasando un grande anatomista del desiderio come Bellmer, nient'altro che un'attività sessuale spostata, un sondaggio introspettivo alla ricerca dei fantasmi del desiderio, tra gli anfratti reconditi di un corpo tutto-organi e perciò stesso indivisibilmente erogeno, diventa nella contemporaneità il cannocchiale rovesciato, la lente dell'entomologo che permettere di prendere le giuste distanze da questo popolo di insetti fornicanti, di studiarli, di analizzarli e di notomizzarne il corpo ormai plastificato, «quasi irrigidita icona» (XLI) - e dunque impossibilitato a essere fonte del piacere-desiderio: la tensione alla zonizzazione della genitalità essendo ricondotta ai minimi termini proposti dalla mera settorializzazione fisiologica, secondo una topografia del corpo rimasta sostanzialmente invariata dalla morale cattolica dei Padri all'attuale funzionalizzazione merceologica dell'eros.
Abile nell'evitare ogni pur minima concessione alla satira di costume, estraneo agli astratti furori dei moralizzatori en travesti, Lisa registra questa casistica pornografica con grande asciuttezza, essenzialità e, nelle prove migliori, con qualche concessione all'ironia.
Riccardo Donati