Sono andato a vedere “MARLENE”, novità assoluta di Giuseppe Manfridi, interpretato da Pamela Villoresi con la regia di Maurizio Panici. Al teatro Michelangelo di Modena. Ne sono uscito interdetto, non trovando aggettivi adatti, e con il rammarico che la gente esca da teatro pensando che Marlene sia stata quella “roba lì”… per adeguarmi al linguaggio della messa in scena.
Ad apertura sipario, vestito di bianco su sfondo nero troviamo Joseph Von Sternberg interpretato da Orso Maria Guerrini che in evidente stato di ebbrezza (da birra Moretti? No da whisky!) dice con convinzione la prima battuta dello spettacolo:
“PUTTANA! Marlene sei una grandissima puttana!”
Ripetendo l'epiteto più e più volte tra lo sghignazzare gratuito del pubblico. Si sa, oggi se dici parolacce il pubblico ride.
Ma, almeno, già dalla prima battuta sappiamo in che direzione si svolgerà lo spettacolo! Prepariamoci.
Poi telefona, telefona alla Dietrich a Londra che sta per debuttare al Café de Paris. E sembra non stare nella pelle per raccontarci come è fatta la sua casa di Pasadena, quella che Marlene detestava tanto (ridicoli e fastidiosi i coyote che ululano in sottofondo). Dalla telefonata apprendiamo che Marlene e il marito non dormono più insieme da anni e che lui “si sbatte” ancora Tami, amante ormai di lunga data. Ne siamo contenti!
Ci trasferiamo quasi subito nel camerino della diva dove stanno lavorando freneticamente la figlia Maria e Tami, per l’appunto. Entrambe preoccupate per una sfilacciatura causata accidentalmente in un vestito di scena di LEI. Anche qui apprendiamo da una telefonata i nomi dei costumisti storici di Marlene: Travis Banton e Jean Louis. Sempre con la voglia e la necessità ostentata di farci sapere. Bene! (A questo punto l'abbiamo già capito che Manfridi ha letto con attenzione la tanto vituperata biografia della figlia, anche se l'ha letta con 15 anni di ritardo!)
Ma torniamo sulla scena: le due donne sono agitatissime perché sta per entrare LEI!
E finalmente LEI entra. Dovrei forse dire “fa il suo ingresso” ma mi sembra fuori luogo: LEI, in questo caso, “entra”… Applauso di cortesia alla signora Villoresi che da questo momento in avanti... inizia a sciorinarci (col suo immancabile accento toscano abbassato di qualche tono da un’improbabile voce arrochita “alla” Marlene) inizia a sciorinarci l’immagine stereotipata della diva capricciosa, isterica, sopra le righe, volgare e sciatta… una diva da cartoni animati? Magari, sarebbe già qualcosa!
E in tutta la prima scena sentiamo espressioni come “…anda, anda…” (usata per congedare la povera Tami) o “era lui che me li ciullava” o ancora “se cago chi mi vede”, “nel culo della vacca” per raggiungere l’apice con: “la tua fica Marlene”, battuta di Von Sternberg/Guerrini “la tua fica… è una patta maschile che farebbe diventare frocio il più abile degli scopatori!”
Marlene non era isterica anzi, proverbiale era il suo self control in ogni situazione per quanto estrema potesse essere, né era capricciosa, non almeno come questa versione vorrebbe farci credere. E non era volgare… non nel senso classico del termine. E poi sapeva incutere timore, solo con uno sguardo, non con le urla sgraziate e gratuite che la signora Villoresi ci impone: Marlene incuteva un timore sacro, dettato da una forte personalità e dal fascino misterioso che sprigionava dentro e fuori dalla scena, qui assistiamo al massimo al fastidio che può provocare una poveretta che gioca a fare la diva ma che diva non è…!
Ma arriviamo alla prima canzone: “The Boys In The Backroom”.
Se fino a questo momento, per uno spettatore impreparato tutto poteva passare, qui la situazione si fa davvero imbarazzante. Se la signora Villoresi voleva dimostrare che non sa cantare devo dire che è riuscita perfettamente nel suo intento.
Infatti lei le canzoni non le canta.
Le recita? Magari! Le accenna? Nemmeno.
In realtà non si riesce davvero a capire che cosa ne faccia. E anche se il pubblico, lì per lì rimane interdetto, alla fine della canzone, si sa, si deve applaudire e allora… applaude.
A “The Boys In The Backroom” seguiranno implacabilmente:
“Falling In Love Again”,
“You’re The Cream Of My Coffee” (fortunatamente coperta dalle battute di Joseph Von Stemberg –plauso alla regia-),
Johnny (affidata questa volta –per disperazione?- al Burt Bacharach di David Sebasti),
“Where Have All The Flowers Gone”
e, come recita il programma di sala “una su tutte: Lili Marleen”...
e con Lili Marleen, è vero, raggiungiamo proprio l’apice dello spettacolo…
Non si riesce davvero a capire l’intenzione dell’attrice: ne fa una parodia? Imita un travestito senza voce che scimmiotta la Dietrich?
O maschera il suo sforzo disumano cercando di ingannarci “travestendo” la sua inettitudine canora in una sorta di interpretazione interiorizzata?
O… bah!... lasciamo stare…!
Le due signore dietro di me se ne escono con:
“Certo che l’accento toscano le si sente, eh!”.
Il signore a sua moglie alla mia sinistra: “Si però non sa cantare!”
Una signora in pelliccia alla mia destra: “Ma forse stasera è afona, anche quando recita si sente che si sforza a parlare!”
Vivaddio!
Ma andiamo avanti… altra cosa curiosa e degna di menzione: questa Marlene si spoglia in continuazione. Si palpa frequentemente lì e te la sbatte continuamente in faccia stando sempre a gambe spalancate… oltretutto “senza suscitare il benché minimo fremito” (cito Masolino D’Amico in una sua critica allo spettacolo).
Allora mi viene da chiedermi: “E’ possibile che certe attrici, arrivate ad una certa età, sentano l’esigenza di spogliarsi in pubblico?”
La Dietrich non lo faceva, certamente non in pubblico, ma, dal libro della figlia, sappiamo neanche in privato, al massimo scopriva le gambe, ma altre parti del corpo mai, anche perché aveva dei segreti da nascondere. Anche quando faceva l'amore pretendeva la luce spenta!
Ma Marlene era sexy, anche vestita, misteriosa ed elegante.
La Villoresi ha la sensualità di una scopa e il sex appeal di un “frigider” (il termine vintage le si adatta di più, trovo).
Ma non è colpa sua in fondo… perché infierire allora?
Il secondo quadro dello spettacolo vede Marlene impegnata in un faccia a faccia con Burt Bacharach/David Sebasti (cito nuovamente D’Amico “un giovanotto decorativo troppo sicuro di sé”) che pur facendo decorosamente il suo lavoro è distante dal suo personaggio almeno quanto gli altri.
Qui l’allusione sessuale perde la sua connotazione allusiva e diventa esplicita con più di un’offerta a Burt da parte di Marlene del suo basso ventre infuocato.
Mi chiedo perché abbiano voluto dare della Dietrich una visione così bassa e triviale. Il libro della figlia è decisamente di molti gradini più su. Qui la storia ha passato diversi filtri: la riscrittura drammaturgica, la regia, l'interpretazione... scivolando di gradino in gradino sempre più in basso!
Ma lasciamo andare.
Termina il primo atto. Mi guardo intorno...
La gente, tutto sommato, è contenta di quello che ha visto e… sentito!
Certo che ne sanno loro di come gestiva e cantava la Dietrich!
Qualcuno, forse più preparato, avanza le sue perplessità, ma che vogliamo?
In un’epoca dove Sally Bowles in 'Cabaret' (ruolo di Liza Minnelli in cinema e Ute Lemper in teatro) viene affidata a Michelle Huntzicher, e 'Elena' di Euripide viene interpretata da Vladimir Luxuria, possiamo anche sorbirci, e a maggior titolo, una Dietrich interpretata da Pamela Villoresi… e applaudirla pure.
D'altronde in teatro abbiamo fischiato solo alla fine degli anni 70, quando i registi si chiamavano Strehler, Squarzina, Castri, Trionfo, Ronconi e le prime donne Moriconi, Brignone, Aldini, Morelli… e i fischi naturalmente non erano per loro.
Oggi è l’epoca dell’Isola dei Famosi e se anche la Villoresi così famosa non è (lontani ormai gli anni del “Marco Visconti” televisivo, anni in cui lei compariva a seni nudi sulla copertina di PlayMan) va bene lo stesso…
E tutto questo non perché la Villoresi non sia una brava attrice, per carità, per alcuni ruoli lo è (se solo perdesse un po’ di quel fastidioso vernacolo che l’accompagna da sempre dovunque!).
Può risultare non simpatica, magari, ma brava attrice lo è!
Ma Marlene, in questo caso forse era meglio non disturbarla. Per carità è solo una mia opinione personale, intendiamoci…
Ma arriviamo al secondo tempo che poi è il terzo quadro dello spettacolo. Marlene vecchia e “rincoglionita” nel suo ennesimo camerino alla vigilia del suo ennesimo concerto.
Avete presente il “vecchietto del west”? Lo stereotipo per eccelenza del vecchio?
Tutto ciò che il 'Manuale di ciò che non si deve fare' propone, qui lo troviamo, ulteriormente arrochito nel tono della voce... e il solo momento dello spettacolo dove il testo potrebbe suscitarci il classico brivido alla schiena ce lo giochiamo perché tutto sembra buttato in burletta con una battutina facile qua e là che suscita la risatina facile... qua e là.
PECCATO!
Anche l’incontro/scontro finale con la figlia (anche se sempre condito di racconti e aneddoti per “farci sapere”) che culminerebbe in una canzone “sussurrata” a stretto contatto tra le due, se pelle d’oca suscita, la suscita, aihmé, non nella direzione che dovrebbe…
Il solo rammarico è che la gente esca da teatro pensando che Marlene sia stata “quella roba lì”!
Morale.
Marlene non l’abbiamo vista neanche di striscio.
Le canzoni promesse non le abbiamo sentite…
Gli applausi ci sono stati è vero… quindi va bene, l’operazione può dirsi riuscita.
Alla fine hanno ragione loro.
Io non ho applaudito. Ho pagato 27 euro di biglietto e mi sono sentito in diritto di non applaudire.
E mi sento anche in diritto di scrivere questi miei appunti sul mio blog…
in fondo interpreto 'MARLENE D.' da 7 anni, qualcosa ne saprò.
Questo forse potrebbe farmi sembrare fazioso.
Ma sono andato a teatro libero da “prevenzioni”, mi sono seduto lì in platea bravo bravo, in una poltrona di nona fila come uno spettatore qualsiasi, uno spettatore più preparato di altri, questo sì, ma assolutamente qualsiasi e... quello che ho visto non mi è piaciuto.
Anche se è decisamente una bella donna, la Villoresi non è Marlene, questo spettacolo sarebbe stato perfetto se si fosse intitolato 'Diva' e non avesse fatto riferimento alla Dietrich.
La Villoresi è così lontana dal concetto di fascino, di eleganza e di glamour che fa sembrare sciatti anche i bei costumi di Lucia Mariani (anche se decisamente lontani dagli originali): dalla vestaglia del primo quadro, all’impermeabile nero-lucido e frac bianco del secondo, dall’abito di veli neri sul modellatore all’abito d’oro del terzo.
E’ sempre... goffa!
Se dopo tutti questi anni non ha ancora imparato a fare i ringraziamenti finali in maniera meno sgangherata! Figuriamoci col vestito d'oro della Dietrich!
Da Oscar il fermo immagine finale sottolineato da musica adeguata... alla Pinocchio di Collodi (dove sta la balena?)!
Ma di tutto questo il pubblico sembra non accorgersi. In fondo lui che ne sa come era davvero Marlene!
Il guaio è che è talmente abituato al peggio che quando vede “il meno peggio” lo scambia per “il meglio”. Specchio dei nostri tempi.
La sensazione è che nessuno degli attori si sia preso il disturbo di andare a vedere come in realtà fossero gli originali: quello che in gergo si chiama studio del personaggio... ognuno ha riproposto esattamente se stesso!
Perciò?
Perciò… non basta perdere 12 chili per fare Marlene, ci vuole altro... forse la signora Villoresi avrebbe potuto acquistarne altri 8 di chili e magari buttarsi su Mae West! Hai visto mai che…!
QUINCE
Ah! Una mia curiosità personale. Il signor Manfridi dove l'ha letto che la Dietrich negli ultimi anni teneva i suoi concerti solo negli alberghi dove alloggiava?
Per sua informazione tra il 1971 e il 1975 (ultimi anni delle sue esibizioni) Marlene ha tenuto ben 75* concerti in giro per il mondo, di cui solo una decina negli alberghi, gli altri 65 no!
... con un clik oggi è tutto facilmente documentabile...
* contando solo la sera della prima naturalemente, repliche escluse
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