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IL MIO AMICO Biswajit Choudhury, giornalista e storico, nato a Calcutta e residente a New Delhi, mi fa notare quanto sia inutile e senza risposta domandarsi dove stia andando l'India: «Perché è una realtà complessa, ci sono in giro tutti i pensieri del mondo». In questo immenso crogiolo, i trentatré milioni di divinità del pantheon indiano rappresentano l'incredibile biodiversità del paese. Un numero straordinario di etnie, lingue, tradizioni religiose convive in un paese dove la concezione del tempo si incarna anche nell'esistenza parallela di più "tempi storici". Comunità tribali e avanguardie tecnologiche. L'India è un paese che sfugge a facili generalizzazioni: c'è l'India degli esperimenti nucleari e quella della pace e del "servizio" agli altri sulla quale giganteggia la figura di Gandhi [e il suo pensiero: « Non può esserci pace se non c'è giustizia sociale»]. C'è l'India dei mercanti, quella delle multinazionali e quella della fierezza e della dignità di antiche popolazioni che resistono all'avanzare dell'economia di mercato. L'idea di aprire un Centro autogestito a Calcutta, in collaborazione con alcune Ong indiane, ci è sembrata realistica. Perché esiste un terreno preparato alla collaborazione e già attivo, una variegata trama di organizzazioni impegnate da anni in progetti di grande impatto sociale. Perché i pochi interventi occidentali sono spesso «calati dall'alto», come una «beneficenza» poco o nulla rispettosa della tradizione indiana. Il progetto dell'Osteria a Calcutta prevede al momento la realizzazione di un consultorio a carattere medico, sociale e psicologico, dove sarà data importanza primaria alla rivalutazione dei saperi tradizionali; la realizzazione di un dispensario per generi alimentari di prima necessità; l'organizzazione di corsi di alfabetizzazione; la produzione di materiale documentario che promuova una miglior conoscenza della realtà indiana. Per cominciare a lavorare, abbiamo discusso a lungo di questi primi obiettivi con Gini Sen, responsabile della scuola primaria dell' All Bengal's Women Union di Calcutta, che racconta: «La nostra organizzazione coinvolge decine e decine di donne e centinaia di bambini provenienti dagli slums qui intorno. Le donne arrivano in condizioni di disagio gravissimo, anche dalle zone rurali e dal carcere. Alcune sono state buttate in strada dagli ospedali psichiatrici troppo affollati. Noi forniamo loro un alloggio, cibo e cure mediche e le aiutiamo a organizzarsi in una cooperativa artigiana. Sono loro stesse a decidere e portare avanti i progetti. Il primo lavoro è quello sul recupero dell'identità personale. Si tratta di far ritrovare loro la fiducia in se stesse, come esseri umani e come donne. I due obiettivi, quello nella lotta contro piaghe croniche come l'analfabetismo, l'usura, le malattie e la fame, e quello per il recupero dell'autostima vanno di pari passo».
L'autentica cucina bengalese
Riuscite a sostenere queste intenzioni? «Il nostro comprensorio è molto grande, la scuola primaria è riconosciuta dal governo, ma abbiamo sovvenzioni scarsissime e, pur lavorando noi praticamente senza orario, resta una mole immensa di lavoro da svolgere. Le donne hanno dato vita da anni a un ristorante autogestito: forse solo da noi puoi trovare l'autentica cucina bengalese. Funziona bene, ma è piccolo e si dovrebbe ampliare. La mancanza di un consultorio medico stabile è poi il problema più urgente, perché i medici disponibili a offrire prestazioni gratuite risiedono lontano e non è possibile ricorrervi in continuazione». Al Vivekananda Ashram, nella zona nord di Calcutta, Meeta Majundar, responsabile delle bambine, ribadisce l'importanza dell'autogestione: «Si deve partire dagli ultimi della scala sociale, dai paria, da coloro che si trovano in condizioni di maggior svantaggio, perché è da loro che nascerà un mondo nuovo. E' a loro che si rivolgono i nostri testi sacri, ma le caste alte hanno usurpato il messaggio religioso e lo nascondono ai poveri. Per questo l'istruzione delle basse caste riveste per noi un ruolo fondamentale». Il Vivekananda Ashram è un'organizzazione che si rifà agli ideali di Ramakrishna e del suo discepolo Vivekananda che, amico dell'anarchico russo di fine ottocento Kropotkin, e profondo conoscitore dei movimenti anarchici e marxisti degli inizi, fu inviato quale rappresentante dell'induismo al Congresso universale delle religioni che si tenne a Chicago nel 1893. Oggi è venerato come un santo nel grande tempio di Kali a Calcutta.
Vivekananda, l'anarchico
Per tutta la vita attaccò incessantemente i bramini, che «hanno trasformato la religione in strumento di controllo e potere politico, depredando le masse, sfruttandole come bestie e espropriandole della parte maggiore dei frutti del loro lavoro». Vivekananda profetizzò che gli Shudra, i Paria, i diseredati, sarebbero stati la nuova classe dirigente del paese. Definì le classi agiate dell'India «il passato remoto, un incubo dopo un' indigestione», e le ammonì: «Non farete in tempo a svanire nell'aria che già udrete le grida di inaugurazione della nuova India risuonare con la voce del tuono e riecheggiare attraverso l'universo». Oggi Meeta, una donna minuta, umile, di una soavità tutta indiana, è portavoce di questo messaggio. Non ha dubbi sul fatto che sia ormai giunto il tempo degli ultimi, e spiega: «E' il momento di unirci. Veniamo tutti da uno stesso Dio. Non importa la nostra lingua, il colore della pelle, il nostro futuro, la religione che professiamo. L'unica cosa che ha importanza è l'amore tra noi. E' questo che può renderci davvero invincibili». Di questo non dubita neanche il responsabile della Ideal society for youth, un'organizzazione che, a dispetto del nome, si occupa in prevalenza di anziani. «Non ci sono frontiere, né limiti –spiega Ajit Nin-, i poveri di qualunque parte del mondo vivono le stesse terribili condizioni e devono unirsi. Sono il capitalismo e la globalizzazione a creare uniformità di modelli di comportamento malati. In India, ad esempio, esiste la famiglia allargata, è nella nostra tradizione e cultura l'impegno di occuparsi dei propri genitori che, a loro volta, sanno avere cura dei bambini. Ma persino qui il falso mito dell'arrichimento9 individuale sta provocando fratture, ci sono figli che inseguono il benessere e abbandonano i genitori in condizioni disperate4». Aggiunge però che «a dispetto del consumismo diffuso nella piccola borghesia urbana, l'India cela farà». «Perché l'India è una democrazia –come dice Biswajit Choudhury, il giornalista- e l'unità intrinseca del paese poggia su una cultura che viva, vissuta, espressa nel modo concreto in cui un miliardo circa di persone vive e agisce». Di questa immensa cultura però, arriva in occidente un'informazione scarsa che lascia spazio al formarsi nell'immaginario collettivo di una falsa india, di volta in volta un Paese di grandi mistici o di straccioni. Se Vandana Shiva non avesse gridato a gran voce negli ultimi anni, è probabile che la maggior parte degli occidentali continuerebbe a guardare al subcontinente come a una terra di persone passive davanti a un karma ineluttabile. Al contrario: l'India è sempre stata un Paese di persone vive e combattive. E le donne sono state sempre in prima linea, dal movimento tantrico [diffuso nel quinto secolo dopo Cristo, cercava di resuscitare il culto della Dea Madre, opponendosi all'ortodossia indù e alla piramide castale], al movimento ecologico Chipko che, dagli anni '70 lotta in difesa delle foreste contro il disboscamento selvaggio: Chipko vuol dire, letteralmente, «abbracciare gli alberi», ed è un'organizzazione molto diffusa tra le contadine delle caste basse delle religioni himalayane. In un paese prevalentemente agricolo, il profondo legame con la natura, intesa come un tutto composto di miliardi di differenze, è una concezione dell'esistenza, è una concezione dell'esistenza. Gandhi considerava unite natura, etica, economia, spiritualità e azione politica e sociale, saldate nella prospettiva unitaria dell'induismo che ha per fondamento la condivisione tra tutte le creature viventi. E' una nuova etica in campo economico e sociale è da tempo caratteristica del lavoro quotidiano del vasto arcipelago delle Ong indiane. Oggi più che mai la voce dell'India può trovare orecchie per essere ascoltata. Perché, come ci spiega Meeta offrendoci te e dolci alla cannella, «noi abbiamo sempre concepito l'universo come un tutto, e la salvaguardia delle differenze è un punto cardinale della nostra concezione della vita. Niente esiste di per sé, tutto esiste in quanto è in relazione col resto. Di fronte al dittatoriale tentativo di imporre al mondo il pensiero unico del profitto, è oggi che possiamo portare i nostri contenuti alla ribalta del mondo e essere ascoltati».
Il furto del niym
La distruzione della biodiversità e la creazione di prodotti geneticamente modificati e cancerogeni sta sconvolgendo anche in India l'ordine naturale. Le multinazionali, con atti di autentica pirateria, si appropriano di patrimoni di conoscenze tramandate per secoli e fabbricano prodotti geneticamente modificati brevettandoli. E' il caso del niym, il bellissimo albero dalle grandi foglie che vediamo dalla nostra finestra. «Cresce ovunque, qui e nella zona di Delhi –dice Biswaijt- da secoli è considerata una pianta medicinale. Ci si preparano impacchi e decotti che curano la malaria e il vaiolo. Le multinazionali hanno utilizzato questa antica ricetta per produrre un farmaco, che peraltro ha gravi effetti collaterali, e lo hanno brevettato, anche molti prodotti alimentari autoctoni, naturali, a bassissimo costo, sono stati messi fuori commercio con motivazioni arbitrarie e sostituiti con altri geneticamente modificati. Vandana Shiva ha portato all'attenzione la storia dell'olio di senape, di cui è stata vietata la vendita al dettaglio per imporre l'olio di soia, importato dagli Usa a carissimo prezzo e la cui nocività è scientificamente provata. Per non parlare del programma 'terminator', un sistema tecnologico che fa in modo che le sementi non germoglino più dopo il primo raccolto, costringendo i contadini ad acquistare le sementi dalle multinazionali». I governi indiani non hanno saputo contrastare tutto questo e, a volte, se ne sono resi complici. Il Partito del Congresso, che ha governato l'India per quarant'anni, è crollato in parallelo a diver5si scandali per corruzione e a dure critiche alla politica di liberalizzazione economica perseguita da Rajiv Gandhi nei suoi ultimi anni. Il Bjp, che governa dal 1996 con una coalizione nazionalista, non ha realmente abbandonato la tendenza allo smantellamento del settore pubblico in favore di quello privato. Si contano a concedere diritti di proprietà a stranieri, e l'enfasi sull'integralismo è variamente combinata con l'ostinazione a perseguire un modello di sviluppo occidentale. Dice Biswajit: «Gli scenari politici e sociali stanno però profondamente mutando: l'India di oggi è un paese in forte transizione e le trasformazioni più evidenti riguardano le basse caste, i cui esponenti governano in alcuni stati della federazione anche con voti delle comunità mussulmane. C'è un forte rimescolamento degli equilibri, e sta crescendo in molte regioni una nuova opposizione di base». Lo possiamo osservare nel lungo giro per i villaggi che facciamo in Bengala. Ci sono movimenti nuovi, c'è il potere dei «Panchayat» [i Consigli di villaggio], la partecipazione delle donne ai «Mahila mandal» [assemblee decisionali, in cui siedono fianco a fianco donne di caste diverse]. Seduti in circolo, all'ombra fresca delle mangrovie, trascorriamo momenti intensi discutendo con donne e uomini animati da grande entusiasmo nel mostrarci i miglioramenti che sono riusciti a conquistarsi. «… qui c'è il nuovo pozzo, qui stiamo conservando sementi per sottrarle alla biopirateria», raccontano. Ci parlano di come, nelle aree rurali, lo sviluppo dal basso parta dalla ricostruzione dell'identità di villaggio e dalla promozione del ruolo sociale delle donne. Ci illustrano i loro programmi di micro-credito e di promozione e recupero delle attività artigiane. «Nelle sterminate città indiane, invece, la situazione è differente –ci aveva detto Gini Sen- il tessuto sociale è estremamente variegato e il lavoro di unificazione è più complesso».
Tra democrazia e dittatura
Calcutta è l'ex capitale dell'impero britannico ed è oggi capitale dello stato del Bengala, lo Stato dei poeti e degli artisti dell'India. A Calcutta si fa cultura. E ci sono fermenti sociali fortissimi. Il governo marxista del Bengala si è adoperato moltissimo per i villaggi che circondano la città. E' stata frenata la forte immigrazione dalle campagne verso la metropoli, anche se l'afflusso continua da altre regioni: dalle Piane del Gange e dagli altri Stati del Sud, e dal Bangladesh. Venti milioni di abitanti: una città che sta esplodendo. Governarla è un'impresa fortemente ostacolata dai paesi occidentali attraverso varie forme di neocolonilismo: il ricatto del debito, le lusinghe di vantaggi economici in cambio della rinuncia a cercare un proprio sviluppo. I prezzi sono più bassi che in qualunque altra metropoli indiana, ma la crescita generale del tenore di vita non riguarda ugualmente i diversi strati di popolazione. A Calcutta non c'è lavoro per tutti, scuola, trasporti, infrastruttura urbana sono in condizioni precarie. Gli slums della città sono tristemente famosi. Le organizzazioni di volontariato internazionale quasi dimenticano Calcutta. Le tre case generalizie di Madre Teresa sono una goccia nel mare. Secondo Vandana Shiva «siamo all'ultima lotta, quella tra due sistemi di organizzazione umana: il primo basato sul piccolo, dove il singolo può ancora decidere in parte il proprio futuro e esercitare diritti democratici, il secondo basato su un'economia totalitaria e su una monocultura in primo luogo della mente, in cui una manciata di multinazionali abusa del pianeta e profitta delle contingenze per guadagni a corto termine. Si tratta di scegliere tra democrazia e dittatura. E scegliere comporta agire concretamente».
Marina Valente, «Carta», 11/17 ottobre, 2001, n. 14.
12:00 AM
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