Il Griot, maestro della parola
"L'uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia fuggire dalle sue labbra".
Il Griot, maestro della parola.
Nelle società illetterate (o pre-letterate), ossia prive di scrittura, la conservazione e la trasmissione del patrimonio culturale si fondano prevalentemente sulla letteratura orale tradizionale, espressa quasi sempre in forma cantata.
In particolare nell'Africa Occidentale o sub-sahariana la memoria storica e culturale della comunità è affidata agli specialisti della parola orale.
"Maestro della parola” (Maître de la parole, per i francofoni) è un titolo onorifico riservato a coloro che conoscono bene la storia del proprio popolo. La conoscenza della storia tradizionale è per il gruppo sociale un fattore di coesione e di identità; ogni etnia ha la sua storia particolare, per mezzo della quale l'individuo può riconoscersi come appartenente ad un gruppo etnico-sociale che si distingue da altri, o giustificare la propria posizione sociale all'interno del gruppo stesso.
Il musicista-poeta-cantastorie ha un ruolo sociale molto importante, in quanto memoria storica della collettività. I cantastorie, musicisti di corte, bardi o menestrelli, che hanno cantato per secoli le gesta eroiche di principi e re con l'accompagnamento musicale, sono i detentori dell'arte della parola. Dai loro canti traspaiono miti, leggende, credenze, conoscenze che fanno di loro i depositari del patrimonio storico e culturale del popolo cui appartengono.
Per i popoli Mandinka in Gambia e Senegal (Manding in inglese), Maninka in Guinea e Mali (Malinké in francese), Bambara o Bamana nel Mali, Dioulà in Costa d'Avorio, Mende in Sierra Leone e Liberia, questo compito spetta al griot.
In tutta l’area sub-sahariana, l'esecuzione di alcuni strumenti musicali e la padronanza di un repertorio vocale o strumentale considerato patrimonio collettivo è una prerogativa di casta e spetta ai griots.
Un tempo i griots erano i consiglieri del re e conservavano la "costituzione del regno con il solo lavoro della loro memoria".
Ogni famiglia principesca aveva il suo griot incaricato di conservarne la tradizione e le gesta.
Attraverso pratiche divinatorie erano anche in grado di fornire auspici allo scopo di valutare, per esempio, l'opportunità di entrare in guerra con altri popoli.
Il griot era il portavoce del re presso il popolo, e spesso fungeva da intermediario nelle relazioni diplomatiche del re con ambasciatori di altri regni.
La tradizione dei griot e delle griottes è un mestiere che può essere praticato indistintamente sia dagli uomini che dalle donne.
In genere, è un mestiere di tipo familiare, si trasmette cioè di padre in figlio o comunque all’interno della stessa famiglia; le conoscenze di un griot spaziano dalla storia, alla cosmogonia, alla genealogia, alla mitologia, alla storia politica e delle discendenze della particolare cultura a cui appartiene, pertanto i suoi repertori variano in base al contesto nel quale si trova ad operare.
Lo storico maliano Amadou Hampáté Bá (1901-1991) li suddivide in tre categorie, secondo il loro ruolo:
– i griots musicisti che suonano tutti gli strumenti, spesso meravigliosi cantori, conservatori e trasmettitori di musiche antiche e allo stesso tempo compositori;
– i griots ambasciatori e cortigiani, incaricati di intrattenere le grandi famiglie, essendo legati ad una famiglia nobile o reale, spesso ad una sola persona;
– i griots genealogisti, storici o poeti (o tutti e tre allo stesso tempo) che sono generalmente cantastorie e viaggiatori, non necessariamente legati ad una famiglia.
Di fatto, i griots sono la memoria vivente del loro popolo, per questo, come disse Hampáté Bá in una conferenza all'Unesco negli anni Sessanta, in Africa. “ogni griot che muore è come una biblioteca che brucia”.
Il sangue ereditato e il sale della vita
Sembra che il termine griot sia il frutto dell'africanizzazione di una parola estranea all'Africa sub-sahariana, forse tratta da un termine arabo oppure, più verosimilmente, di probabile origine francese (alterazione di guiriot, e questo dal portoghese crudo, servo, domestico), che sta ad indicare il musicista di casta che si tramanda quest'arte per via ereditaria e che assume varie denominazioni secondo l'etnia di appartenenza:
djelí o jelí (jelimuso se donna, plurale jelimusolu) tra i Maninka di Mali e Guinea e i Bambara del Mali,
jali (plurale jalolu) tra i Mandinka di Senegal e Gambia,
gewel tra i Wolof del Senegal,
gawlo (plurale awlu'be) tra i Fula, Fulani, Peul, Tukrur di Senegal e Gambia,
gesere (plurale geserun) o diare (jaare) tra i Soninke (Sarakole o Marka) del Mali
e jeseré (plurale jeserey) tra i Songhay stanziati nella regione al confine tra Mali e Niger.
Il nome "djelí" proviene da una vicenda leggendaria che si racconta in versioni più o meno simili. Una di queste narra di due fratelli che si erano inoltrati nella foresta, finendo col perdersi, quando il più giovane, sentendosi mancare le forze per la stanchezza e la fame, decise di fermarsi e lasciare proseguire il maggiore da solo. Costui finse di allontanarsi per poi ritornare con un pezzo di carne fresca che diede da mangiare al fratello. Si rimisero cosí in viaggio. Solo in vista del villaggio il più giovane si accorse che il fratello sanguinava dalla coscia. Comprese allora di quanta generosità avesse beneficiato e promise al fratello eterna riconoscenza e devozione, e per il sangue versato, gli diede il nome di "djelí" (sangue).
Nella lingua maninka il termine jelì, significa sia sangue che griot: non presenta differenze né da punto di vista fonetico né sul piano tonale. In una storia raccontata in Costa d'Avorio, il griot viene rappresentato nello schiavo dell'angelo di dio mandato sulla terra per fermare una guerra e che si presenta davanti ai due capi antagonisti con due teste tagliate. In altre storie si racconta che quando i grandi guerrieri uccidevano i nemici, i griots tagliavano la testa dei cadaveri. Caricavano le teste tagliate sulle spalle e le portavano al villaggio come prova delle gesta eroiche dei guerrieri. Il sangue delle teste tagliate scendeva sul loro corpo ed è per questo che furono chiamati jèlí.
In una leggenda islamizzata il protagonista Sourakata, antenato di tutti i griot, beve il sangue della ferita procurata a Maometto.
La storia racconta che il Profeta aveva un'infezione alla gamba.
La piaga si gonfiava.
Ma la terra rifiutava il sangue; anche il cielo, le foglie e le radici degli alberi facevano lo stesso.
Non volevano che il sangue di Maometto fosse versato.
Allora Sourakata bevve il sangue.
La gente disse: «Sourakata ha una parte del sangue di Maometto!», e così venne chiamato jèlí come pure tutti i suoi discententi.
Altri miti cosmogonici mettono in risalto come il griot è generato dal sangue. In uno di essi si racconta che l'antenato dei griots che ha origine dal sangue del sacrificio di Faro (nella versione mandingue) o di Nomino (nella versione dogon), discende dal cielo tenendo nelle mani il cranio del sacrificato, rappresentazione simbolica del primo tamburo del griot.
In wolof, lingua parlata dalla maggioranza dei senegalesi, gríot si dice guewel che, secondo gli esperti si traduce con l'espressione "formare un cerchio attorno a qualcuno".
Il griot è quindi colui che parla e viene ascoltato dalla folla radunata nel penc, l'area circolare su cui la comunità si dà appuntamento per ascoltare, discutere deliberare.
Ma se la riunione è indetta per permettere a tutti dì assistere ad una cerimonia o ad uno spettacolo il penc viene detto geew.
Tuttavia il pubblico non si limita ad ascoltare lo specialista dell'epopea, egli interviene, dialogando col griot ed eventualmente provocandolo o criticando la sua esposizione dei fatti.
Chi tra il pubblico prende la parola perchè ritiene di poter fare meglio affermerà di voler "aggiungere il suo pugno di sale nella marmitta".
L'abilità del "maestro della parola" consiste anche nel saper piegare la sua eloquenza ad aduaci risposte e controprovocazioni nei confronti del suo pubblico. Questa lotta o scontro verbale fornisce uno dei diverti menti a cui si aggiungono il piacere di cogliere le velate allusioni a fatti passati o recentissimi, nonché le risate provocate dalle spudorate battute del gríot.
Secondo l'opinione generale un mondo senza griot sarebbe "insipido come il riso senza salsa".
Nella tripartizione classica, per esempio quella dei fulbe, la casta dei griot si suddivide in :
mabo, gawlo e tíapourta.
Il primo è di solito legato ad una grande famiglia di cui costituisce l'archivio vivente e dei cui membri egli rievoca le gesta eroiche accompagnandosi con il suo liuto: la kora.
Considerato un consigliere per le famiglie nobili egli ne è il portaparola nelle situazioni pubbliche, dove un tempo era considerato disdicevole per il principe o per il Re parlare ad alta voce. Questi si rivolgeva allora al suo gríot, sussurandogli all'orecchio le sue decisìoni. Il griot prendeva fiato e, con tono solenne, informava gli astanti, avendo cura di esprimere il concetto secondo le forme di uno stile irresistibile.
Se la parola del mabo è considerata veridica, quella del gawlo è presa con precauzione.
Non è certo la scarsa conoscenza della storia e della tradizione che gli viene rimproverata, ma l'uso spregiudicato che egli ne fa, per costringere chiunque l'ascolti a ripagare le sue effusioni liriche con laute mance, non esitando a gettare il discredito su chi non si dimostra sufficientemente generoso, rivelando ciò che doveva essere taciuto.
Nella scala sociale dei gríot l'ultimo posto spetta però al tíapourta il quale, vagando coi suoi strumenti per villaggi città e campagne, si lascia coinvolgere troppo dal ritmo sfrenato degli strumenti e con la sua libertà di parola arriva fino all'oscenità, sfruttando a fondo la tradizione che vuole che un gríot non possa essere picchiato né punito per ciò che dice.
Anche se è vero che gríot non si diventa, ma lo si nasce, prima di diventare il poeta ispirato la cui fama valica i confini del paese egli deve subire un addestramento fin dall'età di cinque anni, magari all'interno della sua famiglia, per poi spostarsi presso veri e propri "centri di studio".
Per i gríot malinkè, i famosi jelì, può essere l'austera scuola di Keila nel Mandèn, dove li attende un gravoso periodo di apprendimento che può durare più di dieci anni. O ancora nella città di Kita (Mali) che è considerata la "capitale" dell'arte oratoria (jeliya) e rimane ancora oggi il centro della scuola musicale dei Mandingo.
Sia i figli dei nobili che quelli dei gríot passano in realtà anni a memorizzare le gesta degli stessi antenati, senza che gli uni sappiano (ufficialmente) degli altri. I nobili non possono permettere che i griot siano i soli a conoscere per intero la storia della loro famiglia, i griot devono impedire che nella famiglia nobiliare a cui sono legati qualcosa succeda o si dica a loro insaputa. Esistono certe musiche, corrispondenti a particolari "porte" (capitoli) dell'epopea che devono essere taciute per salvaguardare il buon nome di una famiglia, e che tuttavia si devono ripetere per poter essere memorizzate e trasmesse. Ma il gríot ne è il proprietario riconosciuto e se per caso sorprendesse un nobile a ripetere il ritornello di certe canzoni sarebbe autorizzato a farsi pagare una forte ammenda, e a farsene beffe sulla pubblica piazza.
Sapendo che il griot, parlando, tace sempre una verità, gli ascoltatori nutrono una sana diffidenza nei confronti della sua arte. Consapevole di tutto ciò, prima di cominciare la sua "performance" egli spesso avverte: "Ve ne dirò una parte, per conservarne un po' nella mia pancia".
Che lavori per la verità o per la menzogna, la lingua del gríot viene da lui stesso paragonata al miele e al peperoncino piccante, con essa, egli afferma, si può spegnere un incendio o farlo divampare. Disprezzato dagli uomini liberi perché appartenente ad una casta, egli ricambia il disprezzo vantandosi "di non curarsi né della pioggia né del sole", cioè di non aver bisogno di lavorare la terra per vivere. Infatti nella ripartizione delle caste, gli uomini liberi sono contadini, i nobili guerrieri. Le caste comprendono gli artigiani, i fabbri, i falegnami, i calzolai, i tessitori ed i gríot. L'ultimo gradino della scala sociale è occupato dagli schiavi. Ai principi fieri nel maneggiare le armi che lui non può toccare, simbolo di un potere da cui gli uomini di casta sono esclusi, egli ricorda che "la lama del coltello può certo essere affilata ma non potrà mai tagliare il suo stesso manico", vale a dire che l'uomo nobile non può parlare bene di se stesso, ha bisogno di un altro che lo lodi per essere credibile. A coloro che, appartenendo ad un'altra casta lo denigrano perché vive della sua parola, elemento quanto mai inconsistente, egli risponde: "Se dici che saper parlare non serve a niente è perché la tua parola non ti ha mai salvato dalla morte".
Tuttavia, l'ambivalenza della figura del gríot sembra essere legata a quella della parola. Come dice il proverbio, "La bocca è la spada che sventra la pancia di un uomo", e alla base della formazione delle caste nella tradizione malinkè sta, non a caso, un segreto svelato.
Leggende e storie dell’origine
L'epopea malinkè di Sundjata permette di risalire alla formazione delle caste nell'area dell’Africa Occidentale, rimandando alla figura del potentissimo re Sumanguru (o Sumaoro), capostipite della dinastia dei fabbri Kantè, grande mago e stregone. Alla sua sconfitta nella lotta avvenuta nel corso del XIII secolo contro il principe cacciatore Sundjata, fondatore della dinastia dei principi Keita, fece seguito una ripartizione delle famiglie in nobili e "cascati".
La società tradizionale mandingo è una società di caste fortemente stratificata; la società precoloniale era tripartita in horon (agricoltori, cacciatori), nyamakala (artigiani, commercianti) e jon (schiavi).
La nobiltà o horon (nati liberi), costituita dai discendenti del fondatore dell'impero del Mali, Sundiata Keita, e i suoi generali, è in cima alla scala gerarchica, mentre i discendenti degli schiavi (djon o jon) occupano lo strato piú basso; nel gradino intermedio stanno gli artigiani (nyamakala), una casta che include i fabbri (numu), i pellai e vasai (garanké) e i cantastorie (djelí), considerati "artigiani della parola".
Poiché la schiavitú è stata abolita alla fine del periodo coloniale, la società mande si presenta bipartita in horon e nyamakala.
Gli artigiani nyamakala hanno la facoltà di "dare forma' con le proprie mani all'energia spirituale nyama. I fabbri, in particolare, sono considerati coloro che piú di tutti possiedono il dalílu (plurale daliluw), il potere di trasformare la materia che dominano attraverso forze sovrannaturali (nyama). Ogni casta è riconoscibile dal cognome: i nobili (horon) sono Keita, Konaté, Touré; i djelí portano i cognomi di Kouyaté o Diabaté; i numu quelli di Camara (Kamara), Konté o Kanté, Dumbia, Sissoko.
L’appartenenza alla casta di griot può essere infatti facilmente identificata dal nome della famiglia: Kouyaté, Diabaté, Dramé, Niakaté, Soumano sono alcuni esempi fra i più noti tra Mali, Senegal e Burkina Faso.
Ad ogni famiglia appartenente alla casta dei griot è dato in dono uno strumento.
Se il balafon è suonato esclusivamente dalla famiglia dei Kouyaté, la kora che è un’arpa-liuto a 21 corde, dal suono celestiale e evocativo, lo è solo dalla famiglia Diabate.
Narra la storia di come il primo balafon o xilofono appartenesse a Sumanguru Kantè, il griot personale di Sundjata, il quale entrò di nascosto nella casa in cui Sumanguru accudiva i suoi feticci per sorprendere il segreto del suo potere e si mise a suonare lo xilofono, violando così un divieto. Sorpreso dal Re-Fabbro, il griot improvvisa una canzone di elogio per Sumanguru che, compiaciuto, esclama "è troppo piacevole farsi lodare da un altro" e gli taglia i tendini, affinché non possa mai più allontanarsi da lui. Dopodiché gli impone un nuovo nome 'Bala Faseke Kouyate", cioè 'Tu che hai visto il mio xilofono e l'hai suonato, c'è un segreto fra te e me".
Per la kora invece, una leggenda sostiene che fu sottratta a uno spirito femminile nelle grotte di Kansala, nell’attuale Gambia, da Touramakan, un generale di Soundjata della stirpe dei Traore, che in seguito la donò al suo djeli, Djelimaly Oule Diabate: da quel momento la kora appartiene ai Diabate.
La tradizione dei griots viene fatta risalire a Diakuma Dua, il griot personale di Sundiata Keita, anche se, nell'ottica islamica, il precursore è considerato Surakhata, colui che recitava gli elogi dei Saaba, i compagni del Profeta.
Sono gli stessi Kouyate che riconoscono in Sourakata Ben Zafara, compagno di Maometto, l'antenato di tutti i griots. In una leggenda raccolta in Costa d'Avorio troviamo Sourakata torturato perché non vuole pregare; quando egli grida per chiedere perdono, Maometto dice: "Dal momento che egli grida bene, non uccidetelo! Lui resterà con noi e griderà. Tutti i figli e i nipoti di Sourakata saranno griot".
Un tempo al servizio del re per quale svolgevano il ruolo di intrattenitori, consiglieri, messaggeri, oggi i griots sono spesso indipendenti e svolgono il ruolo di intrattenitori presso le case di privati, dove sono invitati in occasioni festive (matrimoni, battesimi o altro) per raccontare le gesta degli antenati dell'ospite. In Mali, il djeli dei Mandingo e lo gnegno (plurale gneibe) dei Peul, oltre ad animare le feste nuziali, ricoprono il ruolo di mediatori e messaggeri tra due famiglie nobili per fare una domanda di matrimonio (le noci di cola portate in offerta al padre della futura sposa hanno un grande significato simbolico). Il griot talvolta interviene come mediatore in situazioni conflittuali, come ad esempio le dispute familiari, per tentare di trovare una soluzione o un compromesso tra due famiglie o due componenti appartenenti allo stesso nucleo familiare.
I griots, nonostante il loro livello sociale sia molto basso, sono rispettati e stimati per la saggezza e l'abilità musicale, ma sono anche temuti, sia perché, come per altri artigiani, si ritiene che possiedano poteri magici, sia per la loro conoscenza del passato. L'eccentricità, al limite del comportamento deviante, consente loro di dire cose "scomode"o addirittura di insultare il committente per la sua avarizia, rimanendo comunque impuniti data la loro appartenenza ad uno status speciale che garantisce privilegi e libertà che altri non hanno. La loro posizione ambigua, caratterizzata da un basso livello sociale ma da un'alta importanza sociale, consente loro una singolare mobilità all'interno del sistema delle caste.
Il repertorio dei griots è costituito da brani (julo) o canti (donkili), soprattutto i fasa (da fa, padre e siya, lignaggio), relativi alla narrazione cantata delle genealogie, della storia e delle leggende delle dinastie dei Mande. Trai canti epici è molto diffuso tra i jelí il poema epico Sundiata (Sundiata fasa), che descrive le imprese del guerriero che fece del suo regno un impero: Sundiata Keita, fondatore dell'Impero del Mali nel XIII secolo, che durò 400 anni prima di essere conquistato dai Songhay di Gao.
L'epica di Sundiata
Di seguito una sintesi dell'epica di Sundiata, a cui si è ispirato il regista burkinabé Dani Kouyaté per il film Keita, l'heritage du griot.
Nel regno del Mande (Mali), il sovrano Maghan Kon Fatta "Konatè" aveva due mogli: Sasuma Bereté e Sogolon Konde (detta "Kediugo" o "Kédjougou, "la brutta").
Ambedue ebbero un figlio maschio, Dankaran Touma nacque dalla prima moglie e la seconda generò Sundiata (letteralmente "leone affamato").
Le donne divennero rivali in quanto i due primogeniti aspiravano al trono.
Ma quando il re mori, Dankaran Touma ascese al trono e Sundiata fu costretto all'esilio assieme alla madre.
Sundiata, fino a quel momento affetto da paralisi, guarí improvvisamente.
Qui si inserisce la leggenda che narra dell'origine mitica dello xilofono (bala o balafon) associata alla nascita della casta dei griots.
Dankaran Touma manda un messaggero, Baia Faseke Kouyate, a Susudougou (Sosso, nell'attuale Guinea Conakry) per chiedere sostegno al re del popolo Susu, Sumanguru Kanté (re e stregone appartenente alla casta dei fabbri), nel reprimere i ribelli maninka.
Il messaggero, tenuto prigioniero o in attesa del sovrano assente – secondo due diverse versioni – si introdusse nelle stanze della reggia, dove cominciò a suonare il bala, strumento che era stato donato al re dei Soso da un genio (jin).
Sumanguru Kanté fu attratto dai suoni melodiosi e, appena entrò nelle stanza, l'astuto ambasciatore di Touma si mise a declamare le sue lodi; Sumanguru Kanté, conquistato dal canto di Kouyate, lo nominò suo cantastorie.
Ancora oggi la Guinea conserva una lunga e gloriosa tradizione legata al bala, tanto che i migliori balafonisti provengono da quest'area (Sory Kouyaté e Mory Kante).
Ma torniamo alla narrazione epica. Sumanguru Kanté, convintosi della manifesta debolezza di Touma, conquistò il Mande e vi instaurò un regime dispotico. In seguito, il popolo, cui era arrivata voce delle capacità militari di Sundiata, lo richiamò in patria. Sundiata tornò a liberare il regno dei Mande, sconfisse i Sosso di Sumanguru Kanté nella battaglia di Kirina (1235 ca.), – città che sorgeva sulla riva sinistra del Niger di cui non è rimasta traccia – e fu proclamato “Mansa" (re).
Morí intorno al 1255.
Secondo la leggenda, Sundiata si sarebbe gettato nelle acque del fiume Sankari (Sankarannin) dove si sarebbe trasformato in ippopotamo (mali in malinké significa "ippopotamo" ma anche "dove risiede il re").
All’interno dell’epica di Sundiata si inserisce anche la leggenda che narra dell'origine della dinastia dei Diabate. Si narra che due fratelli della famiglia Traore, i cui nomi erano Toraman e Kankedja e il cui mestiere era quello del cacciatore, ricevettero l’incarico di uccidere un bufalo.
Toraman, il minore dei due, riusci a colpire l’animale, mostrando un tale coraggio che il fratello maggiore Kankedja commentò alla stessa maniera di un griot.
Toraman gli disse: - Fratello, se tu fossi un griot, nessuno ti resisterebbe -, che in malinkè si dice: "Koro, tun Banke Dieli a Diab bagate".
Kankedja, per cantare le lodi di suo fratello più piccolo, scelse da allora di essere un griot e lo chiamarono Diab bagate , Diabate.
Non interessa qui determinare la verità storica degli avvenimenti narrati. Di sicuro si può dire che la lotta tra Sundjata e il feroce Soumangourou è avvenuta, e che in quel periodo la distinzione in caste fu resa rigida, rendendo per sempre i Kantè dei fabbri ed i Kuyaté e i Diabate dei griot. Nessun legame matrimoniale è tuttora possibile tra Kanté, Kouyaté e Keita.
La tradizione cerca spesso di imporre un equilibrio alle parti costitutive di una società, e così i fabbri, pericolosi costruttori di armi, ed i griot, a cui spettano in eredità la musica e la parola, vengono esclusi dal potere politico. D'altra parte il gríot condivide con il Fabbro la funzione di mediatore all'interno della comunità. Infatti è il fabbro che circoncide i giovani, decretandone in tal modo l'accesso all'età adulta. Solo dopo questo passaggio iniziatico il giovane si potrà sposare e allora ricorrerà al griot per condurre in porto le contrattazioni matrimoniali. In caso di separazioni o divorzi, griot e fabbri possono venir chiamati ad intervenire a prendere le parti della donna affinché ogni conflitto sia evitato e la pace ritorni nel nucleo familiare. Infatti, come nella marmitta della donna si cuoce il cibo che crea la forza della comunità, nella fucina del fabbro si forgia il metallo che costituisce la forza dell'arma, nel ventre del griot si elabora la parola creatrice.
Se la mediazione del gríot è efficace, è perché egli fa uso di una comunicazione obliqua. Affermando con orgoglio di essere il "sacco delle parole", egli dimostra di potersi esprimere facendo ricorso unicamente alle parole già acquisite dalla letteratura orale: indovinelli, proverbi, racconti, leggende, miti, epopee, canzoni. Sembra quindi che mai si possa sorprenderne una parola personale, l'espressione immediata di una personalità. Nascondendosi fra le parole proferite da qualcun altro, egli esorta i giovani a ricercare il filo che unisce la tradizione col momento da loro vissuto, offrendo a tutti il modo di interpretare la realtà.
Cosa fa un griot
Sebbene appartenenti al gruppo degli uomini di casta e perciò vincolati a dei rapporti privilegiati solo con alcune famiglie, i griots intrattengono di fatto dei rapporti di familiarità con tutti gli altri individui, anche con coloro che non appartengono al clan alleato
Possono scherzare con chiunque e prendersi gioco di tutti prendendo a soggetto i difetti fisici o morali. Non sono attenuti ad alcun atteggiamento di rispetto verso i più potenti .
Questo in parte spiega e giustifica la presenza del griot a tutti i momenti importanti della vita sociale.
Infatti, se nasce un bambino, sono i griots ad annunciare il lieto evento ai parenti; e sono sempre loro, alla vigilia dell'imposizione del nome, ad invitare amici, alleati, vicini, ecc., alla cerimonia.
Il giorno della festa quando tutti sono riuniti, la madre e il bambino escono dalla casa e subito il nuovo nato viene lavato e rasato; nel frattempo gli uomini si riuniscono e dopo aver preso una decisione chiamano il griot e gli sussurrano all'orecchio il nome scelto per il bambino. Il griot reclama il silenzio, si mette al centro del cortile e rivolgendosi al gruppo degli anziani pronuncia a gran voce, per la prima volta, il nome del nuovo nato. Ma il suo compito non si ferma qui. Infatti il nome che viene dato al bambino è sempre quello di un antenato: al griot spetta allora di ricordare a tutti i presenti i fatti e le gesta dell'uomo o della donna di cui il bambino ha preso il nome.
E sempre lui a riprendere la parola in un altro momento della festa per trasmettere ai presenti il discorso degli uomini che hanno portato i loro doni. Quelli che vogliono parlare sussurrano un messaggio al griot, che rivolgendosi a tutti i presenti ad alta voce riporta il contenuto di ciò che gli è stato detto arricchendolo di parole e di immagini; infine prende il dono e lo consegna nelle mani del più anziano della famiglia. Assieme a questo griot, la cui funzione, come si capisce, è di portavoce e insieme di memoria del passato della comunità, sono presenti anche altri griots che con musiche e con canti allietano la festa e coinvolgono tutto il gruppo, soprattutto quello femminile, nelle danze.
Un altro momento importante della vita comunitaria alla quale partecipa attivamente il griot è quello della circoncisione. Durante gli otto giorni che precedono questa prova, i ragazzi coinvolti vengono portati lontano dal villaggio; i griots restano con loro e ricordano continuamente ai giovani con le loro canzoni quanto sia preferibile la morte alla vergogna; essi sono anche i testimoni oculari del comportamento di ognuno dei ragazzi e non si preoccupano di rivelare la codardia di coloro che non hanno saputo affrontare con coraggio il rito di passaggio. Si capisce come la loro presenza incentivi i ragazzi a mantenere un comportamento dignitoso; i giovani sanno bene che il coraggio e la forza dimostrati in
questa occasione lascerà una traccia indelebile nella loro identità sociale, perché i griots, in ogni momento importante della loro vita, saranno pronti a ricordarlo.
Anche in occasione dei matrimoni il griot dà prova della sua funzione sociale; egli in questa circostanza, a seconda del tipo di matrimonio, , mette in atto tutte le strategie di mediatore dettate dalle circostanze. Il suo intervento a volte è richiesto direttamente dal giovane innamorato perché si faccia portavoce dei suoi sentimenti al capo della famiglia della fidanzata. Si capisce che qui la mediazione ha il compito di sottolineare una distanza rispettosa e simbolizza l'umiltà della posizione del richiedente. Dopo la prima visita dell'intermediario, anche la famiglia della giovane sceglie un griot che la rappresenti: saranno i due "hommes de la bouche" a fare da negoziatori tra le due famiglie.
Questo ruolo di mediazione non si limita alle sole relazioni matrimoniali. Molto spesso il griot, per la libertà con cui può muoversi negli ambienti familiari, è chiamato come intermediario anche per favorire le relazioni extraconiugali. Se l'adulterio viene scoperto, solo gli amanti sono puniti con sanzioni severe, il griot, sebbene abbia giocato un ruolo fondamentale e sia stato loro complice, non subisce invece alcuna punizione.
Nei casi di divorzio poi, egli gioca un ruolo fondamentale e sicuramente più difficile perché in queste circostanze è costretto a mediare in situazioni di conflitto. Se la donna viene ripudiata è il griot che la riaccompagna nella casa paterna e spiega ai parenti della donna i motivi di risentimento del marito. Nel caso in cui sia la donna ad abbandonare la casa dello sposo in seguito, ad esempio, a dei maltrattamenti, è il marito ad inviarlo come mediatore con il compito di reclamare il ritorno della moglie. Qualora la separazione sia inevitabile sono i griots intermediari del matrimonio a svolgere la funzione di notai: essi ricordano l'ammontare dei doni e le circostanze nelle quali questi sono stati offerti da entrambe le parti e cercano di limitare le contese.
Come è annunciatore della nuova vita, il griot ha anche il difficile compito di farsi messaggero di morte: raggiunge parenti e amici nei paesi più lontani per avvisarli della scomparsa di un congiunto. Durante la cerimonia funebre il griot svolge ancora un ruolo attivo e continua la sua missione di mediatore dei rapporti sociali: come per la nascita, anche in occasione della morte raccoglie i doni che parenti e amici portano alla famiglia del defunto