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È sabato mattina, e come ogni sabato mattina mi alzo per stendere il bucato. È una routine di cui non riesco a ritracciare l'inizio, e che include un elemento mistico per il quale io ogni venerdì sera, tornato a casa completamente ubriaco di Tsingtao e vodka gimlets, raccolga la mia biancheria ed avvii il ciclo di lavaggio corretto. Anche stamattina, con la faccia più spiegazzata delle lenzuola in cui ho dormito, attraverso le tre fasce climatiche che mi dividono dalla lavatrice: quella artica della camera da letto a 24 gradi celsius costanti, quella temperata e lievemente soffocante del salotto ed infine la cucina, che fa da area di transizione verso l'impatto con la tarda mattina limpida e spietata. Nel percorso in linea retta accendo il condizionatore, schivo una contusione al ginocchio evitando l'angolo del tavolino, afferro una bottiglietta d'acqua aperta e prosciugata prima di toccare il pomello che spingo e poi tiro nel balletto per attraversare la porta, con la grazia che riesco ad avere unicamente nel sonno. L'aria è così pesante che ogni volta che esci, qui, è come se qualcuno ti appoggiasse una mano sudaticcia sul viso, e premesse pian piano sulla trachea. Produco un rutto clamoroso. Ora sono sveglio. Trovo le mie magliette umide e atrofizzate dopo la centrifuga sul fondo del cestello, hanno lo stesso aspetto maltrattato di sempre. Non ricordo di aver impostato lo stesso programma di lavaggio due volte, non intenzionalmente almeno, di solito premo i bottoni a caso finché non vedo l'acqua scorrere. Sono ancora convinto che più il bottone è grande, e più forte lo premo, migliore sarà il risultato. Come in ascensore. Non credo veramente che schiacciare il pulsante sessantarè volte faccia andare l'ascensore più veloce, ma la cosa mi fa sentire comunque meglio. Con il bucato che mi si appiccica fresco alla pelle faccio per aprire la porta, ma la mano scivola sul ferro cromato. Cerco di migliorare la presa e ripeto il movimento, ma il meccanismo non si muove. Sono chiuso nei due metri quadri di gabbiotto esterno, sospeso al 32esimo piano, non ho il telefono e questa porta, me ne accorgo solo ora, ha tutta l'aria di essere rinforzata. Non faccio in tempo a finire il pensiero – ho già tirato un calcio alla porta per sfondarla. Mi fermo a pensare cosa sto facendo, ma il mio subconscio pensa di aver sentito il legno scricchiolare e la mia gamba assesta altri due, tre, sette calci ognuno più violento del precedente. Mi fermo e mi accorgo che sono già sfinito, sudo e ansimo con la biancheria ancora in braccio. La mia testa ha elaborato tutti gli scenari che si sviluppano dalla situazione, come in una partita a scacchi contro Deep Blue, ho il vago presentimento di essere fottuto in partenza.
Continua (?)
09:00
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