Passano gli anni, e ogni anno che passa si porta dietro, come un corollario inevitabile, una sfilza di ricorrenze, di celebrazioni, di ricordi che per un po’ accendono un vacuo fuoco di paglia sui giornali, negli schermi televisivi, poi cala il silenzio.
Forse è inevitabile che sia così, tempi affrettati concedono solo ricordi affrettati, sedimentare lezioni (di vita, di poesia, di musica, di sapere) non è più sostanza di un’epoca che vuole tutto e subito, per passare, una frazione di secondo dopo, a un altro “tutto e subito”. Sarebbe buona ecologia mentale, invece,appuntarsi qualche ricorrenza importante. Lasciar decantare il chiacchiericcio che,inevitabile,il mondo mediatico riserva all’evento, e poi tornare con calma a riflettere.
Piccoli sorsi meditati, non sbronze celebrative. Questo discorso ci è venuto in mente ricordando l’attenzione (per carità, doverosa) che il mondo dell’informazione ha dedicato, lo scorso anno, al centenario della nascita di Cesare Pavese. Il malinconico langarolo che ha lasciato pagine limpide, implacabili sulla precarietà degli affetti umani, sulla difficoltà di vivere, ma anche l’americanista impeccabile, l’antifascista, il precursore diretto di tanta autentica letteratura “esistenziale” che riesce a farsi carico delle disarmonie del mondo,sempre cercando di cogliere il baluginio di una speranza.
Tutti aspetti ben noti, forse non più strettamente “attuali”, in un paesaggio culturale dominato da troppa retorica. Torniamo a parlare di Pavese, qui, e lo facciamo utilizzando la chiave più lontana (apparentemente) dall’universo duro e terrigno dell’autore de
La luna e i falò: la musica. Cosa sappiamo, dei rapporti tra Cesare Pavese e la musica (non considerando, naturalmente, la musicalità sofferta e squisita delle sue pagine , della sua produzione poetica)? Poco, in fondo. C’è Pablo, nel romanzo
Il Compagno, che intinge le dita nella grappa per poter continuare a suonare nell’assedio del gelo. C’è il Candido della
Feria d’Agosto caporchestra delle feste contadine, c’è il tostissimo Nuto, clarinettista, da ritrovare nei
Fumatori di carta.
Ma Cesare Pavese, in pieno ostracismo fascista scrisse anche due blues, ed è un blues di stupefacente bellezza l’ultima poesia,
11 aprile del 1950.Franco Zaio, rocker genovese e libraio, in
Last Blues, un cd appena pubblicato (ed. De Vega, distribuito da Venus) ha messo in musica le poesie di Pavese. Inventandosi un minimale, intensissimo folk rock alla Walkabouts che sembra davvero un vestito tagliato su misura sulle parole del piemontese. Gran parata di musicisti, invece, in uno spettacolo musical-teatrale splendido ora riportato in cd:
Cesare perduto nella pioggia a cura del collettivo Acustico Medio Levante (
www.acusticomediolevante. it). Ascoltateli. Riprenderete in mano i libri di Pavese con piacere rinnovato.
Di
Guido Festinese. Tratto da
Modus vivendi, gennaio 2009