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Ci
sono degli artisti che riescono immediatamente ad arrivare nel nostro
intimo grazie alle sensazioni che regalano con la propria musica, la
propria voce, le liriche. Non c’è una spiegazione logica, è un discorso
di percezione, di sintonia con la lunghezza d’onda dei segnali che
provengono intensi dal dischetto ottico in esame che il cantante, il
musicista, l’individuo, ha accuratamente registrato mettendolo a
disposizione dell’ascoltatore.
Il coperchio del cielo, del cantautore vicentino Marco Zordan,
l’ho apprezzato da subito. Il primo impatto, quello visivo, è stato
soddisfacente: cover dai colori delicati, questo grigio alternato al
bianco e al celeste, quel cielo e le sue nuvole, quegli aerei di carta
che riescono a volare ma con traiettorie tristemente corte e
discendenti. Poi questo foglietto piegato a tre contenente un racconto
di uno scrittore a me sconosciuto, Simone Corà,
che ho modo di apprezzare maggiormente perché letto contemporaneamente
alla musica che finalmente prende il sopravvento su tutto ciò che fino
a quel momento era di contorno.
Eccomi allora immerso nella prima traccia Tutto acquista un senso
dai toni languidi e dalle liriche intense ed ispirate. Non c’è modo
migliore di raccontare finemente e serenamente l’amore, tema ostico che
facilmente porta i compositori ad essere scontati, prevedibili,
monotoni. Marco emoziona con le
sue parole che interpreta al meglio chiamando a raccolta ogni angolo
nascosto della sua anima e della sua sensibilità. Si passa a Il mare di Magritte,
brano che sembra provenire da uno dei grandi album del passato (Linea
Gotica dei CSI ndr), data l’impostazione prettamente vicina alle
composizioni di Giovanni Lindo Ferretti.
Passando per la solare e delicata Martina dorme si arriva a Stagioni diverse
altro capolavoro sonoro e lirico che mi entusiasma per completezza e
ricchezza espressiva. Ottima l’interpretazione vocale dell’artista che
con la sua voce mi ricorda il miglior Billy Corgan di sempre. Segue la
quasi interamente strumentale Bagliori notturni che introduce la poetica Cenere di luna, traccia ben concepita, interpretata ed eseguita strumentalmente. Il disco volge al termine con Oceano mare,
puro esempio di savoir faire cantautoriale che traspare dall’artista
attraverso la sua voce e la sua trasposizione delle emozioni in musica
e Fiorevita che chiude al meglio il disco.
Pensare
che questa musica, seppur registrata in casa, autoprodotta e
autodistribuita, debba tribolare per farsi ascoltare mi fa rabbia ma
poi mi fermo e mi chiedo se sia proprio la cosa più giusta confonderla
fra le immondizie musicali che ci propinano le radio. Forse è meglio
preservarla sottraendola alla massificazione che allontanerebbe
dall'arte anche i musicisti come Marco Zordan.
90/100
Michele Perrella
6:53 AM
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