ZERODUE (Barnaba Ponchielli)
Un fulmine a ciel sereno. Un disco incredibile, giuro! Sono in due e vengono da Genova. Roba prettamente strumentale densissima, tra Mogwai, Isis e Sigur Ros, ovvero chitarre e trame psichedeliche dilatate, che salgono piano, piano, che ti abbracciano in una morsa sulfurea e estatica, catartica e sognante. Morgan Bellini e Stefano Parodi, tra chitarre (acustiche ed elettriche), synth, campionatori, basso, harmonica, glockenspiel, percussioni, effetti e quant’altro costruiscono una colonna sonora per ciechi ("soundtrack for the blind" la definiscono loro) d’intensità evocativa veramente notevole e dalla varietà inusitata. Dopo un ep omonimo e autoprodotto e nessun progetto di live, ecco l’esordio sulla lunga distanza, tra citazioni da "The Kingdom" di Lars Von Trier e d"Dune" di Lynch e l’intenzione di portare su un palco l’immensità della loro musica. Un progetto degno di etichette come Neurot o Hydrahead, ma non certo destinato ai soli cultori del genere. Avvicinatevi alla stanza di Swedenborg, sarà difficile poi uscirne...
KRONIC (Davide Borghi)
E’ lo sforzo congiunto di quattro labels italiane come Eibon, Radiotarab, Noisecult e Coldcurrent a regalarci uno degli album di debutto più belli che mi sia mai capitato tra le mani. Vanessa Van Basten, semisconosciuto duo genovese, si affaccia sul futuro della musica alternativa e sperimentale e ce ne regala quaranta minuti in questo superbo "La stanza di Swedenborg".
Difficile immaginare che le timide speranze coagulatesi attorno al loro ep autoprodotto sbocciassero in questo album dalla carica emotiva immensa, in brani avvolgenti, cerebrali ma immediati, di quell’immediatezza che nasce dall’emozione più vera.
Vanessa Van Basten suonano come dei Sigur Ròs stuprati dai Katatonia sul tourbus dei Mogwai, lasciando però emergere una forte personalità attraverso un tessuto sonoro curatissimo, imponente nel suo vortice di riffs devastanti e momenti acustici ed ambientali, in cui l’assenza di una voce vera e propria non si fa mai sentire, tale è la miriade di immagini evocate dall’aura inconscia che riveste gli otto brani dell’album.
In più Morgan Bellini e Stefano Parodi sono straordinari nell’alternare i registri emotivi nell’arco dell’intero lavoro, tra momenti di delirante sofferenza come la titletrack o "Floaters", frammenti brevi ed enigmatici ("Vanja", "Love") e brani come "Giornada de Oro" o "Dole" in cui si respira una gioia tiepida come un sole nascente. Un disco perfetto, in cui si condensano diversi stati d’animo in un fluire inconscio e torrenziale che va oltre le definizioni di Doom, Prog, Metal o Post-Rock per addentrarsi dove la musica si fa arte ed emozione.
Grazie Vanessa Van Basten.
ROCKIT (Manfredi Lamartina)
Ci eravamo lasciati alla fine della puntata precedente con un triplice auspicio: "C’è da sperare che qualcuno si accorga di tutto ciò. C’è da sperare che la vena creativa dei Vanessa Van Basten continui ad essere fertile. C’è da sperare che una vera band porti in giro questi brani". Una sorta di cliffhanger, come direbbero gli americani, che teneva in sospeso il destino della nostra eroina post metal, Vanessa Van Basten (progetto dietro al quale si cela Morgan Bellini). Perché è vero, il demo eponimo di qualche mese fa – nato come culto massonico per pochi eletti – è riuscito ad espugnare l’inespugnabile fortino di Rockit, facendo man bassa di riconoscimenti, entusiasmi ed applausi a scena aperta. Ma all’esaltazione di un momento fa sempre seguito il suo implacabile contraltare: l’incognita. E quindi la domanda. Riuscirà Vanessa a mantenere le attese che si sono create intorno al suo nome?
La risposta si trova nella "Stanza Di Swedenborg". Che, come dire, rappresenta un passo avanti e uno indietro. Contemporaneamente. Nel senso che rilegge – ricalca – il passato ma sotto una diversa angolazione. Riprende in mano gli stessi utensili ma ne cambia la destinazione. Una filosofia ben illustrata dall’episodio più controverso di un disco che – sia chiaro – nel suo complesso suona, vibra, spacca. "Giornada De Oro", infatti, è uno strano frullato di metal, post rock e leggeri fraseggi in acustico, al cui interno c’è spazio persino per un deplorevole massaggio cardiaco ad un cadavere – l’assolo di chitarra – che come Lazzaro non vuole saperne di tirare le cuoia e liberare finalmente la musica moderna dalla sua presenza. E queste novità, a contatto col devastato mondo sonoro di Vanessa, lasciano un po’ interdetti. Forse allora non è un caso se lo stesso brano – dopo aver assaggiato i raggi del sole – nel finale vira nuovamente verso le tenebre. Perché è inutile girarci intorno. Bellini si – ci – trova a suo – nostro – agio quando maneggia l’oscurità, non la luce. Quando pesta le sue ossessioni col piombo sporco e bollente, non quando lucida le sue speranze con l’oro.
Ed oscuro e cinematografico è l’umore che comunque pervade l’intero lavoro. A dimostrazione che se nel particolare il passo è in avanti, nel generale Vanessa ne fa uno indietro, riconducendo le ambizioni dell’album in territori ad esso più congeniali. Lì dove le chitarre sono sature, dense, laviche. Un magma rovente e inarrestabile il cui fluire lascia sul terreno torridi residui di melodia e brutalità. Come i mai troppo lodati Jesu, di cui Van Basten ne circumnaviga le atmosfere solenni grazie allo sconquasso emotivo di "Dole". Come gli Explosions In The Sky, che lasciano tracce del proprio sperma nei crescendo orgiastici di cui l’album è fiero portatore.
E dunque, Vanessa Van Basten. Qualcuno si è accorto di tutto ciò. La vena creativa continua ad essere fertile. Si dice persino che c’è un gruppo ormai pronto a rappresentare in tutta Italia questo appassionato spettacolo post rock. Per sapere il resto, appuntamento al prossimo episodio.
DAGHEISHA (Divine)
Ecco il capolavoro che attendevamo. Dopo l’entusiasmo suscitato dall’omonimo extended play di debutto l’heavy post rock dei Vanessa Van Basten è finalmente libero di aprire le ali e volare indisturbato nel limbo dei gruppi che contano. Niente più periferia, niente più provincialismi ma una co-produzione eccelsa che lascia trasparire fiducia incondizionata nei confronti del talento di Morgan Bellini e Stefano Parodi. ’Tutti gli spiriti si trovano in una stanza intermedia, che noi chiamiamo La Stanza Di Swedenborg.’ Lunghezze d’onda infinite che sembrano non accorgersi del male perpetuato dalle ritmiche selvagge e oscure che partono dai risultati raggiunti dagli ultimi Jesu e non si fermano più. Inutile tentare di dare un nome, una banale etichetta a qualcosa che non è solo musica ma rappresentazione del vuoto che c’è in tutti noi. Dentro, all’interno, nello stomaco colpito a freddo. L’album si dipana attraverso processi di autocelebrazione estatica-cinematografica quasi come in un pazzesco montaggio dell’assurdo che viviamo nella nostra quotidiana follia. Le melliflue evoluzioni di ’Love’ e ’Floaters’ saggiano il terreno prima del completo distacco tra ascoltatore, suono e realtà. Tra materia e sogno il disco cresce fino a regalarci passaggi di assoluta poesia e momenti di aggressività acustica senza precedenti (’Dole’) per poi spegnersi. ’La mandibola scende un pochino e poi è finita, il più delle volte non succede altro..’
SANDS’ZINE (Giuseppe Verticchio)
Ricevo questo album all’interno di un plico con indicato sul mittente ’Eibon’, etichetta che, in coproduzione con Cold Current, Radiotarab e Noisecult ha realizzato questo CD.
Non conosco nulla di Vanessa Van Basten, e solo leggendo successivamente tra le note di copertina apprendo che si tratta di un progetto di Morgan Bellini e Stefano Parodi, artisti che comunque, fino ad ora, non ho mai avuto occasione di conoscere e ascoltare.
Non ho assolutamente idea di cosa aspettarmi, e l’inizio molto ’cinematografico’ del primo brano (la title track) nel quale suoni d’atmosfera di sottofondo si accompagnano a frammenti di dialoghi da film inerenti l’argomento (La Stanza di Swedenborg), evidentemente ’catturati’ da qualche vecchia pellicola, mi stupiscono piacevolmente e mi trascinano immediatamente ’dentro’ la musica...
Si tratta di certo di una specie di ’introduzione’, e intuisco subito che presto ’qualcosa’ cambierà... Ecco infatti d’improvviso irrompere il suono di una lenta e cadenzata parte ritmica di batteria, chitarre elettriche distorte e parti melodiche di synth, in un amalgama sonoro d’impronta evidentemente ’rock’ ma contaminato da influenze altre, dark-gothic, metal, e non ultima una componente elettronica, soprattutto evidente in termini di trattamento del suono, sicuramente piuttosto presente e ricercata...
Molto bello... Semplicemente.
Seguono i 40 secondi del brevissimo brano Love.
Poco più di un ’abbozzo’ sonoro, o un interludio se vogliamo, caratterizzato fondamentalmente da suoni di chitarra acustica su cui è sovrapposto uno strano suono molto trattato in loop di probabile, ma sicuramente poco decifrabile, derivazione vocale.
Quindi alcuni brevi istanti di arpeggi di chitarra, su cui si inseriscono quasi immediatamente altre parti di chitarra elettrica, synths e batteria, in una forma sonora analoga a quanto già proposto nella traccia introduttiva. È il brano Dole, che poco oltre evolve con l’aggiunta di una parte cantata, seppure questa appare piuttosto trattata e tenuta sommessamente in secondo piano, e nel prosieguo, per alcuni istanti, si interrompe la parte ritmica, per qualche istante di maggiore ’stasi’ e ’atmosfera’.
Un altro bel brano, decisamente ben costruito, ben suonato...
Sorprende decisamente, e ’spiazza’ anche un po’, l’inizio quasi ’folk’ di Giornada de Oro, con nitidissime parti ritmiche di chitarra acustica e armonica a bocca.
Straordinaria e di grande impatto, evocativa e quasi ’sinfonica’, l’esplosione di suoni e ritmo che dopo un paio di minuti ’dirotta’ le atmosfere verso altra direzione, ma non è un cambio di direzione definitivo, perchè oltre ancora torna nuovamente lo splendido suono di chitarre acustiche, stavolta adagiate su sfondi di tappeti di sintetici dal suono caldo e ’spazioso’.
Piccoli ’tocchi’ di chitarra, e atmosfere quasi ambientali, ma caratterizzate da una evidente componente melodica, nel seguente Il Faro. Due minuti di musica sognante, dolce e crepuscolare...
Quindi Floaters, altro affascinante e ’classico’ brano costruito ancora con efficaci progressioni di chitarre elettriche, batteria, synths e una voce tenuta ancora discretamente sullo sfondo; il brano ’accelera’ un po’ in termine di ritmo, saturazione ed ’enfasi’ nella seconda parte, per concludersi invece con alcune manciate di secondi di atmosfere più ’discrete’ e sommesse che fungono da ’ponte’ verso il brano successivo.
Vanja appare in forma di un drone elettrico/elettronico, moderatamente distorto, controllato e modulato. Si sovrappongono ad esso ronzii, e sibili di voci distanti e riverberate, il tutto per una durata di tre minuti e mezzo. Completamente diverso da tutto quanto ascoltato fino ad ora.
I quattordici minuti circa del brano che segue, Good Morning, Vanessa Van Basten, sono in realtà da suddividere idealmente in tre parti distinte...
La prima costituita da sovvrapposizione di suoni di chitarra elettrica, batteria e qualche suono sintetico, il tutto racchiuso in una ’struttura’ compositiva piuttosto semplice che si conclude in un ’classico’ crescendo.
Quindi una seconda parte, dove domina un prolungato suono di feedback, aspro e tagliente, in vario modo modulato. Qui il segnale sonoro si decompone sempre più per sprofondare infine in un silenzio totale che durerà per circa tre minuti.
Quindi un’ultima breve parte, circa quattro minuti, in cui compaiono di nuovo parti ritmiche di chitarre acustiche; una sorta di breve ’ripresa’ di un certo tipo di atmosfere/sonorità già elaborate e proposte in precedenza in altre parti del CD.
Al termine dell’ascolto vado con curiosità sul sito internet di Eibon per vedere, nella scheda di presentazione del CD, cosa è stato riportato alla voce ’File Under’, e vi trovo la dicitura ’Heavy post rock’.
Sicuramente è un’indicazione utile, ma di ulteriore utilità è una visita alla pagina su MySpace di Vanessa Van Basten, dove trovo, tra le ’influenze’ citate, il nome di Burzum insieme a quello di Klaus Schulze, all’interno di una rosa di nomi (soltanto alcuni dei quali a me noti...) di artisti, musicisti e registi di cinema (tra cui Linch e Cronenberg...) che in parte sembrano in qualche modo logicamente ’accostabili’ tra loro, in parte appaiono invece appartenenti a ’sfere’ completamente diverse e difficilmente ’assimilabili’.
Se non riuscite a trovare gli ’anelli di congiunzione’ provate ad ascoltare ’La Stanza di Swedenborg’, e sicuramente vi si aprirà uno spiraglio...
TERRORVERLAG (Tk)
Was ist Post Rock? Natürlich keine Anspielung auf die Briefausteilung, die im allgemeinen wohl auch eher mit langsamerer Musik vergleichbar wäre. Also möglicherweise die zeitliche Komponente: NACH Rock, nach welchem Rock? Und ab wann darf man Rock „Post Rock" nennen? Ergeben sich da in 50, 100 Jahren nicht ganz andere Abhängigkeiten? Oder ist das Rock Musik, welche die ausgelatschten Standard Rockpfade verlassen hat, um etwas neues, sehr eigenes zu schaffen? Belassen wir es einfach mal bei dieser Interpretation. Das italienische Duo VANESSA VAN BASTEN (wie heißt eigentlich die Frau des niederländischen Ex-Fußballers?) praktiziert also Post Rock. Und besitzt ein Faible für ausgefallene Namen. „La Stanza di Swedenborg" klingt doch sehr kryptisch. Vermutlich (ohne dass ich das 100 Prozent belegen kann) beziehen die Italiener sich auf den schwedischen Herren Emanuel Swedenborg, der zwischen 1688 und 1772 lebte und mit einem bemerkenswerten Lebenslauf aufwarten kann. Er wandelte sich vom Wissenschaftler zum Naturmystiker, der schließlich die quasi-religiöse Bewegung der Swedenborgianer begründete. Würde sich heutzutage gut bei einer Star Trek-Verfilmung machen. Er wurde für seine frühen Arbeiten geadelt, später behauptete er, hellseherische Fähigkeiten zu haben und berief sich auf „Gespräche mit Engeln und Geistern". Der typische Werdegang eines CSU-Landespolitikers also...
In der Schnittmenge von Post Rock und Swedenborgianismus befinden sich mithin Mastermind Morgan Bellini und sein Bassist/ Synthetiker Stefano Parodi, die bereits punktuell mit ihrer selbstbetitelten EP aus dem Jahre 2005 auf sich aufmerksam machen konnten. Für das neue Werk haben sich gleich mehrere einheimische Untergrundlabels wie Cold Current und Eibon zusammengeschlossen, um das schöne Digipak veröffentlichen zu können, welches man artworkmässig durchaus auch der Naturmystik zuordnen kann. Musikalisch ein hypnotisierender Moloch aus wüsten Gitarren Drones, anmutiger Riffschönheit und kompositorischer Weite... Ob Glockenspiel, Mundharmonika oder Akustikgitarre: Hier schmelzt alles zu einer Vision zusammen, die Begriffe wie Noise, Ambient oder Metalcore weit hinter sich lässt. Exemplarisch hierfür soll der wunderschöne und gleichsam melodische wie psychedelischer Mittel Part von „Giornada di oro" stehen, für mich der Höhepunkt des Albums, wie ein arktischer Spaziergang zu gleißend unverfälschten Sonnenstrahlen. Neben SUNN O))) dürfen Namen wie KATATONIA oder CANAAN nicht fehlen, oder deutlich softere CULT OF LUNA (siehe insbesondere Track 6 „Floaters"). Zuguterletzt befindet sich noch ein akustischer Hidden Track auf der Scheibe, den man nicht ignorieren sollte.
Ausgereifte Elektronikspielereien vermischt mit mal (selten) dröhnender, mal (meist) anmutig-hypnotischer Gitarrenmusik, dafür stehen VANESSA VAN BASTEN. Namen spielen bei dieser ausgereiften Gesamtleistung letztlich keine Rolle mehr, ich befürchte nur, dass „La Stanza di Swedenborg" letztlich ebenso wenig Beachtung erfahren wird, wie der geistige Vordenker im 18 Jahrhundert... Zu spinnert-schön ist das Ganze!
DSIDE.IT (Joker)
’La Stanza di Swedenborg’ è titolo e prima track a spalancare il portale di luce poliedrica, che sfiorerà sicuramente diverse corde percettive; cinque minuti preparano al viaggio in questo loco dischiuso per la Eibon, Cold Current, Radiotarab e Noisecult, che presentano ufficialmente il progetto Vanessa Van Basten del genovese Morgan Bellini (chitarre, synth, voce, samples, percussioni, armonica) e Stefano Parodi (basso, synth).
’Non vada in direzione della luce, non vada nella stanza di Swedenborg’ è parte d’un delizioso campionamento cinematografico che introduce questa curiosa voglia di non seguire il benevolo consiglio.
Accoglie quindi gli avventori la breve ’Love’ (solo 40 secondi) con un loop di voce su chitarra acustica sporcato da qualche sciagurato effetto, e tra chitarre, batteria e un cantato appena percettibile, ci si ritrova interamente nella nuova dimensione di ’Dole’ che ricorda sperimentazioni psichedeliche degli anni d’oro. L’inquietante viaggio s’interrompe poi con ’Giornata de Oro’ quando in pieno sole, la chitarra con l ’armonica, evocano un volo allucinogeno ad ali spalancate su solitudini desertiche.. si percepiscono influenze rock e più d’una volta, ci si potrebbero ritrovare memorie stile Rosa Mota. Un vecchio telefono e qualche annotazione su blocco notes, ci richiamano poi verso ’Il Faro’, lasciando quelle lande traverso il mare, tragitto che ci trasporta su ’Floaters’, dove si ristabiliscono vene malinconiche, prese di coscienza ed effetti cosmici. ’Vanja’ giunge infima, inaspettata, amalgamata perfettamente con gli ultimi furbi secondi della precedente, ed è lei che ci ricorda che la stanza è piena di spiriti d’ogni tipo (’Tutti gli spiriti si ritrovano in una zona intermedia’) l’ambientazione torna sibillina. Le distorsioni padroneggiano tra vibrazioni elettriche, voci distanti e riverberi per più di tre minuti gelidamente interplanetari, sino all’arrivo di quelle taglienti chitarre elettriche che chiudono il disco con ’Good Morning, Vanessa Van Basten!’, ben 14 minuti per dirle buon giorno. Ma un buon giorno carico di assegnazioni: da quelle appena accennate, a momenti fluttuanti seppur carichi di sibili metallici, come in un dialogo extraterrestre che si tramuta in ritmo sopra il feedback incessante. Poi il silenzio per diversi minuti.. e si riprende con le ultime chitarre.
-|-|-» Non è ancora ufficiale ma ci si aspetta un 7’’ con gli ambientalisti italiani We Wait For The Snow e collaborazioni con nomi metal.. sono curiose le risorse e le ispirazioni dei Vanessa, i risultati lo sono altrettanto. La titletrack rimane una chicca, l’album è strumentalmente maturo, intelligente e ben registrato.
SENTIREASCOLTARE (Stefano Pifferi).. --> --> --> --> --> --> -->.. --> --> --> --> --> --> -->
«…si lasci andare, ma non completamente…deve restare nello stato intermedio…». Queste parole, tratte dal serial ospedaliero The Kingdom di Von Trier, fungono da perfetta introduzione all’esordio lungo di Vanessa Van Basten.
Sia chiaro, dietro il fuorviante moniker non si nasconde una cantante pop olandese, magari lontana parente dell’indimenticato cigno degli Orange, bensì un duo italiano (provenienza Genova) immerso in paesaggi sonori piuttosto oscuri.
Il sample inserito nell’iniziale brano omonimo descrive perfettamente la proposta del duo genovese: scenari intermedi, continuamente oscillanti tra esplosione e stasi, oscurità e luce, con una netta prevalenza delle prime sulle seconde. Una scelta invero non originalissima, ma ben calibrata nel saper costruire atmosfere strumentali al tempo stesso tetre e liquide, consone all’immaginario cosmic-psichedelico al quale il duo si rifà.
Miscelando strumenti acustici, elettrici ed elettronici i due disegnano un tetro e fluttuante landscape sonoro in cui si rincorrono i fantasmi di Sunn O))) e la trascendente pesantezza dei Neurosis, oltre all’eterea bellezza del versante più spacey dello shoegaze di Slowdive, Amp e Telescopes. Il risultato non è dissimile da una variante meno divina e più sanguigna dell’ultimo parto di J. Broadrick (Jesu).
La Stanza Di Swedenborg è un disco denso, in cui la materia metal (ideale punto di partenza del duo) è rarefatta, decontestualizzata alla maniera dei Neurosis, il cui rifferama lento e agonizzante diviene quasi verbo in un pezzo come Good Morning, Vanessa Van Basten!
Un esordio acerbo, per gli evidenti rimandi derivativi, ma allo stesso tempo interessante per il trattamento di quegli stessi modelli; un accenno di scarto dal modello che, si spera, si manifesterà nelle evoluzioni future.
(6.5/10)
HARDSOUNDS (Andrea ’emo’ Punzo)
Curioso monicker dietro cui si celano due ragazzi liguri, Morgan Bellini e Stefano Parodi qui all’esordio ufficiale. "La Stanza Di Swedenborg", che dovrebbe essere intesa come quel posto in cui il teosofo, scienziato e mistico svedese riteneva che l’anima si materializzasse in un altro mondo(nel concetto del disco come una via di mezzo tra vita e morte in attesa del trapasso definitivo), è un disco che si accoda alla miriade di band dedite al post-rock strumentale, ma con una veste psichedelica e psichica assai definita. Nel senso che i suoni sono molto dilatati ed eterei, a dir poco cosmici, e nel senso che le suggestioni evocate e le atmosfere create hanno uno spessore visionario e cinematografico che materializzano figure e corpi dalla personalità ora latente, ora ben tracciata. Ed in fin dei conti è proprio questa la grande forza del CD, essere un progetto sonoro che trasmette una percezione allucinata della realtà. Musica che si trasforma in immagini, ferma nella "stanza", che si materializza tramite gli ascoltatori. In un altro mondo. Diverso, ancora più impercettibile delle otto tracce che lo compongono perché dopo il trapasso le note si affinano, prive del peso del "corpo". Lavoro emotivo, umorale, intriso di una armonica malinconia come se non ci fosse altro che rassegnarsi al sentimento di perdita del presente, dell’istante, che attanaglia tutti gli uomini manifestandosi tramite chitarra sporca, rozza, pesante che scambia effusioni con synth e programming, e si alterna ad attimi silenziosi ed a pause ambient dal tempo quasi recitativo. Pubblicato grazie alla compartecipazione di quattro etichette diverse, "La Stanza Di Swedenborg" è un luogo dove si esce cambiati una volta entrati. Una esperienza lisergica che non si dimentica, e che metterà a repentaglio le vostre poche certezze, e la vostra labile stabilità emotiva. (80..100)
L’immaginifica realtà dell’essere.
TARTAREAN DESIRE (Fjordi)
Since my sense of humour has a remarkable lack of fun and taste, I..ll avoid any joke about this band..s name and the famous Dutch football player, to the benefit of you the reader. Eibon Records is the label behind this release, so the accolyte (¿) already wonders this is not a punk band, certainly. A female voice speaking Italian over a cold sonic passage ushers the listener into the album and suddenly the spirit of Canaan gets in the picture. Drums, guitars and bass complete this the opening track and the listener fasten the seatbelt preparing for the attack. After that intro, the second song is usually the first "real" one, I thought... but Vanessa Van Basten fooled me and used just two guitar chords and a toy..s repetitive sampled voice to complete 39 seconds long "Love"... and then... wow, I feel like following a movie..s plot or something... and the whole thing is something similar, in the sense "La Stanza Di Swedenborg" is a deep album with interesting and mature ideas and a good dose of variety. It brings in the night influences as Katatonia, Sigur Rós, Canaan and others. Here we have distorted electric guitars that many people despise nowadays when the ambient thing comes to the fore, but also accoustic passages –whether folk or incidental-, "sweet" dissonances, movie samples... harmonicas, samples... elements are not enough to make an album convincing, the most important thing is to be sensible and have a respectable level of taste. These guys fulfill those requirements.
The fresh thing about this album is its powerful touch so here you won..t find any sleeper music or ambiental sounds. Each song is distinctive from the rest, and in a song like the last one you can see the meeting of doomy guitar chords and a fast passage in the vein of Sonic Youth..s "Theresa..s Sound World". Sometimes this is rather a collage than a blend itself, variety of styles and not a mixture as we know it. A style of their own is somehow looming, alive and kicking. The use of noises and samples is quite wise and serious; the feeling of balance and maturity in the arrangements is the most stunning thing about this album, along with the sensitive songmaking. It takes various listenings to digest properly the amalgam of sounds. However, the band..s music is friendly enough to favour further tries -although we..re not hearing a quite conventional, commercial album. Lithe, dynamic, amazingly clean, professional; combining manifold influences, Vanessa Van Basten performs high quality emotional music. (8..10)
AUDIODROME (Michele Giorgi)
Qualsiasi risposta abbiate in mente, qualunque sia la vostra definizione di "post", troverete pane per i vostri denti in questo disco a firma Vanessa Van Basten, quasi il gruppo avesse inconsciamente raccolto in sé lo spirito e il nucleo essenziale di questo concetto per restituirlo al mondo con nuove e personali sembianze. Impossibile descrivere un’orgia sonora che vede confluire e amalgamarsi perfettamente Isis, Mogwai, Sunn O))), Katatonia, Sigur Rós, Neurosis, Jesu, Swans e mille altri nomi che potremmo far risalire al concetto di "post" nella sua accezione più estesa e completa. Ma non di semplice patch-work si tratta, quanto di originale elaborazione di un concetto digerito e fatto proprio, metabolizzato e restituito nelle cangianti vesti di un album tanto intrigante quanto ben riuscito, mai ridondante o eccessivo, sempre puntuale nel suo scivolare sinuosamente tra input e approcci mutevoli. A cominciare dall’iniziale "La Stanza Di Swedenborg", manifesto capace di colpire sin dalle prime note l’ascoltatore, sollevandolo di peso e conducendolo proprio in quello spazio sospeso tra mondo reale e luce, stazione di transito per spiriti inquieti (la stanza di cui nel titolo, appunto). Inutile tacere la sorpresa che si palesa di fronte ad lavoro tanto inaspettato quanto riuscito sotto molteplici aspetti, classico esempio di come non servano nomi illustri per fare album eccellenti. A volte riesce nell’impresa proprio chi sa stare in disparte ad ascoltare, senza far baccano, senza sopraffare con la propria voce quelle degli altri, ma in grado piuttosto di far tesoro di quanto appreso per rielabolarlo e filtrarlo alla luce della propria sensibilità, arricchendolo di lievi ma puntuali particolari, restituendolo a nuova vita sotto forma di continuazione/mutazione della specie. Complimenti anche alle quattro label coinvolte per aver dato voce a questa impressionante realtà, farla passare inosservata sarebbe stato un delitto. (4..5)
GOTHRONIC (Teknoir)
This project with the original name of the wife of the famous Dutch ex-soccer player, now coach of the Dutch national soccer team was completely new and unknown to me. The cover of the cd however is impressively beautifully crafted into a luxury digipak with very beautiful artwork that potentially would surely fit an atmopsheric product with an underlying layer of tension. So far a good start. Vanessa van Basten is a heavy postrock project from Italy, consisting of Morgan Bellini, who writes the music and does about every thinkable musical part as well, and Stefano Parodi, who helps out with it and plays bass and synths. The sound and production of this album is very good. La Stanza Di Swedenborg, named after a Swedish mystic from the 18th century, has been produced by Adnrea Penso (also known as Selaxon Lutberg and We Wait The Snow). On the last track there is a contribution from Claudio Parodi with a wall of guitar noise feedback.
The atmosphere on La Stanza Di Swedenborg is misantropic, the music is going slow and is dragging. Guitars, drums and all sorts of effects with the unfortunately not very talented vocals ofr Morgan Bellini. Sometimes a delightful accent, such as one can hear with the acoustic guitar and mouth harmonica in ’Giornada de oro’. Mostly however it is hypnotising, compelling music consisting of wide layered compositions and walls of guitar drones, riffs and samples. References one could mention here are Sun O))), Jesu, the Hydrahead label and to a lesser extent the more delicate Mogwai. Also fans of Cult of Luna will probably like this, check a composition such as ’Foaters’ which will illustrate this. Fans of melancholic rock and doom such as The God Machine, Katatonia or Canaan should give Vanessa van Basten a chance as well. The La Stanza Di Swedenborg cd is released by means of a co-operation of Cold Current Productions, Radio Tarab, Noise Cult and Eibon records. (7/10)
SHAPELESS’ZINE (Danny Boodman)
"Mi chiami pure se ha bisogno... o se ha paura".
"Cara ragazza, io non ho paura. Ho già assistito dei moribondi: la mandibola scende un pochino e poi è finita, il più delle volte non succede nient’altro".
...
"Tutti gli spiriti si trovano in una stanza intermedia, che noi chiamiamo ’la stanza di Swedenborg’. Ma lei non ci resterà a lungo, lei passerà dall’altra parte, verso la luce, ma deve cercare di restare là almeno qualche minuto. Qualcuno la chiamerà da dentro la luce, forse si sentirà afferrare, ma lei cerchi di resistere e di non muoversi da là. E ora mi risponda: un colpo vuol dire no, due non lo so e tre colpi vogliono dire sì".
...
"Non vada in direzione della luce. Non lasci la stanza di Swedenborg.
Con questo inquietante dialogo si apre "La Stanza Di Swedenborg", un lavoro che mi ha lasciato senza parole dalla prima nota fino all’ultima, firmato da una meravigliosa realtà italiana che risponde al nome di Vanessa Van Basten. Ci sono voluti gli sforzi di ben quattro etichette per dare alla luce questo diamante nero, Cold Current Production, Radiotarab, Noisecult e la solita impeccabile Eibon Records, ma il risultato è davvero qualcosa che va oltre ogni aspettativa.
Dietro al nome di Vanessa Van Basten si celano le menti di Morgan Bellini (chitarra, synth, sampler, voce, percussioni, armonica e PC) e Stefano Parodi (basso, synth e PC), che da soli riescono a creare un universo sonoro evocativo e inquietante, che non si riesce a inquadrare in un solo genere e che unisce realtà diverse e, ad un primo sguardo, inconciliabili. Nei quaranta minuti che compongono il disco troverete il dark più disperato, post rock, elettronica rumorista, passaggi acustici, fino ad arrivare a graffianti momenti elettrici che richiamano certi passaggi del black metal d’avanguardia.
Questa varietà di stili potrebbe già incuriosire, ma la vera forza dei Vanessa Van Basten non è solo nella capacità di lasciarsi influenzare dalle correnti più disparate, il duo ha un dono meraviglioso che è la capacità di sintetizzare e rileggere tutto questo in un’ottica personale e fluida, un’unità di stile che rende questo lavoro perfettamente bilanciato in ogni sua parte, con ogni nota poggiata nel suo luogo ideale, come il tassello di un enorme e perfetto mosaico.
Apriamo la porta, dunque, ed entriamo nella stanza di Swedenborg. Il primo pezzo del disco, la title-track, inizia proprio con il dialogo riportato in apertura. Non so da cosa sia tratto: sembrerebbe un film, ma non sono riuscito a recuperarlo da nessuna parte. Fatto sta che il pezzo che ne deriva è già un capolavoro. I dialoghi vengono inseriti in una struttura strumentale inquietante, con le chitarre a scandire un ritmo ipnotico fatto di lenti accordi semi-acustici e le tastiere ad aggiungere un tappeto di suoni gravi. Terminato il dialogo il pezzo esplode in un lento ritmo e cullante che pian piano cresce, fino a diventare un perfetto brano di post-rock strumentale. Le chitarre, prima leggere, si incupiscono e si distorcono, accompagnando la musica con ruvide scariche di elettricità, mentre una voce lontana urla in un agghiacciante screaming filtrato.
"Love" è un semplice intermezzo disturbante, con un loop sinistro che si ripete mentre le chitarre acustiche disegnano una breve melodia di accordi veloci e sostenuti, che fanno da preludio a "Dole", un altro meraviglioso brano dalle infinite sfaccettature. Anche in questo caso potrebbe aiutare la definizione di ’heavy post rock’: si tratta ancora di un brano malinconico e dolente, in cui le chitarre svolgono un ruolo centrale, in cui la distorsione fluisce e avvolge dando corpo ed energia al pezzo. Anche in questo caso si sente una voce lontana che declama / canta un testo, ma è sempre impercettibile e difficile da decifrare, lasciando che sia la musica a parlare.
"Giornada De Oro", invece, fa capolino quasi con noncuranza e stravolge tutto il disco. Il mood cambia completamente e si passa ad un brano, sempre strumentale, che inizia come una serena ballata acustica accompagnata dall’armonica a bocca (!), per poi ravvivarsi con un arrangiamento elettrico, che però questa volta non è triste e malinconico, ma vitale proprio come il titolo.
Quasi senza accorgersene è trascorso metà album e si arriva a "Il Faro", un altro breve intermezzo musicale che riporta quell’anima malinconica e cullante che mi ha fatto pensare ai migliori Sigur Ros (alcuni passaggi mi hanno ricordato la meravigliosa "Untitled 1"), per poi tuffarsi in "Floaters", un altro brano che unisce sonorità elettriche ed altre acustiche. Neanche a dirlo, ci troviamo di fronte ad un altro capolavoro: la musica, come dice il titolo stesso si eleva nell’aria, lo spirito si innalza al cielo e sembra davvero fluttuare nel cielo, lontano dal dolore, abbandonato alle correnti celesti e privo di ogni sofferenza, poi però la musica si anima, si tinge di rosso, le chitarre si fanno più pressanti, il ritmo aumenta e il pezzo si trasforma in una fuga strumentale piena di tensione.
Siamo ormai verso la fine dell’album e arrivano due brani strettamente collegati tra loro: "Vanja" e "Good Morning, Vanessa Van Basten!". Il primo è un intermezzo inquietante e rumorista, mentre il secondo è una lunga composizione dalle mutevoli sfaccettature. Il pezzo parte come lento brano strumentale elettrico che al primo ascolto mi ha fatto venire in mente il Burzum di "Filosofem": le stesse atmosfere gelide, le stesse chitarre graffianti e inumane... Poi vado sul sito della band e scopro che il Conte è proprio una delle influenze del duo. Incredibile la versatilità di questo progetto. Dopo questa prima parte il brano si trasforma e lascia spazio ad un disturbante finale fatto di stridii fastidiosi, rumori bianchi, fruscii, un vero e proprio assalto doloroso ai timpani dell’ascoltatore. Poco per volta questi scompaiono e rimane soltanto il silenzio, che però non è la fine del disco. Dopo circa tre minuti di vuoto la musica torna e si conclude con un’anima acustica. Tornano le chitarre e la coda finale viene affidata a questo breve brano strumentale che mi ha ricordato "Transacoustic", la bonus track contenuta in "Judgement" degli Anathema.
Siamo giunti alla fine, la stanza si chiude e rimane la consapevolezza di aver fatto un viaggio, un percorso dello spirito che difficilmente potrà lasciare indifferenti. I Vanessa Van Basten hanno realizzato un capolavoro, lo dico senza timore di sbagliare. Non fate che questo gioiello vi passi accanto senza toccarvi. Non andate in direzione della luce. Non lasciate la stanza di Swedenborg. (9/10)
ROCKLAB (Samuele Boschelli)
All’uscita dell’omonimo EP promozionale di qualche mese fa, gridai al miracolo. Senza tanti giri di parole individuai nei Vanessa Van Basten la migliore tra le band emergenti nostrane senza contratto, in un momento tra l’altro molto pieno di ascolti underground di vario genere. In molti mi "accusarono" di aver esagerato, tra cui lo stesso Morgan Bellini (la mente che si cela dietro il nome Vanessa Van Basten) in una sua mail al sottoscritto. Adesso che ho tra le mani il primo full lenght ufficiale, dal titolo ’La Stanza di Swedenborg’, in tutta franchezza non posso che tornare a ripetere quanto emerso allora, ovvero che si è di fronte ai migliori. Quantomeno ad una band di grande, grandissimo valore. Il motivo è presto detto. Il disco è straordinariamente bello, ma non è tanto questo il punto, piuttosto si ha, durante l’ascolto, la forte sensazione dell’esistenza di uno stile Vanessa Van Basten a cui far riferimento, come si è soliti fare per compagini più blasonate. Parlando di ’La stanza di Swedemborg’, il post rock a tinte heavy dell’EP è stato qui portato ancor più oltre, è stato intriso di un senso onirico e di una straordinaria solennità che lo rende appetibile anche ai non cultori del genere. Post rock, una definizione che potrebbe appunto fuorviare, che senz’altro riguarda lo stile di una band in cui si fa evidente l’abilità di arricchire il tutto con una personalità dai tratti inconfondibili, inquietudini e oscurità, incontri cinematografici a sfondo orrorifico, dilatazioni ambientali di grande effetto ed atmosfera.
E’ la title track ad inaugurare l’ascolto, un brano spettrale, con la voce cinematografica fuori campo che descrive i particolari della stanza di Swedenborg. Non appena la voce si fa più intensa e sentita, ecco arrivare l’esordio musicale vero e proprio, una sequenza di accordi dal notevole impatto e dall’alto senso drammatico, sottolineati da un bel muro di chitarre distorte su essenzali, ma quanto mai efficaci, pattern di batteria. Cinque minuti che riassumono efficacemente lo stile Vanessa Van Basten. Non è ovviamente il solo picco del disco: si bissano gli stessi livelli su "Dole", che ne riprende tra l’altro il sound ed il mood. La successiva "Giornada de oro" è inizialmente più pacata e intima, grazie ad una bella chitarra acustica in evidenza, sebbene non rinunci poi a pennellare alcuni sinistri crescendo e a venir fuori con le solite asprezze heavy. La seconda parte dell’album è decisamente più evocativa e si concede anche qualche momento più soft, che opportunamente dona notevole respiro. Segnalo lo splendido glockenspiel sulle inclinazioni ambient di "Il faro", lo splendido incedere evocativo di "Floaters" e le temibili distorsioni degli algoritmi elettronici di "Vanja". Non voglio dilungarmi oltre, credo di aver ampiamente descritto caratteristiche e meriti di questa nuova realtà tutta italiana che mi sorprende davvero di ascolto in ascolto. A voi adesso non resta che entrare a farne parte.
OPUS (Michael Henaghan)
Vanessa Van Basten hail from Genoa, Italy and are bizarrely named after the wife of Dutch footballer Marco Van Basten. This duo operate somewhere between the heavy post-rock world and the experimental metal tendencies of Neurosis. La Stanza Di Swedenborg is a beguiling mix that is augmented by God Machine-style distortion and occasional Mike Patton-esque vocals.
Using a glut of electronic, distorted and acoustic instrumentation, it all starts with the impressive title track. A tense 3-minute build-up of Italian spoken word and apocalyptic synths soon explodes with some tremendous, melancholic guitar work and industrial-sized drums.
This album flows seamlessly, with some tracks being interspersed by ambient drones, cinematic passages, and eerie sounds. On "Dole", however, Vanessa Van Basten again opt for those pulverizing distorted riffs, this time overlaid with superior acoustic guitar work and blended with gigantic drumming.
The percussion is particularly impressive throughout, but is most notable on "Giornada De Oro", which is surely the world’s first industrial/folk song. Combining echoed harmonica, acoustic guitars and elephantine rhythms, it is a highly original and surprisingly contagious piece of work.
"Floaters" provides La Stanza Di Swedenborg’s best moment. Recalling Faith No More at their finest, the crystal clear melody soon erupts into a collage of euphoric sounds and Patton-esque vocals, the distorted guitars becoming denser with each passing second.
La Stanza Di Swedenborg is a welcome shot in the arm for the world of intelligent metal. Combining moments of true beauty with head-shattering drums and monolithic distortion, it provides a refreshing snapshot of emotionally heavy music.
ROCKSHOCK (Riccardo Dondi)
La Stanza di Swedenborg è il disco di esordio del duo dal fuorviante nome Vanessa Van Basten: sono uomini, sono italiani, e non hanno nulla a che fare con il calcio. E si tratta in realtà di un disco molto profondo.
Morgan Bellini e Stefano Parodi elaborano musica di qualità con synth, percussioni, basso, armonica e altro ancora.
Si può avere un’idea della non banalità del disco già dal titolo e dalla prima traccia. Emanuel Swedenborg è stato un filosofo che ha indagato l’inconscio e la dimensione spirituale dell’uomo, tanto da essere ripreso da Jung.
"Tutti gli spiriti si trovano in una stanza intermedia, che noi chiamiamo la stanza di Swedenborg" dice la voce nella prima traccia, tratta, se non ho colto male, dalla serie televisiva di Lars Von Trier "Riget" (per la cronaca il primo utilizzo estensivo della camera libera da parte del regista danese).
La stanza di Swedenborg è dunque un luogo intermedio, tra la vita e la morte, in cui il corpo si smaterializza e si fa altro da sé. Un mondo a metà fra luce e ombra, e proprio questo è il senso ricreato attraverso la musica.
Non so se si tratti di una semplice provocazione o di una ricerca voluta, sta di fatto che questo rimando testuale è certamente pertinente all’estetica del disco, che ripercorre vari generi, senza mai appropriarsene completamente.
Così ci si ritrova di fronte ad un’infinità di etichette possibili, di declinazioni di generi e di possibili classificazioni (doom, prog-metal, post-rock). La più accreditata pare essere heavy post-rock. In realtà mi pare di poter affermare che questo disco rappresenti, sotto molti aspetti, l’evoluzione naturale di un certo tipo di metal, genere che, fra i pochi, è riuscito a fare propria l’estetica progressive. Non a caso, vi sono alcuni passaggi che si rifanno al prog-metal più classico, ma svuotato dell’eccessivo manierismo e dell’epicità che normalmente caratterizzano il genere. Si tenta invece la costruzione di atmosfere dilatate, rarefatte e inafferrabili. Un chiaro esempio in Floaters.
La materia sonora principale rimane dunque il metal, ma questa viene destrutturata e rielaborata in maniera non del tutto nuova ma sicuramente interessante.
Un disco pieno di misticismo, dunque, quasi ipnotico nel suo tentativo di dilatare la massa musicale e creare un’atmosfera oscura e avvolgente. (7/10)
GENOVATUNE..MENTELOCALE (Giulio Olivieri)
Il gruppo Vanessa Van Basten è un progetto di Morgan Bellini, che molti conoscono come dj e organizzatore di concerti alla Madeleine, coadiuvato da Stefano Parodi, già bassista nei White Ash.
La Stanza Di Swendenborg è il loro primo disco vero e proprio, dopo un demo circolato parecchio in città. Ammetto che, non so per quale pregiudizio, mi aspettavo un disco più duro, più pesante, più "metallaro".
Invece basta la cinematografica title track (audio preso da The Kingdom di Lars Von Trier, per entrare in un disco decisamente psichedelico, un autentico viaggio mentale di (purtroppo solo) quaranta minuti, più vicino ai Godspeed You! Black Emperor di quanto uno si possa aspettare.
Emergono anche influenze più dure (gruppi post-hardcore come Isis e Jesu i primi nomi che vengono in mente, oltre al giro legato ai Neurosis e alla loro etichetta), ma l’impressione è più quella di avere di fronte una versione più pacificata dei God Machine più dilatati, soprattutto in Floaters, che vorresti non finisse mai; e ogni tanto emergono riferimenti new wave e addirittura qualche passaggio potrebbe far sfuggire il termine prog, per via di certe atmosfere quasi floydiane.
Disco strutturameto in maniera intelligente il loro, in cui pause semi-acustiche (Love, Il Faro e la ghost track finale al termine di qualche minuto di silenzio) o ambientali (il drone di marca Earth di Vanja) riequilibrano i momenti più duri, e in cui c’è spazio persino per le sperimentazioni sonore di Claudio Parodi, ospite nella conclusiva Good Morning Vanessa Van Basten.
Rimane giusto da citare quella Giornada De Oro che sin dal primo ascolto si è rivelata - almeno per me - come il vertice del disco, autentica scheggia di psichedelia californiana caduta per sbaglio a Genova.
Perfetto per occupare il vostro lettore mp3 mentre tornate dal lavoro o dall’università e avete bisogno di dimenticare il mondo intorno a voi, definitivo per quei viaggi mentali che partono e terminano nella propria stanza: sta al vostro stato d’animo quanto abbandonarsi al loro flusso sonoro, sappiate però che non potrete permettervi di tenerla come semplice sottofondo sonoro.
In definitiva un ottimo punto di partenza vero e proprio per l’avventura Vanessa Van Basten, un disco che potenzialmente potrà piacere a diversi tipi di ascoltatori proprio perché sfugge a definizioni più precise, ora però vogliamo anche vederli in azione sul palco.
DISINTEGRATION.IT (Luca Visconti)
"Tutto gli spiriti si trovano in una zona intermedia che noi chiamiamo la stanza di Swedenborg, ma lei non ci resterà a lungo, lei passerà dall’altra parte verso la luce", con queste parole profetiche e narrative (tratte da "The Kingdom" del genio Von Trier) si apre uno dei capolavori del post rock italiano, griffato da un duo dallo strambo nome: Vanessa Van Basten. Avevo avuto modo di conoscerli attraverso la vasta community di myspace, stringevo tra le mani il loro autoprodotto, ma neanche il tempo di ascolarlo che mi ritrovo sulla mia scrivania "La Stanza di Swedenborg", full lengh sfornato dalla nostrana Eibon. Definire un gruppo posto rock oggigiorno significa tutto o niente, anzi può sembrare riduttivo e mortificante per un band come quella genovese: il sound ha qualcosa di lugubre ma in maniera speculare ci conduce verso un viaggio dove si incontrano musica eterea, spaziale e atmosfere al limite del trip psichedelico. Aluccinante, ossessivo, onirico, sono questi i primi tre aggettivi per definire il disco: dopo la title track recitata ma contrappuntata da squarci melodici (quella però voce mette i brividi), "Love" si presenta con una struttura imponente attraverso un riffing ripetuto alla noia (tra in tripudio di campionamenti), l’antitesi di "Giornata De Oro", dove si lascia spazio a delle chitarre acustiche e solari (è questo il bagliore di cui si parlava all’inizio?) che, ben presto, si fanno più pronunciate, richiamandoci qualcosa degli ultimi Katatonia. Soluzioni dilatate caratterizzano la breve" Il Faro", sorta di intro alla space-post rock di"Floaters", ancora uno stupendo viaggio tra un rincorresi di chitarre soffici e "katatoniane", synths e una voce alienata (mi vengono in mente i Sigur Ros). I suoni distorti e poco umani di "Vanja" cedono il posto alle chitarre heavy di "Good Morning…", perfettamente incastonata tra sperimentazioni centrali ed un finale affidato a prelibatezze acustiche. Come avrete intuito, stiamo parlando di un album ambizioso e difficile (le parti cantate, per esempio, sono quasi inesistenti), ma concedetevi senza esitazioni quaranta minuti di vere emozioni. Voto:7,5
SENSORIUM.IT (Michele Dicuonzo)
La creatura del genovese Morgan Bellini, qui coadiuvato da Stefano Parodi, esordisce sulla lunga distanza dopo il buon esordio su EP autoprodotto: il risultato é senza dubbio all’altezza delle aspettative, complice una produzione di buon calibro. Sorta di mirata sintesi tra generi notoriamente votati alla sperimentazione, il suono di Vanessa Van Basten recupera le intuizioni ’post’ dei Mogwai, le ambientazioni brumose ed ipnotiche di Isis e Neurosis, ma anche la psichedelia bucolica dei Floyd di "Ummagumma" (l’evocativa "Giornada De Oro" cita la gilmouriana "The Narrow Way") e gli scenari cosmici di scuola shoegaze (cfr. "Floaters").
Partenza ineccepibile sulla scorta della magnetica ed inquietante title-track, che alterna sapientemente fasi più lente e misteriose a fragorose eruzioni chitarristiche: qualcuno ci ha sentito anche il caracollare drogato di "Dunkelheit", e non a torto. Tesa ed ispirata anche "Dole", mentre la conclusiva "Good Morning, Vanessa Van Basten!" si dipana sulla scorta di un abrasivo riff post-core davvero molto prossimo all’universo dei Cult Of Luna. Brillanti anche i brevi interludi ("Love", "Vanja", "Il Faro") che punteggiano la quasi totalità degli episodi qui inclusi: peccato solo per il minutaggio complessivo (40 primi), giacché ’l’appetito vien mangiando’ e "La stanza di Swedenborg" avrebbe forse potuto includere qualche portata supplementare.
In conclusione, un lavoro maturo ed intenso, di grande attualità sonora, che certifica il talento di un progetto nostrano che non ha assolutamente nulla da invidiare a quelli delle ’prime donne’ estere. Da seguire e supportare.
HEATHEN HARVEST (Lord Lycon)
From the opening track, this has proven to be a fairly interesting release. Vanessa Van Basten mixes almost ethereal rock with ambient noise and it comes out sounding almost dream-like. The band sounds like a natural progression that Pink Floyd may have taken should they have stayed together and decided to take a heavier, and perhaps more doom-oriented approach to their music. One can’t really actively call Vanessa van Basten’s music doom though, as there are happy moments to be found, as in the second section of Giornada de oro. It comes off as very strange sounding though because it almost sounds like tribal from a machine’s point of view. The background noise is very Ulf Soderburg-esque if he was to use mechanical elements instead of actually tribal drum sounds.
The guitar sound itself is straight forward at times, very progressive at others. Vanessa van Basten likes to go from using ordinary melody lines and leads to abruptly cutting into odd chord progressions and, once in a while, time signatures, but not for more than a few beats at a time. There are no vocals here to be heard as the music is entirely instrumental. Fans of Pelican may enjoy this release, though La Stanza di Swedenborg is nowhere near as heavy as them. It’s almost like a fine mixture between droning guitar doom ala Fear Falls Burning and the aforementioned sludge-instrumentalists. The music is obviously turning out very hard to categorize, but I guess some bands just prefer it that way. I know if I was a musician and someone told me that my music was good and that they couldn’t classify it, I would feel like i’d accomplished something great. Especially in a world where everything now has its place and must be labeled or people aren’t comfortable.
La Stanze di Swedenborg’s music fits the artwork infinitely well. The music is indeed very air-oriented. The droning nature put forth on this album is the first that makes me feel like i’m flying through the clouds, as opposed to swimming through the waves of the ocean, floating in deep space, or walking through the cold forests of Norway. As this has happened, I have only one element left to experience, which is fire. Is it possible to make one feel ablaze with drone ambient/rock? I do not know, but I am sure at this point there are a few musicians out there willing to give it an attempt. Vanessa van Basten goes a long way in their programming to create just the right atmosphere for the listener. The programming is the most important aspect to be found in this music. The guitar and rock sides of things are merely accents to the already powerful electronic side. Needless to say, this is a somewhat avant-garde release that deserves at least some attention from the underground rock and ambient scenes. Radiotarab has done a wonderful job with the promotion of this album as well as the packaging, so continue to support your underground and buy this release.
OBLIVEON (MK)
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Canaan, Swans, Coil, Agalloch, alte Rush, Tool, ruhigere Voi Vod ... in diesem musikalischen Spannungsfeld agieren Vanessa van Basten mit ihrem Album ???La Stanza di Swedenborg" und haben dabei mit Eibon das passende Label gefunden, das, neben Prophecy Productions, Bands dieser Couleur ein Form zur Veröffentlichung bietet. Musikalisch beschränken sich Vanessa van Basten dabei vornehmlich auf instrumentale Kompositionen, die je nach Song zwischen überwiegend düsteren oder progressiv psychedelischen Einflüssen hin und her pendeln und sicher nicht immer ganz einfach zu konsumieren sind, eben weil sich durch den fehlenden Gesang kaum einmal Fix- und Anhaltspunkte fest machen lassen. Hinzu kommt, dass ???La Stanza di Swedenborg" an manchen Stellen etwas schräg und experimentell wirkt, was den Zugang zum Album nicht wirklich erleichtert und einiges an Ausdauer erfordert, die unter dem Strich für Fans der genannten Bands dann allerdings doch befriedigt werden sollte. (7/10)
OBSKURE
Non, Vanessa Van Basten n’est pas un groupe à chanteuse. Non, le groupe n’est pas originaire de Hollande. Derrière ce curieux nom emprunté à l’épouse du joueur de foot Marco Van Basten se cachent en fait deux italiens au background musical plutôt varié. Résumer en quelques mots la teneur de leur musique, essentiellement instrumentale, est un exercice périlleux tant les ingrédients la composant sont nombreux. Le morceau éponyme, "La Stanza di Swedenborg", ouvre l’album sur une tonalité assez cinématographique: D’abord mené par un sample de voix féminin soutenu par quelques accords de guitare accoustique, le morceau évolue lentement, hypnotique, vers un post-rock énergique mâtiné de synthés ambiants. L’ombre de Klaus Schulze et de son Tangerine Dream, influences avouées du groupe, n’est pas loin... Vanessa Van Basten partage d’ailleurs avec l’allemand la volonté de proposer une musique hypnotisante, contemplative et profondément méditative, mais le tout sur une base post-rock légèrement endurcie. "Floaters" est la parfaite illustration de cette volonté: A la fois nostalgique et léger,le morceau se pare d’un pouvoir évocateur indéniable. On e
 | Currently listening: House of GVSB By Girls Against Boys Release date: 05 March, 1996 |
|
7:46 PM
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