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Rodolfo Montuoro



Last Updated: 11/24/2009

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Status: Single
Country: IT
Signup Date: 1/2/2006
Friday, May 02, 2008 

L'"Hannibal"di Rodolfo Montuoro:

sprofondamenti nell'oceano amniotico

di Lucia Castellini

L'impatto con Hannibal. Mythologies I (AiMusic, 2008), il nuovo album di Rodolfo Montuoro, non è certo semplice. Ascoltando più volte i pezzi, le impressioni cambiano, si enfatizzano, si ridimensionano e poi svaniscono per far posto a nuovi punti di vista. 

Rispetto all'album precedente, A_vision (Auditorium, 2006), c'è più ricerca, e la ricerca comporta più squilibrio e asimmetria ma anche, inevitabilmente, più scommessa. A_vision dava la sensazione di un percorso musicale incubato a lungo, quindi realizzato con naturalezza, in una sapiente miscela servita a temperatura ambiente; in modo equilibrato, composto, simmetrico. In Hannibal, restano in linea la voce (anche se qui si aggira di più verso il fraseggio e i registri acuti) e i testi, innestati alla poesia, in cui torna il tipico leit-motiv dell'Assenza e del Fantasma, nella sua valenza ossessiva dell'invocazione e del dialogo. ....

Non ci sono molti strumenti solisti: soltanto alla chitarra (affidata all'elegante maestria di Giuseppe Scarpato) vengono riservati gli assoli e l'affiancamento della voce in primo piano; scompaiono gli archi che, nel primo album, "classicamente", segnavano i crescendo e i picchi lirici, mentre si potenzia il tappeto elettronico (che come vedremo diventa qualcosa di più di un tappeto, quasi un segreto e inconfessato "manifesto" musicale per la forma-canzone) e resta invariata la presenza di strumenti acustici (didjgeridoo, banjio, mandolino, chitarra) nelle sonorità worldmusic. ....

In alcuni pezzi, Hannibal conserva quindi la compattezza levigata del primo album; in altri pezzi, invece, si avventura in una sonorità nuova che, secondo me, costituisce il vero punto di svolta. A impatto, questa seconda sonorità non è facile da ascoltare, perché riesce a volte quasi paludosa, con effetti di non finito, di incerto, di impasto sonoro; eppure essa affascina, perché trasmette la cura del musicista e del poeta, racconta il percorso euforico-disforico della ricerca, sbilanciata fra certezze folgoranti e sofferti ripensamenti. ....

Nel riascolto, però, tutto si chiarisce: quell'incerto è sì ricerca, ma non esperimento, perché la ricerca non segue l'empirismo degli eventi casuali per arrivare alla scoperta di un'astrazione teorica; qui avviene sicuramente il contrario. Questo album sembra nascere infatti da una sonorità ideata "a monte", in una specie di simposio telepatico tra Rodolfo e i suoi musicisti, ed empiricizzata poi in una ricerca spinta fino al limite estremo, fin quasi all'annullamento sia dei significati che degli stessi timbri musicali che spesso sono stremati verso un limite emotivo quasi insopportabile nella sua intensità.....

Una sonorità che chiameremo "musica liquida" e che probabilmente sta anche nelle intenzioni con cui Rodolfo, in questo suo nuovo album, ha voluto le particolari risonanze dei Triad Vibration, tutti presenti (Walter Mandelli, Gennaro Scarpato, Ezio Salfa) al suo appello in questo disco. Musica liquida, dunque, che va a spandersi in rivoli interdipendenti, diluentesi, dissolventesi in un riverbero-delay programmatico che fa emergere dalla profondità i bassi a infrangersi sulle melodie, scomponendo e snervando l'ascolto. Musica liquida: obliquità, distorsione, centrifuga distillazione, spasimo ed effetto acquarello dove i suoni perdono il loro colore in un intrigante indistinto. L'acqua risparmia solo la presenza della voce e talvolta della chitarra, ma inghiotte con democratica spietatezza tutto il resto, sciogliendo anche lo scheletro ritmico dei pezzi in una sonorità manipolata elettronicamente, rigurgitata in artifici calcolatissimi (riverberi, delay, slide, ecc.) e mixati impeccabilmente, a provocare una spiazzante insolidità; musica che sfugge, si sottrae, rimbomba, evoca cavità, profondità, impotenza di volo e luce.....

Il primo pezzo, "La colomba", richiama la vittima simbolica, il simbolo cristiano della purezza che apre l'album intitolato ad Hannibal, un carnefice. Il tema del sacrificio ha bisogno di immagini "oggettive", di simboli potenti e remoti. Non a caso, Rodolfo va a prendere questa sua colomba da un antico motivo popolare della prima e più antica tradizione basca, la riporta alla luce e le fa spiccare il volo nell'orizzonte di una melodia da lui costruita ex novo. Il volo comunemente leggiadro e domestico della colomba, diventa qui traversata solitaria, epica e tragica, in un'immagine leggerissima e tersa di bianco (la "bianca colomba") che si confonde col bianco dei monti Pirenei, fino a scomparire alla vista: il bianco che si annulla e sparisce nel bianco. Un sacrificio ancora più orrendo proprio perché incruento, in cui il colore è estirpato dal mondo così come il cuore è estirpato dal petto e spira nella mano esangue impressa sulla copertina del disco. L'album comicia già a manifestare sin dalle prime note il suo elemento di spicco: l'acqua. Nel corpo sonoro liquido, l'unica solista dell'album, la chitarra, crea strappi, inserti, patchwork. L'indistinto è turbato da pizzichi elettronici, scariche intermittenti, strappi alla superficie fluida della canzone. Lo spazio riservato all'assolo della chitarra è singolarmente lungo, come se il pezzo fosse diviso in due parti, quella del primo solista, la voce, che chiede conto alla colomba del suo viaggio senza approdo ("dimmi bianca colomba, dove vai?") e quella del secondo solista, la chitarra, che strema il destino del volo nella ricerca toccante ma insensata di un "amore" ("solo per il mio amore fuggo le notti e i giorni") che non avrà mai fine e che porta senza scampo alla sparizione.....

"Ghostmusic". Ecco la prima isola di secco, di terreno, nella compagine liquida dell'album. Rodolfo Montuoro è maestro in questo tipo di canzone: riconosciamo le tonalità minori, le sonorità celtiche, la piana armonia che ci hanno conquistati in A_vision, e che tornano in questo pezzo straordinariamente orecchiabile, carezzevole che, forse in virtù della sua limpida progressione armonica, risulta addirittura familiare. Commuove la sommessa tristezza del testo, che dice la solitudine di chi si aggira fra i ruderi di una felicità irrimediabile, una tristezza che non viene risolta neanche dal whistling con cui l'autore cerca di ristabilire l'ironia. L'acqua s'infiltra inesorabilmente: la chitarra acustica trascolora nello slide ma conserva il primo piano, mentre, nell'assolo finale, indietreggia al di sotto della superficie, ansimando alla ricerca d'aria nell'elegante wha-wha. Gli archi che dovrebbero segnare il crescendo, restano accennati e vengono subito risospinti sul fondo, in linea con il resto di un album in cui hanno solo il ruolo di evocare distanze e mondi oltre i mondi.....

Sfociamo quindi nella casbah mediorientale di "Hannibal", la titletrack. In una città ritorta in cunicoli e budelli, l'affollamento dei corpi si risolve nel cannibalismo, in un vivere per fagocitare gli altri ed esserne fagocitati. Ma questo vivere e morire non si dispiega nel teatro più ampio della natura darwinianamente selettiva, natura crudele, sì, ma dominatrice, che dirige il flusso dei più e dei meno forti sulla Terra; qui la lotta si consuma nell'angusto e claustrofobico ambito della nostra specie, di un'umanità che nega a se stessa il diritto di esistere, più inabissata nella cupio dissolvi che intenta alla selezione dei migliori. La canzone qui dice la terra, la geografia; la "liquidità" resta al fondo, esalando cupi rimbombi che risalgono a tormentare e a infrangere la superficie. ....

Ne "La lettera" siamo ancora sulla terra. Anche questa canzone è del tipo in cui Rodolfo si esprime naturalmente, come "Ghostmusic". Il testo – tradotto da Henry Barbusse, quasi a voler tracciare un'altra "ironica" distanza da sé – descrive una simbiosi di anime, una vicinanza dalla lontananza, un'azione, scrivere una lettera, in cui chi scrive e chi riceve si scambiano identità, in quella fusione sempre agognata nei testi di Rodolfo e continuamente sopraffatta dall'esistenza stessa. La musica è lieve, assorta. Anche qui l'assolo della chitarra elettrica, che lotta per emergere, viene dosato sotto la superficie e tenuto a bada dall'esatto effetto di wha.....

"Le parole": canzone schizofrenica, che suona dura, distorta, pompata, ma che nel testo racconta di sentimenti morbidi, umani, domestici. Il canto sdoppia interpretazione e testo: la voce aspra, che si incupisce a tratti nelle note più basse dell'album, contraddice la delicatezza delle parole, in una schizofrenia tipica dell'album che, nonostante il pulp evocato dal personaggio del titolo, conserva quella delicatezza ma anche quella sulfurea ambiguità cui Rodolfo ci ha abituati nel corso della sua produzione musicale e poetica. Al primo impatto con questo rock, pensiamo: ecco, si è incattivito, è passato dall'altra parte…, ma poi il significato delle parole rimonta sul timbro cupo della voce che, quasi a fine brano, viene pure sospinta sul fondo, allentata col reverbero, lasciando solo le chitarre a fare le cattive in primo piano.....

Ne "Il prossimo sogno", la musica si unisce nel testo alla dimensione liquida per eccellenza: quella onirica. Fra riverberi di luce e acqua, si intravedono fondali di sabbia, terra quasi disciolta. A fine brano, il soprano (Anna Zoroberto) si accavalla su se stesso, come un'onda che si ricurva sdoppiandosi in due flussi indipendenti. E nel liquido di una dimensione onirica, si verifica persino un lapsus: Rodolfo canta "per i tuoi pensieri erranti", ma il testo in cover registra "per i miei pensieri erranti". Sospettiamo che la vera erranza sia dell'altro, ma nei testi di Rodolfo Montuoro la simbiosi fra le anime - separate "solo" dai corpi - annulla la differenza fra io e tu, e i lapsus perdono quindi anche la loro funzione svelatoria, di smascheramento dei sentimenti inconsci legati all'altro.....

Il pezzo successivo, "Miraggi", ha una sonorità più secca, che risulta riposante dopo l'affondo senza scampo della canzone precedente, proprio come è riposante la saldezza della terra ferma sotto i piedi dopo la navigazione. L'acqua non scompare, la sentiamo scrosciare a inizio brano, dove viene letteralmente "versata" sulle strofe dalla percussione che la simula così bene. Ma neanche qui è terraferma: la terra si ridefinisce, si riplasma sui movimenti dell'acqua. Siamo su una laguna, dove gli stacchi nella ritmica di basso e chitarra creano vuoti sonori, crepe nel burro della terra. Nella variazione prevale il secco, la terra si arrocca in un raro lembo che galleggia sulla massa acquea, mentre la sua rotazione accelera, poi perde inarcatura affilandosi in linea retta.....

"Undici (Secret Talking)". L'arcano del titolo non poteva non richiamare la "musica liquida", che qui sembra sgorgare dal fondo di una caverna marina, poi rimbomba radente la stonatura, si ingorga obliqua, salvando solo l'immancabile chitarra, ma sempre affondandola sotto la superficie. Nel frattempo, l'autore, in primissimo piano, letteralmente dà i numeri, tutti rigorosamente dispari e primi, per dire l'asimmetria, l'identità, l'arcano dell'irriducibile in parti uguali e dell'indivisibile. L'undici, numero maledetto, viene recitato quattro volte, come suo fratello, il tredici. L'acqua non è più sul fondo, come nei pezzi precedenti, ma è esplosa, si è espansa, occupando tutto lo spazio come in un crollo psicotico. Il basso, che di solito resta acquattato come un animale notturno, qui assume presenza nel ditteggio spietato di Francesco Gabbanini, rimbomba quasi molesto al di sotto dell'oceano musicale. Non c'è neppure un minimo brandello di terra cui aggrapparsi in questo pezzo. Non c'è significato. Non c'è luce. Inserti sonori elettronici volano rasente la superficie infernale con ali incerte, mentre altri strumenti oscillano diluiti fra sfondo e medio piano, mai protagonisti. Fraseggi e inserti salgono come bolle dai fondali labili e si dileguano appena sotto la superficie turbolenta. La chitarra rasenta e volteggia, persa come un pesce attratto dalla luce.....

"Non si dimentica": qui la terra si scioglie in sabbia, poi risacca verso il largo. Respira nella canzone un senso di soffio, di vento. La mente diabolica che si aggira per l'album, tormentandoci, pungendo con i suoi inserti elettronici, si palesa anche in una zona lieve e protetta, più solida, come questa leggiadra canzone, che riporta una lirica di Ottiero Ottieri. Ma, nella variazione, l'acqua monta, affogando il soprano sotto la superficie, diluendo il tappeto, facendo emergere il basso. L'acqua sbava anche l'acuto finale del soprano che, con un tremolo molto accentuato, sosta con un artificio davvero magistrale sulla soglia della nota piena di chiusura, poi si rialza naturalmente e impercettibilmente, approdando per un attimo, ma viene subito inghiottito dalla marea montante così come la morte si sovrappone alla vita e alla giovinezza, negandoci anche il riposante attracco all'acuto finale di una voce unica e magnifica. ....

"Anima", ricorre in due versioni, dia-bolica. La versione I, scarna, minimale, consiste in una chitarra che ripete ossessivamente l'arpeggio, rallentato in disciolta eco: qui si annulla il pizzico della corda nell'arpeggio, confondendo persino l'attacco delle note; verso fine brano, la chitarra elettrica inserisce una striatura, prolungando lo stacco fino alla chiusa finale, come un brivido o una ferita che attraversa tutto il corpo. Nella versione II, cambiano gli accenti della chitarra nell'arpeggio. La voce diventa profonda, roca, a corrompere il tono della versione I, a dire le stesse parole per intendere altro, e il pezzo conclude il suo obliquo cammino nella tipica distorsione, centrifuga e destabilizzante. Stavolta anche la voce perde il primo piano e si inabissa, chiudendo l'album con la massima coerenza, in un oscuro oceano amniotico.....

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