E’ ormai da parecchio che fisso questo “foglio” bianco, con il cursore del mouse che lampeggia beffardo quasi volesse prendersi gioco della mia incapacità nel reperire le parole necessarie ad intraprendere quella che probabilmente è l’impresa più ardua da quando collaboro ad Eutk: rendere efficacemente il magma d’emozioni e suggestioni che affollano la mia persona dopo essermi sottoposto a “Racconto d’inverno”, contemporaneamente il nuovo disco degli Arpia e il debutto nell’universo della letteratura di Leonardo Bonetti, che del gruppo romano è raffinato musicista e sensibile compositore.
Una questione particolarmente complicata, impegnativa e delicata, dunque, dover illustrare con adeguatezza le prerogative, il valore artistico e i sentimenti evocati da un disco che è anche un libro (licenziato dalla casa editrice Marietti 1820) e da un libro che è anche un disco, entrambi capaci di brillare singolarmente di scintillante luce propria, ma fatalmente destinati a rincorrersi, compenetrarsi e completarsi vicendevolmente un po’ come fanno le gocce di pioggia sul finestrino di un treno in corsa.
Ebbene, forse la soluzione migliore in questo caso è quella di farsi “aiutare” da qualcuno più autorevole e preparato ed ecco perché durante l’ascolto e la lettura di quest’opera mi sono venute in mente le parole di Daniel Barenboim, celebre direttore d’orchestra:
“La musica aiuta ad allontanare l’individuo dal mondo, ma è assolutamente fondamentale anche per capirlo”.
Il concetto espresso è semplicemente perfetto per il contenuto di questo Cd, ma è altrettanto ineccepibile per quello del romanzo ad esso così indissolubilmente legato.
Il tema della fuga da tutto e da tutti sullo sfondo di un conflitto civile non meglio identificato, indefinito nel tempo e nello spazio (non è così importante descriverlo precisamente … sono tutti ugualmente dolorosi, insensati e totalizzanti negli effetti, tanto che, come accade in questo caso, si arriva addirittura a voler cancellare la speranza e il ricordo di un mondo diverso, incapace di combattere la violenza che li ha generati), con i tre protagonisti senza nome che diventano le enigmatiche guide in un viaggio interiore e profondamente metafisico, non è esso stesso un mezzo attraverso il quale si può tentare di scavare nella propria anima e da lì, magari, riuscire a comprendere un po’ meglio le contraddizioni e le controversie del nostro vivere?
E la narrazione, incredibilmente affascinante con la sua trama avventurosa e le sue inquietanti ambientazioni che rimandano alla migliore tradizione “gotica” della letteratura e al suo “sublime del terrore”, pregna di una suspense sviluppata attraverso uno stile raffinato, minuzioso nelle descrizioni (quelle della natura selvaggia e delle montagne che fungono da ultimo baluardo per una fuga che non si riesce a concretizzare, così come non si può sfuggire al proprio destino, quelle degli stati d’animo e delle angosce dei personaggi o ancora quelle degli anfratti dell’arcaica e lacerata dimora che li ospita, con i suoi mille misteri e reconditi significati) eppure così agile, non rappresenta una favolosa metodica per abbandonarsi all’immaginazione e allontanarsi, almeno apparentemente, dalle fatiche e dal grigiore del quotidiano?
E ancora, i labili confini e le intersezioni tra irrazionale e ragione, tra soprannaturale e drammatica concretezza, tra incubo e una realtà talvolta capace di “far smarrir la mente”, tra ossessione, dubbi filosofici e mistici, tra volontà e fiducia, tra amore, rassegnazione, guerra, sensualità, eternità e morte, non toccano questioni sempre attuali e significanti, oltre che irresistibilmente fascinose?
Arrivati specificamente alla versione discografica del prodotto e quindi a quella che di solito viene trattata da queste parti, essa non è altro che una trionfante trascrizione sonora delle peculiarità immaginifiche e delle profondità emozionali, poetiche e intellettuali così copiosamente riscontrate nella pagina scritta.
La lunga suite divisa in 19 movimenti che compone il platter, con le sue sonorità sospese fra leggiadrie acustiche e prepotenti intensità armoniche che s’inerpicano nella mente e nel cuore dando forma al pensiero e potenza vitale alle sensazioni, si nutre di corruschi e suggestivi bagliori di prog-rock oscuro e malinconico, abilmente sviluppati dalle voci “teatrali”, straordinariamente evocative di Paola Feraiorni e dello stesso Bonetti, e anche grazie al prezioso artwork desolante e crepuscolare di Ettore Frani, incarna un nuovo imponente passo nel generoso percorso artistico degli Arpia, una band che come ho già scritto ai tempi del precedente “Terramare”, conferma in toto il suo ruolo di una delle realtà più ricche di talento e di carisma dell’intero panorama musicale tricolore e che in questo caso realizza addirittura quello che non esito a definire come un importante tassello nella formazione della musica italiana degli anni 2000.
Il plusvalore letterario mi induce a chiamarlo “rock d’autore”, anzi strepitoso “rock d’autore” … e non c’è pretenziosità di sorta in questa definizione … credetemi.
EUTK 29/05/2009 di Marco Aimasso
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Segnalo anzitutto l'atteso, e finalmente uscito, nuovo cd dei romani
Arpia.
Credo di aver già parlato del loro disco precedente, "Terramare"
(2007), una delle migliori sorprese italiane in materia di prog e
dintorni. Con il nuovo album, intitolato
"Racconto d'inverno" e pubblicato dalla Musea, la band di
Leonardo Bonetti
conferma soprattutto la sua natura eclettica, che riesce sempre a
spiazzare i cacciatori di etichette: il progetto multimediale stavolta
è completato dal romanzo con lo stesso titolo che il cantante ha
scritto qualche mese fa. Un progetto inusuale e decisamente coraggioso.
Ho già detto della bontà del libro, ma anche la musica che ascolto in
questi giorni non ha niente di scontato. Curiosamente il gruppo mette
da parte gli accenti hard-prog e si affida essenzialmente alle chitarre
acustiche, più basso e tastiere, per dar voce al nucleo del racconto.
Quello che però impressiona è la splendida dialettica che s'instaura da
subito tra le due voci, cioè Bonetti e la bravissima
Paola Feraiorni,
in un continuo rimando alla sostanza lirica ed estrema che anima il
progetto di "Racconto d'inverno". E' davvero notevole come il quartetto
romano riesca a tener desta l'attenzione per l'intera sequenza senza
effetti speciali: la musica scorre piena di suggestione senza soluzione
di continuità, tra atmosfere raccolte o cariche di tensione. Un disco
che conquista ad ogni ascolto e non annoia mai.
Giornale di Bordo 04/06/2009 di Armando Polli
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Tempi Duri 12/06/2009 di Stefano Bonelli--------------------------------------------
Ci sono artisti che sfuggono alle definizioni, e sembrano concepire la loro creatività come un perenne divenire nutrito di suggestioni così variegate da spiazzare continuamente le attese. Credo proprio che Leonardo Bonetti, con i suoi Arpia, appartenga a questa meritoria schiera di musicisti.
In effetti, chi a suo tempo aveva apprezzato un album come "Terramare", avventuroso viaggio attraverso i secoli e la poesia della mutevole rappresentazione dell'Eros, si aspetterà forse di ritrovare anche in "Racconto d'inverno" quella stessa cifra stilistica: un duttile hard progressive dalle sfumature dark, suonato con un piglio piuttosto personale. Invece no, gli Arpia ci offrono stavolta qualcosa di profondamente diverso.
Bisogna tener conto che il progetto è ancora più ambizioso: cioè un disco che nasce quasi in simbiosi con l'omonimo romanzo scritto da Bonetti, e che cerca dunque di restituirne l'essenza attraverso i suoni. Il bello è che il gruppo sceglie a questo scopo una chiave musicale davvero inopinata, vale a dire una sorta di lunga suite ininterrotta che scarta a priori la dimensione del rock elettrico in favore di un suono in larga parte acustico, con le voci costantemente in primo piano.
Ecco, in quest'operazione sorprendente rispetto al passato, c'è qualcosa che rimane, e anzi si rafforza negli equilibri della band romana: la forza delle voci, appunto, che qui costituiscono davvero l'asse portante del disco. Se in "Terramare" la brava Paola Feraiorni era una presenza esterna, per quanto eccellente in alcuni episodi, ora il suo contributo vocale è almeno pari a quello di Bonetti, e il loro serrato binomio, lungi dall'esaurirsi in una mera riproposta del testo letterario, tocca dei vertici espressivi assoluti, che splendono di luce propria.
Si direbbe che l'idea sia quella di restituire allo strumento umano per eccellenza, la voce appunto, il ruolo che spesso il rock, specie quello italiano anche più grande, ha spesso mortificato e relegato in secondo piano. Bonetti deve aver pensato che, al contrario, solo il gioco di due voci in eterna dialettica potesse cogliere davvero la sostanza emotiva del suo racconto, così ambivalente e risonante: tra verità e delirio, passione e nichilismo, il filo conduttore più appropriato doveva essere proprio quello che scaturisce dalle vibrazioni emotive delle parti cantate, scavalcando l'impatto strumentale più sanguigno, ma forse anche più convenzionale e astratto. E' una scommessa, certo, ma secondo me vinta alla grande.
Come detto, la sequenza musicale scorre senza pause dal principio alla fine: i diciannove frammenti si succedono come un solo flusso emotivo, con i temi e le armonie vocali che spesso ritornano, si sovrappongono e s'intrecciano magicamente tra di loro, senza un attimo di noia. Non che la musica si riduca a semplice appendice, però: pur nella scelta acustica, quasi di basso profilo, le percussioni di Aldo Orazi, la chitarra di Fabio Brait, oltre al basso e alle tastiere dello stesso Bonetti, esprimono nella loro sobrietà un colore perfettamente intonato al contenuto delle liriche, sottolineandolo a dovere, come una cornice idonea a far meglio risaltare il quadro.
Proprio questa struttura profondamente unitaria, rende davvero difficile indicare i singoli episodi più riusciti di un racconto musicale tanto organico: tutto si tiene, in "Racconto d'inverno", e si deposita con la medesima intensità da cima a fondo. Mi piace comunque citare "Dimmi chi sei", che sembra prefigurare l'incontro tra i due protagonisti, e poi l'intensa sequenza "Ladri e stranieri"/"Soldati!", dove il duetto tra i cantanti si fa più stringente, con un pathos ben sostenuto dalle percussioni: ennesima dimostrazione, tra l'altro, della straordinaria verve di Paola Feriaiorni, duttile quanto espressiva e capace di sfumature che arricchiscono di senso le belle liriche di Bonetti. In questo senso, sono di grande effetto anche "Casa non mai vista" e, ancora meglio, "Cristo guarito".
A livello strumentale, nell'ultima parte dell'album le tastiere salgono al proscenio per catturare la discesa del protagonista nel labirinto di una casa che sprigiona insieme mistero e promesse: è il caso di "Requiem" e soprattutto de "Gli scantinati", con le sue tonalità oscure e incombenti.
Insomma, comunque lo si guardi, "Racconto d'inverno" ha il fascino irresistibile dei dischi più audaci: prima infatti stupisce e disorienta, poi conquista con la sapiente alchimia di due voci magnifiche, che regalano emozioni con apparente naturalezza in uno spartito musicale che scorre con quella consumata semplicità che, al contrario, rivela consapevolezza e idee chiarissime. A mio avviso un piccolo capolavoro, che mi sento di consigliare a chi ama la musica in quanto tale, e non le etichette e le ricette più ovvie.
Per informazioni e contatti: www.arpia.info
Altremuse 21/06/2009 di Armando Polli
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A tre anni di distanza dal precedente 'Terramare', tornano gli italiani
Arpia con il nuovo 'Racconto D'Inverno'. Il cd, lo dico subito, dà il
meglio di sè fruito con l'omonimo libro scritto da Leonardo Bonetti:
infatti l'unione dei due media rafforza ed amplifica il messaggio
trasmessoci dalla band.
Un grido contro la guerra, con il focus puntato sulla prima guerra
mondiale ma con l'occhio rivolto verso tutti gli scontri armati, anche
quelli contemporanei: una denuncia forte contro la barbarie umana che
mette uomo contro uomo, nel nome degli ideali che poi di solito sono
solo la copertura di ben più importanti interessi economici.
Il platter, prettamente acustico, risulta cd dall'animo sofferto e
sanguinante: le 19 canzoni trasmettono, in modo incredibilmente vivido
e pesante, la follia della guerra, le contraddizioni e le condizioni
dei soldati, mere pedine spinte al fronte.
Il risultato è un disco di prog maturo, intelligente e assolutamente
privo dei clichè del genere: gli Arpia hanno svolto veramente un ottimo
lavoro, con menzione d'onore per l'uso delle due voci, maschile e
femminile, che esaltano il pathos dei momenti più importanti.
La produzione risulta ottima, mentre la cover e l'artwork trasmettono
una incredibile sensazione di freddo, di neve e di inverno: in
definitiva 'Racconto D'inverno' coglie nel segno, lasciandoci tanti
interrogativi sul campo, conditi da musica di grande spessore.
Complimenti alla Musea che li ha messi sotto contratto, forse sarebbe
ora che anche in Italia ci svegliassimo e cominciassimo a valorizzare i
nostri talenti.
Un disco di grande spessore sia artistico che di significato...
RECENSORE
Fabio "Flames Of Hell" Rancati
RECENSITO
IL 27/06/2009
Hardsounds 27/06/2009 di Fabio Rancati
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ARPIA - RACCONTO D'INVERNO
(MUSEA RECORDS)
2009
1 - EPILOGO
2 - GIÙ NELLA FORRA
3 - CASA DI BLU
4 - LA GUIDA
5 - COSA DICE QUELLA PORTA CHIUSA
6 - DIMMI CHI SEI
7 - COSA DICE QUELLA PORTA SCHIUSA
8 - FAME CHE RIDE
9 - LADRI E STRANIERI
10 - SOLDATI!
11 - UN LUPO
12 - CANTO ANTICO
13 - CASA NON MAI VISTA
14 - CRISTO GUARITO
15 - LA LETTERA
16 - GLI SCANTINATI
17 - REQUIEM
18 - NESSUNO MUORE MAI
19 - NON SONO MORTO
Probabilmente questa è la recensione più difficile che mi sia mai capitato di scrivere nei miei pochi anni di carriere qui su Metalinside, e tocca agli Arpia, guidati dal mastermind Leonardo Bonetti, vincere il premio per la recensione più difficile dell'anno.
Ma andiamo con ordine, e cominciamo a parlare di questo “Racconto d'Inverno”.
Molto spesso (forse troppo) sentiamo parlare di come i diversi stati dell'arte viaggino e si intreccino alla perfezione tra loro; cosa sono infatti la musica, l'architettura, la letteratura, e ad esempio la scultura, se non diversi modi di comunicare artisticamente un messaggio ad un fruitore?
Gli Arpia avvalorano ulteriormente questa teoria, consegnandoci un prodotto dal grandissimo spessore artistico e dalla profondità disarmante; questo “Racconto d'Inverno nasce infatti come un doppio progetto, costituito da un disco e da un libro, dallo stesso titolo, che vede inoltre l'esordio da scrittore da parte del già citato Leonardo Bonetti.
I due prodotti sono complementari, e musica e testo si intrecciano per creare un prodotto sicuramente elitario ed ambizioso, dedicato a pochi palati ma estremamente fini, che sapranno sicuramente cogliere la bellezza e la profondità del progetto in questione.
Il prodotto totale acquista il suo intero valore solo dall'ascolto del disco e dalla lettura del libro, che offrono un quadro completo e interattivo dell'idea del progetto, della cui trama non svelo nulla per non rovinare la sorpresa a nessuno: si tratta comunque di un racconto che fa della malinconia, un po' gotica e un po' invernale (come da artwork del disco) il suo elemento principale, con una storia intrigante e profonda.
Venendo invece a parlare del disco, possiamo notare anche qui parecchie caratteristiche interessanti: esso è costituito da 19 movimenti, tutti collegati tra loro e senza stacchi o pause, che creano un'opera complessiva unica della durata di 43 minuti, e che musicalmente si discostano abbastanza dalle caratteristiche del precedente “Terramare”.
Se il disco precedente, infatti, faceva dell'approccio più tipicamente “rock” ed elettrico la propria arma principale, qui possiamo notare uno spostamento sostanziale verso lidi più acustici, con il ruolo predominante affidato alla voce, vero e proprio strumento portante del progetto musicale; la parte vocale è affidata, oltre che a Bonetti, anche alla bravissima Paola Feraiorni; l'unione delle due voci, molto interpretative, dona grande pathos al disco, regalandoci una prova vocale davvero emozionante.
Anche la sezione ritmica e musicale di accompagnamento rasenta la perfezione tecnica ed esecutiva, con un accompagnamento sempre adeguatissimo alla profondità del momento e mai fuori luogo.
Come avrete sicuramente già intuito, questo “Racconto d'Inverno” è un prodotto di livello qualitativo altissimo, destinato sicuramente ad pubblico elitario ma che ci consegna un prodotto di livello cantautoriale altissimo che difficilmente deluderà qualcuno; probabilmente, se un disco come questo fosse uscito una trentina di anni fa, nel pieno dell'era progressive rock italiana, staremmo oggi parlando di un capolavoro assoluto.
Il giudizio numerico al disco è puramente indicativo, in quanto, da un prodotto di tale profondità, ognuno può ricavare le proprie considerazioni ed emozioni.
VOTO 9/10
Metalinside 03/07/2009 di Murgi
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Sono passati ormai tre anni dall'uscita del loro ultimo disco, tre anni in cui gli Arpia di certo non sono stati fermi a godersi elogi e belle parole spese per descrivere l'ottimo Terramare. Anzi, a giudicare da quello che è l'insieme Racconto d'Inverno direi proprio che sono stati tre anni ricchi e prolifici per Leonardo Bonetti e tutto l'ensamble romano. Tre anni che hanno portato, come più importante arricchimento per gli Arpia l'ingresso in pianta stabile nelal line-up della brava Paola Feraiorni incredibile interprete vocale in Terramare, capace di dare un colore ed uno spessore importante ai brani da lei interpretati, voce ricca di fascino e personalità che in Racconto d'Inverno diventa, come vedremo, fulcro e protagonista .
Già con Terramare avemmo modo di parlare di album che, cito testualmente "supera lo steccato del "semplice" prodotto unicamente musicale per affrontare un orizzonte più vasto, un lavoro anche poetico e teatrale", c'erano quindi già allora le idee e le basi per un lavoro che travalicasse l'aspetto "semplicemente" o per meglio dire strettamente musicale; con questo Racconto d'Inverno questo aspetto si materializza in forma concreta, donando sì un prodotto musicale ma anche un libro, l'esordio letterario di Leonardo Bonetti, un romanzo di 204 pagine edito per i tipi della Casa Editrice Marietti, un romanzo di cui l'omonimo CD non è altro che la trasposizione in musica, due opere diverse ma complementari, simili ma approcciate in modo diverso, due opere che sono l'una il completamento dell'altra che devono essere "vissute" assieme per assaporarne ed esplorarne il profondo e ricco contenuto emozionale, una storia che come un doppio sentiero parte da due punti distinti per raggiungere un unico obiettivo, regalare momenti emozionalmente appassionanti e coinvolgenti.
Un romanzo che, scritto con una prosa ricca ma scorrevole ci regala, attraverso 3 personaggi di cui non si conosce il nome un viaggio fatto di emozioni e di avventura in cui non mancano momenti ricchi di pathos e di attesa così come profonde introspezioni filosofiche ed un affascinante alternarsi di stati d'animo e di ambiguità volutamente create dall'autore al fine di rendere veramente sottile il confine che separa la realtà dall'immaginazione, il razionale dall'irrazionale il pensiero conscio e consapevole dalle emozioni più inconsce dell'animo umano; pure l'ambientazione, spaziale e temporale, anch'essa volutamente misteriosa: una valle montana con una dimora inospitale che sorge tra gole inesplorate sullo sfondo di una guerra civile ci dona in realtà indizi e tasselli che ci consentono di riconoscere nei temi della fuga e del conflitto interiore i fili conduttori del viaggio che Leonardo Bonetti ci invita a compiere.
Musicalmente Racconto d'Inverno si discosta sostanzialmente dall'Hard Rock dai colori scuri ed arricchito di sapori medioevali che era Terramare; Racconto d'Inverno in realtà si compone di un unica e lunga suite, suddivisa in 19 movimenti che ci propone sonorità che pur mantenendo colori oscuri e Dark perde quella componente più Heavy in favore di passaggi dalle tinte più Progressive ed intensificando maggiormente i momenti in cui è l'aspetto emozionale della partitura piuttosto che l'appeal strumentale a catturare l'ascoltatore. Sono infatti le due voci, quella di Leonardo e quella di Paola che vengono poste al centro delle partiture intrecciandosi e tessendo una trama ricca di intensità emotiva, lasciando alla parte strumentale il compito, non semplice, di dipingere lo sfondo, sempre ricco di tonalità scure, in cui la chitarra di Fabio Brait risulta determinante nel regalare l'adeguato sostegno alle voci, raggiungendo un equilibrio tra efficacia emozionale e dinamismo sonoro che regala poco più di 40 minuti di sublime ed indimenticabile intensità musicale.
In conclusione resta ben poco da aggiungere, se non che siamo in presenza di un altro lavoro che dopo Terramare si pone di buon diritto tra quei lavori che sanno esprimere un contenuto, musicale ed anche letterario, in questo caso, superiore alla media e che va ben al di là della semplice opera di consumo; un opera che può risultare di primo acchito ostica ma in realtà si dimostra tanto elegante e profonda quanto capace di arricchire ed affascinare l'ascoltatore che compiuto il primo passo si lasci rapire e si abbandoni ad essa, un intreccio di emozioni, sensazioni e suggestioni che non può lasciare indifferenti. L'ennesima dimostrazione che la cultura è viva anche laddove, il nostro paese, tutto sembra sempre e costantemente dimostrare il contrario.
90/100
Artist and Bands 17/07/2009 di Salvatore Siragusa
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Nous avions déjà chroniqué en décembre 2006 l'album
"Terramare" de cette formation italienne menée par le multi-instrumentiste
Leonardo Bonetti. Cet album m'avait laissé un agréable souvenir bien que certains aspects de la production me paraissaient un peu faibles.
Avec
"Racconto D'Inverno",
l'orientation est très différente et résolument acoustique en ce qui
concerne les guitares. Ce nouvel album voit l'intégration définitive de
la chanteuse
Paola Feraiorni au sein du groupe, ce qui n'est
pas pour nous déplaire. Le concept tourne autour d'un roman écrit par
le même Bonetti, et publié en Italie. L'ensemble s'écoute vraiment
comme une histoire, une pièce musicale avec des mélodies récurrentes,
des ambiances variées et un réel sens de l'esthétisme musical.
La production est très propre, meilleure que sur l'opus précédent, et
les voix sont remarquables, transparentes, et pleines de vie. Guitare
acoustique, basse, batterie et claviers, et pourtant ça ne manque pas
de rythme ni de richesse. Les parties instrumentales ne font pas dans
le progressif rétro et parfois ennuyeux, on ne baillera pas aux
corneilles pendant qu'un claviériste est le seul à prendre son pied
pendant un solo de 25 minutes, non, rien de tout ça.
Les compositions sont bonnes, très bonnes, et la bonne impression que j'ai eue avec
"Terramare"
ne fait que se confirmer. On retrouve une certaine grandeur d'œuvres
classiques italiennes dans cet album ; pas parce qu'il aurait des
sonorités classiques, néo-classiques ou assimilées, car il n'y a rien
de tout ça, mais tout simplement parce qu'il y a ce quelque chose de
différent, cet univers unique, ce sens du bon goût et de la profondeur,
qui rend cet album de plus en plus intéressant au fil des écoutes.
Je ne m'aventurerai pas à comparer avec tel ou tel groupe historique,
ni avec une vague prog des années '70 (comme indiqué dans la fiche de
presse), car je ne vois pas trop le rapport.
Arpia est différent, et franchement à conseiller.
Music in Belgium 06/08/2009 di Xavier Rossey
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Non mi sbagliavo: Arpia è definitivamente un’entità destinata a meravigliare a ogni release; i motivi del nuovo stupore sono molteplici, ed è indispensabile analizzarli uno per uno.
“Racconto d’inverno” non è solo un disco, ma assai di più: è anche un romanzo di Leonardo Bonetti (ed. Marietti) di importanza perlomeno paritetica, tanto che non si può comprendere appieno il senso dell’uno prescindendo dall’altro. Nel libro si narrano le peripezie, mentali prima che fisiche, di un uomo che fugge dai disastri di una guerra civile - il collegamento spirituale con “Liberazione” (1995) è plausibile - approdando in un luogo che trasuda mistero. La casa, l’ambiente circostante, una nuova conoscenza: tutti elementi di un viaggio iniziatico che porterà (forse) il protagonista a un livello superiore di consapevolezza. Chi era avvezzo al Bonetti criptico ed ermetico dei testi degli Arpia si sorprenderà di quanto egli sia invece abile nel descrivere con minuzia certi paesaggi esteriori e interiori. Oltre alle dichiarate influenze di Landolfi e Tarkovskij, è secondo me agevole riscontrare una cospicua dose del nostrano, classico decadentismo, oltre che, a tratti, il gusto per l’introspezione psicanalitica simil-sveviana. Meglio, comunque, non svelare altro, per non togliere la sorpresa al lettore.
Ed eccoci, ora, al disco. Tanto era deflagrante e potente “Terramare”, quanto, per contro, “Racconto d’inverno” suona acustico e intimistico. Se le armonie sono riconducibili alla matrice-Arpia, l’aver optato per una strumentazione quasi sempre unplugged è novità non da poco. Nell’epoca del digitale, molti si vedono ‘costretti’ ad allungare il brodo: Arpia no. In 42 minuti è concentrato un vero florilegio di emozioni. Non meravigli il fatto che i pezzi contenuti siano ben 19: quella in esame è, in pratica, un’unica suite, tutt’altro che frammentaria e, anzi, assai logica nel suo procedere. Vero è che la prima parte dell’opera è più scarna, ma ciò è certo funzionale al prosieguo, che trova un primo acuto nel magnetismo di “Ladri e stranieri”, col suo arioso, lugubre incedere: ottime le parti vocali dello stesso Bonetti e di Paola Feraiorni, già apprezzata in “Terramare”. Una ritmica marziale ben scandisce il testo di “Soldati!”, mentre in “Un lupo”, che pone in evidenza le atmosferiche tastiere e il basso, è più facile rinvenire gli Arpia del passato prossimo, come del resto nella maestosa “Gli scantinati”, solenne estrinsecazione di caducità.
In un periodo in cui tutti inseguono le effimere mode del momento o, all’opposto, restano fedeli a un tranquillizzante cliché, Leonardo Bonetti, Paola Feraiorni, Fabio Brait e Aldo Orazi dimostrano di saper innovare, sempre nel rispetto del proprio messaggio lontano dalla banalità.
Arlequins 25/08/2009 di Francesco Fabbri
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ARPIA - Racconto d'Inverno
Edizioni Marietti / Musea
Distribuzione italiana CD: Frontiers
Genere: Prog / Folk
Support: Libro / CD - 2009
Dimenticate gli Arpia di Terramare, questo nuovo lavoro è altro, non si tratta nemmeno di una evoluzione del loro sound, piuttosto è un’opera a se stante, almeno rispetto alla passata discografia della band capitolina. Intanto Racconto d’Inverno è un cd e anche un libro scritto dallo stesso Leonardo Bonetti, un artista completo, che ama approfondire varie forme artistiche. Sul cd ritroviamo gli amici Fabio Brait alla chitarra acustica e Aldo Orazi alla batteria, in più c’è il contributo della cantante Paola Feraiorni, mentre Bonetti canta e suona chitarra acustica, basso e tastiere. Ovviamente i testi dei diciannove brani seguono la trama del romanzo.
Ma andiamo con ordine e partiamo dal libro, che è il primo romanzo scritto da Bonetti, si tratta di un’opera molto particolare, è al tempo stesso un racconto metafisico, ma è anche un’avventura, un romanzo gotico e un libro introspettivo e filosofico, la scelta sta al lettore, che può muoversi nelle pagine di questo volume con grande libertà interpretativa. Nel libro si muovono tre personaggi, due apparentemente reali e uno spettro femminile, i luoghi sono indefiniti, c’è una casa spettrale ricca di misteri e architettata come i meandri della mente e c’è un territorio di confine, una linea d’ombra che l’artista descrive con grande minuzia di particolari, ma che al tempo stesso potrebbe essere qualsiasi luogo o nessuno. Il protagonista è un personaggio ambiguo, scomodo, a volte antipatico, in cui non è facile identificarsi subito, ma se ci pensiamo bene quante volte noi siamo in lotta col nostro io interiore e non siamo capaci di accettarci? Ecco quindi che questo potrebbe tranquillamente essere il nostro io con cui dobbiamo tutti fare i conti, anche coi suoi lati più oscuri e sgradevoli. Questo personaggio che non ha una identità, come del resto nulla in questo racconto, fugge da una guerra e chiede aiuto ad una guida per attraversare il confine, ma quale confine? E quale cammino offre la guida? Ovviamente, come avrete già immaginato, la guida non porta il nostro personaggio dove avrebbe voluto, ma lo spinge a scavarsi dentro, in modo consapevole? O involontario? O forse la guida è lo stesso protagonista che si sdoppia? Il terzo personaggio è una fanciulla assente, che ammalia il fuggitivo e lo trattiene in una casa spettrale, che il nostro gira in lungo e in largo violandone i segreti… Un racconto davvero affascinante, che non voglio svelarvi oltre, scritto molto bene, con un buon ritmo, che obbliga continuamente il lettore ad interrogarsi sulla propria vita.
Il cd come abbiamo anticipato è molto particolare, non potrebbe essere altrimenti. Intanto è tutto acustico, quindi la band per questo lavoro ha abbandonato a sorpresa il metal oscuro, ma, musicalmente parlando, le sonorità tipiche, le vibrazioni emotive, sono quelle che hanno contraddistinto tutta la produzione dei nostri. La prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando questo album molto intenso è la musica tradizionale del sud Italia, non la musica solare del nostro folk mediterraneo, ma quella più triste e riflessiva, che viene dalle stesse zone, ma che è meno conosciuta, canti “lamentosi”, che hanno un profondo sapore di terra, di concretezza, di cose solide, ma al tempo stesso ultraterrene. Sì, perché non c’è nulla di più trascendente della quotidianità, è nei gesti semplici di ogni giorno che si cela la nostra natura divina, è nella nostra umanità più umile che possiamo trovare la nostra vocazione spirituale più vera e profonda, non è un caso infatti se il Figlio di Dio si è fatto uomo, è stato proprio per dare dignità al nostro essere polvere. Non che il disco degli Arpia abbia intenzioni dichiaratamente spirituali, queste sono solo delle riflessioni personali, ma che sono state stimolate dalla profondità di questo lavoro. Poi possiamo definire la musica proposta come un prog rock vicino a Peter Hammill, a certi King Crimson e in definitiva a molto prog tricolore degli anni ’70, ma questi paragoni sono solo per definire lo spessore artistico del lavoro, non perché ci siano dei riferimenti evidenti.
Per come la penso io è meglio leggere prima il libro e poi ascoltare il disco, ma se volete potete anche scegliere un percorso libero per avvicinarvi a questi lavori complementari. Bonetti e gli Arpia ci hanno affascinati ancora una volta, con un lavoro di una intensità veramente rara, che non sarà facile eguagliare. Perdonate il mio entusiasmo. GB
Rock Impressions 07/09/2009 di Giancarlo Bolther
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"Racconto D'Inverno" degli Arpia è qualcosa di più di un semplice album: è infatti parte di un'opera composta, oltre che da questo cd, anche da un romanzo scritto da Leonardo Bonetti (che, se ho capito bene, è pure l'autore delle musiche). Il progetto è quindi molto ambizioso e a mio avviso in entrambe le parti di cui è composto si nota lo stesso difetto. Ho infatti avvertito, sia leggendo il libro sia ascoltando l'album (soprattutto leggendone i testi), una sensazione di "forzatura", come se si volesse a tutti i costi mostrare l'alto valore artistico del progetto. Se nel romanzo questo mi ha infastidito abbastanza - la scrittura infatti mi è risultata pesante, inoltre le insistenti descrizioni degli ambienti e delle sensazioni del protagonista a volte mi hanno annoiato, sebbene nella seconda parte ci sia una certa accelerazione e la trama diventi più "sostanziosa", per poi perdersi in un finale forse un po' troppo "metafisico" -, nel cd invece ho trovato il problema meno grave. I 19 brani di cui è composto "Racconto D'Inverno" sono tutti legati tra loro, quasi a formare un'unica composizione divisa in movimenti. Il genere proposto è una specie di prog dalle atmosfere darkeggianti totalmente acustico, il cui ascolto fluisce piacevolmente e senza stancare (in questo riesce molto meglio della sua controparte romanzesca, essendomi sembrato decisamente più fresco e meno "artificioso"). Colpisce in particolare la personalità della proposta, il che non è da sottovalutare in un periodo in cui questa dote manca alla maggior parte degli artisti.
"Racconto D'Inverno" è quindi un album interessante, senza dubbio molto pensato e ragionato dai suoi autori, che tutto sommato si merita l'alto voto assegnato (anche se sono stato più largo del solito per premiare la personalità), sebbene sia un po' troppo "artistoide" e pretenzioso per i miei gusti (avevo provato sensazioni simili anche per il precedente "Terramare", che tuttavia mi era piaciuto molto meno).
Heavy-Metal 08/09/2009 di Sauro Bartolucci
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È un piacere raro quello di incontrare un album che non si può definire semplicemente "prodotto musicale", ma che rientra nel campo dell'arte. Questo "Racconto d'inverno" è una vera e propria opera, imprescindibile dai testi che l'arricchiscono, da gustare insieme al romanzo dal medesimo titolo. Parole e musica si uniscono dunque per narrare una storia, e ancora di più suscitare emozioni e sentimenti. L'unione di voce maschile e femminile non è in questo caso il banale e abusato espediente di tante band meno ispirate: le voci qui dialogano con estrema emozione, in italiano, su una tessitura acustica pregiata, contribuendo a conquistare l'ascoltatore. Paola Feraiorni possiede un timbro limpido che ben si lega a quello malinconico ed espressivo di Leonardo Bonetti, anche autore e compositore: efficaci entrambi tanto nelle parti soliste quanto nei duetti e nei dialoghi.
Ma diamo uno sguardo alla biografia. Arpia è un progetto nato nel 1984 dalle menti di Leonardo Bonetti, Fabio Brait e Aldo Orazi, e che ha mostrato fin da subito la tendenza alla sperimentazione, anche visiva, con l'ausilio di mimi e attori sul palco. Il primo demo, "delusioni", è del 1987. Altri lavori si sono succeduti negli anni, fino al primo cd, "Liberazione", del 1995, un concept incentrato sul viaggio nella memoria storica dell'Italia a cinquant'anni dalla caduta del regime fascista. Negli anni seguenti, il gruppo accoglie l'apporto di altri elementi, come la stessa Paola Feraiorni. E se "Terramare", album del 2006, è incentrato su erotismo e sessualità, "Racconto d'inverno" approfondisce il rapporto tra musica e letteratura – ed ecco il perchè di un disco e un romanzo (scritto, quest'ultimo, dallo stesso Leonardo Bonetti e pubblicato dalla Marietti di Milano) strettamente collegati.
L'artwork è malinconico come la luce invernale evocata dal titolo. I brani si susseguono uno dopo l'altro, legati in un movimento fluido e affascinante che accarezza attimi dark e progressive. 19 tracce, parti di un discorso coerente e continuato, spesso piuttosto brevi: alcune meno di un minuto, altre uno o due, qualcuna sui tre o quattro e una sola, "Ladri e stranieri", che sfiora i cinque. L'impressione finale è quella di aver ascoltato un'unica, lunga storia, anche per i continui richiami sia musicali che lirici tra una traccia e l'altra. Si passa dall'andamento interrotto, ritmico di "Cosa dice quella porta chiusa", alla vibrante "Casa non mai vista", ad attimi più dolci e tristi, ad altri più drammatici. Una nota di merito per la prima traccia, paradossalmente intitolata "Epilogo", che esprime bene fin da subito contenuti e atmosfere dell'opera.
Per cogliere appieno tutte le qualità di "Racconto d'inverno", occorre la pazienza di immergersi tra le note per numerosi ascolti che svelino la molte sfumature ed emozioni dell'album. Un disco raffinato, da gustare piano piano, lasciandosi trasportare nel racconto creato per noi da Arpia.
Metal-Wave 09/09/2009 di Clode e Aislinn
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