Febbraio 24, 2009
Non c’è ruota sgonfia della bici che tenga se a un tiro di schioppo dal minuscolo ponte di legno che divide le due terreferme suonano dei calibri, superba combinazione di grande live band e artista intimo che tante volte hai ascoltato. Mentre il paese reale/rettale/letale/letame premiava Marco Carta e quegli altri due innominabili, la splendida gente di Montagnana confluiva al Lab per sostenere i propri Flap: arrivo e Giorgio Tempesta, Princesa, ha appena terminato l’esecuzione del primo pezzo nella sua scaletta. Davanti a lui, troppe volte uccel di Francia e sempre sfuggito, una ordinata ventina di persone con bambino, altri fuori per espletare la regola del fumo esterno come dalle nuove, discutibili disposizioni dello spazio.
Princesa sfiora la chitarra, non ha bisogno di avvicinarsi troppo al microfono per far sentire il respiro ad ogni strofa, interpreta il ruolo dello chansonnier in maniera personale e senza troppi punti di riferimento: me n’ero accorto dentro i solchi di “J.P.”, il suo disco per Madcap Collective, ma nella dimensione fisica è facilmente percepita l’inquietudine, se non l’urgenza. Brani quali Gets me high, And if you girl e Awful awake risaltano, la sorpresa è Sleep the clock around, cover dei Belle And Sebastian che mi coglie commosso e speranzoso di nuove incisioni a sua firma: si prenda tutto il tempo che vuole, ma se il registro sarà pari all’attualità la prossima volta l’uditorio nazionale -e non solo!- dovrà fare i conti anche con lui…

Un rapido cambio palco e le vibrazioni che arrivano sono di tipo opposto: scariche elettriche in luogo dell’arpeggio nudo, impatto enfatico di chi si contorce sulle chitarre al posto della fragile sospensione. I Flap profondono cuore e grinta, si vede quanto credono in quello che fanno e forse non potrebbero suonare altro, se il disco (”Trees are talking while birds are singing”, per Matteite e In The Bottle) conquista lo zoccolo duro del postrock il live si apre a escursioni ossessive, libere, infinite: un pezzo come Igor pare davvero durare tutta la sera nello stordimento partecipe, di sicuro una delle migliori tracce che il postrock italiano ha lasciato sul campo negli anni. FIlippo e Christian Arzenton “maltrattano” i propri strumenti while Fulvio Veronese, di Explosions In The Sky vestito, non cessa di un attimo la foga batteristica, nemmeno quando il seggiolino fa crac e viene sostituito da una ordinaria poltroncina di fortuna: Crushed into the ceiling parte per la tangente rivelando inediti aromi est-europei all’interno di un corpo math, la possente ballata Férmo 2 chiama all’appello le emozioni anche se risente troppo dell’assenza di Bob Corn alla voce. Il folto pubblico è visibilmente soddisfatto, e come potrebbe non esserlo, davanti a musicisti che si stanno dando senza freni o ritenzioni, col testimone di maglie sudate alla fine di un act trascorso tra impennate e rilasci nella migliore tradizione di un genere che in circostanze live riesce ancora e sempre a fare la parte per cui è stato “pensato”. Andate quindi a sincerarvi coi cinque sensi di quanto sto dicendo, trovate il modo di far esibire questo trio non di primo pelo ma con energia da vendere, ogni volta come fosse la prima, munito di seguito affezionato e capace di ricambiare: garantite loro del vino, un sobrio ma congruo cachet e capovolgeranno il mondo sotto i vostri piedi. Sono stato troppo “Sindrome di Bangs“?