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Goose - 30:40 18 settembre 2009, alberto parisi
GOOSE - 30:40 Etichetta: Seahorse Recordings Distribuzione: Audioglobe Data di uscita: 21 ottobre 2009
30:40 - presentazione di Stefano Sotgiu (voce e chitarra dei Goose)
30:40 è la storia di un decennio di vita, quello che porta all’età adulta, almeno secondo il metro di giudizio attuale. Un decennio di cui oggi parlano tutti: i media, la politica, la cultura. E’ il decennio della precarietà, della lotta per l’affermazione, dell’emergere del futuro, dei figli, del declino di ciò che era stato il tuo passato. Il disco descrive questo percorso dal punto di vista della provincia italiana (Sassari rappresenta in pieno l’idealtipo in questione con l’aggravante – o il vantaggio? - dell’insularità) e vuole avere – sommessamente - un taglio generazionale. Vuole parlare chiaro a tutti, con un linguaggio non troppo metaforico e astruso, né sciatto, come spesso avviene nella musica italiana. Con lo stile Goose. Vuole parlare a chi vive o ha vissuto quest’età cruciale. Gli vuole parlare delle preoccupazioni, delle perdite, delle malinconie, delle gioie del fare questo passo nella propria esistenza.
30:40 è, infatti, anche un punteggio del tennis, della partita metaforica che ognuno di noi ingaggia con la vita e le sue sfide. E chi serve è sotto. Il tuo contendente ti sta battendo. Un senso di inadeguatezza che pervade forse un’intera generazione. Quella di chi ha un soffitto di cristallo sulla testa.
I riferimenti culturali, letterari e musicali dei Goose sono molti. Stanno principalmente nella cultura anglosassone. Gli anni di inizio secolo in America, il country-folk (Woody Guthrie, la Carter Family), John Fante, la lost e la beat generation negli anni ’50, gli anni ‘60 (Dylan, Neil Young, Beatles, Stones, Byrds, il cinema, Butch Cassidy, Piccolo Grande Uomo, Il Laureato), il riflusso degli anni ’70 (Big Star, Lou Reed, il gonzo-journalism di Hunter Thompson), gli anni ’80 (Paul Auster, i primi R.E.M., il Paisley Underground, i Church, i Go-Betweens, gli Smiths, Wim Wenders), gli anni ’90 (Nick Hornby, Travis, Wallflowers, Counting Crows, Uncle Tupelo, Jayhawks, Son Volt, Wilco, gli italiani Flor de Mal nella musica, il cinema dei fratelli Coen e Jim Jarmusch).
Ma tutto, veramente tutto passa per il filtro-Goose. Non rimane traccia visibile di tutto questo. Il lavoro è profondamente personale. Nel senso che parla delle nostre vite senza grandi concessioni ai gusti di ciascuno
GOOSE – BIOGRAFIA Il gruppo è nato nell'estate del 1998 con il nome Mama Goose, e fin dal momento della sua formazione ha lavorato intensamente per creare e promuovere la propria visione musicale e culturale.
Nella primavera dell'anno successivo iniziano a registrare il loro primo disco. "Uomini e Tordi" viene inciso per la Lowhole records, sigla che raggruppa alcune band indipendenti di Sassari. La band ha in seguito inciso un promo con i brani di un nuovo lavoro, orientato su sonorità in bilico fra rock'n'roll e power pop rumoroso. Nel frattempo "Uomini e Tordi" ha ricevuto diverse recensioni molto positive dalla stampa nazionale (Buscadero, Rockit, Toastit.com) e regionale (La Nuova Sardegna, Il Quotidiano). Il marchio di fabbrica dei Goose è una ben dosata miscela di energia e melodia, rabbia e tenerezza, con una forte dose di ironia e con un attenzione particolare ai testi. Le influenze musicali più dirette sono il rock e il pop degli anni '60 e '70, ma anche il blues, il country, il punk, il con alcune componenti più innovative e moderne. Dal punto di vista culturale, i punti cardinali della visione dei Goose risiedono soprattutto nella letteratura della lost e della beat generation americana. La loro è street poetry, lontana dalla retorica, che ha l'ambizione di parlare dritto al cuore ed alla mente, senza artifici linguistici.
Il gruppo ha da sempre svolto una fitta attività live. Fra le uscite più importanti le date in apertura a Verdena, Afterhours e Paolo Benvegnù. Nel 2005 inizia la collaborazione con Paolo Messere e la Seahorse Recordings di Napoli, con cui incidono il primo full-length con il nuovo nome Goose. “Tutto Come Allora” è ben accolto dalla critica sulle maggiori riviste specializzate italiane e sulle webzine più importanti. Dopo il tour che ha accompagnato il primo disco i Goose presentano “30:40”, la loro seconda creatura.
www.myspace.com/goosesound
Reviews
Meltin Pop
Titolo: 30:40 Artista: Goose Etichetta: Seahorse Anno di uscita: 2009 Genere: Folk, Rock-Pop Voto: 7,5
Per chi vi sta scrivendo recensire dischi come questo è un vero piacere; schiacci play e dalle casse esce un suono che arriva dritto alle orecchie e al cuore senza inutili distorsioni, riverberi o altri disturbi di sorta. E' la magia del folk, e le parole escono da sole. I Goose, band sassarese che affonda le sue radici nel lontano 1998, propongono con questo “30:40” un lavoro fortemente autobiografico, una specie di colonna sonora per tutti coloro che si apprestano ad entrare nella schiera degli “anta”. Le sensazioni sono forti e contrastanti in questo disco. L'entusiasmo e la spensieratezza di “Mio cuore” (“Oggi il cielo è limpido/voglio un verso stupido con cui/cantare) convivono con l'incertezza di “Per cambiare” (“Forse ho perso un po' di/carica vitale/e mi spaventa/bruciarmi prima di iniziare”) e con altri mille stati d'animo di chi si avvicina ad una svolta; l'atmosfera generale, comunque, è un misto tra attesa per l'imminente giro di boa e malinconia per il passato. Tra il futuro e il passato c'è poi un presente ben descritto da “La vita a 34 anni”, e come dare torto a questi ragazzi quando ci dicono che “Vita è un saldo negativo/Vita è il direttore della tua filiale/Vita è attendere un bonifico/come attendevi Natale”, e allo stesso tempo vita è anche “voglia di cambiare/[...]vita è un soffio di divino/in fondo o solo subconscio”. Questi testi sono adagiati su un morbido cuscino folk, che a volte gioca a fare un po' il rock e un po' il pop, ma che non perde mai la sua irresistibile immediatezza. Ce n'è per tutti i gusti: pianoforte, chitarre a 12 corde, synth, banjo, mandolino, armonica e chi più ne ha più ne metta. Pur avendo appeal da vendere, gli arrangiamenti non scadono mai nella banalità e non danno quella fastidiosissima sensazione di “già sentito” piuttosto comune di questi tempi; merito soprattutto del buon gusto della band e del puntiglioso lavoro in fase di preparazione. A giudicare dai livelli dei volumi e dalle distorsioni, si può dire che anche in fase di mixaggio il lavoro è stato particolarmente minuzioso. Non c'è che dire, davvero un bel disco che piacerà non solo ai 30-40, ma a tutti gli amanti della bella musica, e una splendida dimostrazione che per sfornare un bel disco non serve per forza arrampicarsi ad inutili virtuosismi e fare sfoggio di una tecnica mostruosa.
ONDALTERNATIVA
Goose (30:40)
Dopo il discreto successo riscosso da “Tutto come allora” tornano i Goose che, dopo vari cambiamenti fra cui la collaborazione con la Seahorse Recordings di Paolo Messere, si sono rinchiusi di nuovo in sala per registrare “30:40”, il secondo full lenght da quando hanno deciso di rinnovare le loro vesti.
Quello che ci propongono Stefano Sotgiu (voci, chitarre, armonica) Antonio Sircana (piano, organo, synth e cori) Leonardo Carboni (basso, chitarre, mandolino e cori) e Luca Monaco (batteria, percussioni e cori) è un album in puro stile rock nostrano che ricorda molto quello dei primi TARM di Toffolo: strutture semplici a favorire un sicuro impatto melodico e testi altrettanto efficaci. Una miscela esplosiva che ci porta così ad entrare subito nel vivo dell’atmosfera con brani come “Qui per te” o “La vita a 34 anni” che se da un lato raccontano la cruda realtà quotidiana dei giovani (e non) di oggi dall’altro lo fanno sdrammatizzando con melodie orecchiabili e ritornelli che ti entrano in testa e per rimanerci, leggeri e frizzanti (“Vita è voglia di cambiare / vita è una chitarra da spaccare / vita è non poterlo fare / perché la devi pagare”). Si passa così dalle schitarrate impetuose di “Finchè non saprai” alla malinconia di “Quando ero felice”, dove piano elettrico e chitarra acustica accompagnano alla perfezione le tribolazioni di un soggetto nostalgico e disincantato. Spazio all’elettronica e ai violini nelle successive in “Indietro” e “Mio cuore”, due brani scanzonati che filano via che è una bellezza per lasciare, nei pezzi finali, il primato all’irruenza delle elettriche.
Un fotogramma perfetto di una società che ormai lascia ben poco spazio a sogni e speranze. Un album dove si svelano potenzialità e capacità dei quattro sardi che, con semplicità disarmante, ci mettono su un piatto d’argento un altro, eccellente, lavoro.
LoudVision · /Indie rock italiano: Angloamericanità
rubriche Indie rock italiano: Angloamericanità 12/10/2009
Autore: Laura Spini
38 letture
Istantanee
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Non è un segreto: c'è, in Italia, un numero considerevole di gruppi fortemente influenzati dalla popolazione che, nell'immaginario stereotipato dell'italiano smargiasso, è quella grassa che ride forte e mangia solo anelli di cipolla impanati. Ai tre dischi di recente e prossima uscita cui diamo un'occhiata qui, però, non interessano tanto gli anelli di cipolla impanati. L'America che hanno assorbito questi tre gruppi è un'America molto diversa e fortemente rielaborata da un immaginario che americano non è.
A partire dai Goose, che vengono da Sassari, cantano (sorpresa!) in italiano e si dicono ispirati, per dirne due, ai fratelli Coen e ad Hunter S. Thompson. Il gruppo di Stefano Sotgiu si apre a un rock-pop-country intelligente che, nel disco "30:40" si avvolge intorno a una sorta di concept: il decennio provante tra i trenta e i quarant'anni è il tema forte dell'album, ma viene trattato con una certa ironia, ritornelli calzanti, steel guitar e armoniche a bocca. Una buona prova per i Goose e per lo Stato del Tennessee.
Sono tutti altri Stati, quelli a cui si rifanno i tre Damien* - il loro terzo lp, "Crippled Cute", guarda piuttosto a molto rock e punk californiano, tenendo sempre presenti i Pavement, ma con un eccessivo entusiasmo nel colpire senza posa i piatti. I Damien* guardano anche al rock inglese recentissimo, e il loro è un album godibile che segue, in ogni brano, la direzione indicata dalla chitarra di Enrico Boccioletti. "Crippled Cute" è un disco di genere, e si sono sentite prove più originali, ma i brani hanno tutti una propria vita e sono ben distinguibili.
Non hanno bisogno di presentazione i rockabilly The Hormonauts. 2/3 bolognesi e 1/3 scozzese, gli Hormonauts celebrano una collaborazione ormai decennale con un doppio album che vede la riedizione dei loro primi due dischi e getta uno sguardo sulla prima maturazione dei tre come band. Dove "Hormone Hop" poteva mettere in mostra l'inesauribile bravura tecnica del gruppo e un giocherellare tra i generi preferiti (surf rock, country, un'occhiata originale allo ska), "Mini-Skirt" sviluppa uno stile più personale, più punk, senza per questo risparmiare atmosfere da western e omaggi agli amatissimi anni '50. E una rielaborazione up-tempo di "Tainted Love". Gli Hormonauts piacciono incondizionatamente a tutti, non ci si può fare nulla. E sono pure BRAVI. Questa raccolta, "Two Is MEI Che ONE Vol. 1", è un buon modo di raccogliere i pezzi mancanti, rispolverare due ottimi album e non avere nostalgia degli anelli di cipolla impanati.
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