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Luca de Gennaro

Luca de Gennaro


Dernière mise à jour : 1/02/2010

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dimanche, novembre 09, 2008 
Downtown Underground@City Caffe', Prato, Sabato 8/11/2008

Supernova Live Set

Luca de Gennaro House Classics dj set - all on original vynil 12" records.

Tito Puente: Ran Kan Kan - Masters at work rmx (1992)
Sterling Void: It's alright (1987)
The Todd Terry Project: Just wanna dance (1988)
Farley Jackmaster Funk & Jesse Saunders: Love can't turn around (1986)
Raze: Break 4 love (1988)
Sandee: Notice me (1988)
Frankie Knuckles presents Satoshi Tomiie: Tears - Classic Instrumental (1989)
Inner City: Good Life (1988)
Mr.Oizo: Flat beat (1999)
Joe Smooth feat.Anthony Thomas: The promised land
Jestofunk: Can we live (1994)
Madonna vs Daft Punk: Da Music Bootleg
Lil Louis: French Kiss (1989)
M/a/r/r/s: Pump up the volume (1987)
Marshall Jefferson: Move your body, the House Music Anthem (1986)
samedi, juin 28, 2008 
La cosa che mi fa sempre incazzare dell' Heineken Jammin Festival e' il trattamento riservato ai giornalisti. O meglio, a quella decina di giornalisti dei quotidiani, sempre gli stessi, che vanno al festival, stanno 3 giorni spaparanzati nella comodissima "Hospitality Area", magnano e bevono a tutte le ore, giocano a biliardino, si dondolano sulle amache, chiacchierano, non vedono neanche un concerto e poi si presume che scrivano del festival sui loro giornali.

Questo succede ogni anno, puntualmente, ed anche stavolta, nella bella cornice di Parco San Giuliano, a Mestre, ad un festival con un rispettabilissimo cartellone, si e' ripetutta la stessa squallida pantomima. Giornalisti che vengono trasportati in giro con le macchinine elettriche da campo da golf perche' non possono faticare a fare 3 minuti a piedi tra il ristorante e il retropalco, giornalisti che passano il tempo in sala stampa con un monitor acceso sul concerto che si sta svolgendo ma CON IL VOLUME A ZERO per non disturbare il momento creativo della scrittura, giornalisti che vogliono sapere PRIMA del concerto cosa succedera' ( cosa vuoi che succeda, idiota, succede che suonano, e saresti tu a dovermi dire se e' bello o e' brutto e se il cantante si suicida sul palco o no ).

Mi dice l'ufficio stampa di un famosissimo artista che al secondo giorno del festival i giornalisti si lamentavano che "Non c'e' niente da dire". Lo credo. Se passi il tempo al bar l'unica cosa che potrai raccontare, visto che fai il cronista, e' della tua giornata passata al bar. Se invece facesti il tuo lavoro e andasti in mezzo alla gente, e vedesti i concerti, ci sarebbe molto da dire.

Per esempio dello straordinario concerto di Iggy & The Stooges sotto il sole implacabile delle 18 ( "Fuckin' sun!" urlava Iggy ), per esempio dei ritrovati Sex Pistols e della miriade di adolescenti che cantano in coro le parole di Anarchy in The Uk anche se sono passati piu' di 30 anni da quel momento, per esempio dei Linkin Park che potranno essere considerati una band per teenagers ma sul palco spaccano il culo. O di Josh Homme che urla dal palco improperi in italiano, o ancora della vera novita' del festival, il dj set notturno dal second stage di Pink Is Punk, Wandalistic e tutta la nuova generazione dei djs elettronici. Si, vabbe', vaglielo a dire a quelli, che dovrebbero andare a sentirsi i Pulling Teeth e i Bloody Betroots che suonano all'una di notte. A quell'ora sono gia' sotto le lenzuola al Grand Hotel.

E invece cosa leggiamo sui giornali? L'unica cosa che e' possibile scrivere se non si fa un cazzo tutto il giorno e poi si chiede all'ufficio stampa qualche dato per riempire l'articolo, e cioe' il solito, noioso balletto delle cifre.

"Vasco batte Police", ah, grazie, bella notizia.

"Solo 20.000 persone il primo giorno". SOLO?!? Come sarebbe a dire "Solo"?, 20.000 persone sono una infinita', e il primo giorno del festival tutti stavano molto meglio del secondo giorno con gli 80.000 di Vasco. C'era gente dappertutto, si stava larghi, si stava bene, si vedevano i concerti con comodita' e non c'erano le code ai bagni. Pero' per chi dovrebbe recensire il festival e la sua atmosfera, contano solo i numeri, visto che l'atmosfera del festival non l'ha vissuta.

A consuntivo del festival, poi, gli articoli dicono tutti la stessa cosa: "Flop dell' H.j.F. Il ricavato dei biglietti non riesce a ripagare da solo i costi del festival, SOLO 115.000 persone".Un attimo: 115.000 persone sono poco meno di quanto tiene il celebratissimo festival di Glastonbury che ha 20 palchi e centinaia di performers, quindi non ha senso parlare di flop con queste presenze. E poi, se la musica si mantenesse da sola ci sarebbe bisogno di una birra che mette il suo nome e una valanga di soldi su questo festival? Il solo fatto che il festival si chiami cosi' spiega, da 9 anni, che per mantenere una baracca del genere ci vogliono gli sponsors, e' forse una notizia, questa?.

Il giorno di Vasco, in realta', quella folla sconfinata che riempiva l'intero parco fin laggiu' a perdita d'occhio mi ha fatto pensare che ok, i primi 10.000 vedono il concerto. Ma gli altri 70.000? Quelli lassu' sulla collinetta in fondo stanno guardando un lontanissimo schermo, che a quella distanza non e' piu' grande di quello del proprio telefonino. Riescono anche loro a vivere l'esperienza, la magia del concerto? Non so, ma la sensazione e' che il momento di dire basta alle "adunate oceaniche".Torniamo tutti a delle dimensioni piu' rispettose per chi viene a vedere la musica dal vivo e spende i suoi soldi per comprare i biglietti dei concerti.

A proposito di biglietti. Si fa tanto parlare del fatto che in Italia "non esiste la cultura del festival", ed e' vero. Ma se sui biglietti di ingresso si scrive, come fanno all' Heineken J.F.: "VASCO, ORE 21,30", e poi sotto, piccolissimo "I concerti iniziano alle 15", come si fa a pretendere di abituare il pubblico all'idea di festival? Tu non stai vendendo l'ingresso ad una "esperienza" che dura tutto il giorno con tanti concerti e tante altre cose da fare, stai vendendo il biglietto di un concerto che inizia alle 21,30, di un solo artista.Se io sono un fan di Alanis Morissette, Counting Crows, Stereophonics, Baustelle e L'Aura, e non me ne frega nulla di Sting e compari, e sono dispostissimo a passare la giornata di domenica all' Heineken J.F. per vedere le 5 band che mi piacciono e fare un picnic sull'erba, come ci posso rimanere se sul biglietto che compro c'e' scritto "THE POLICE, ore 22,30"? A me che mi frega dei Police, scusa?

Ripeto, l' H.J.F. e' un bel festival in un bel posto, se si riuscisse a trattarlo da festival sarebbe meglio per tutti. E come ho detto a due dei giornalisti presenti, mentre bevevano l'ennesimo champagnino fresco all'ombra della Hospitality Area: "Quando la smetteranno di trattare voi giornalisti come mammolette senza palle sara' sempre troppo tardi".
mardi, juin 03, 2008 

Scaletta integrale dei 54 pezzi suonati Sabato 31 Maggio 2008 allo stadio di San Siro nel dj set in occasione del concerto dei Negramaro.

Ore 14,30, apertura porte stadio:

Hair Soundtrack: Aquarius

Beatles: Come Together

Radiohead: Paranoid Android

Clash: Bankrobber

M.I.A.: Paper planes

R.E.M.: Man on the moon

Ore 15: "Welcome to San Siro" announcement

("Il tempio del calcio, il santuario del rock")

Violent Femmes: Blister in the sun

Doors: Touch me

Green Day: Holiday

Rage Against The Machine: Killing in the name

Rancid: Time bomb

Offspring: Pretty fly for a white guy

Red Hot Chili Peppers: By the way

Muse: Starlight

Rolling Stones: Satisfaction

Bruce Springsteen: Born to run

Black Eyed Peas: Pump it

Support band on stage: Fink

Ore 16,30:

Bob Marley: Redemption song

Ben Harper: With my own two hands

Jovanotti: Tanto

Red Hot Chili Peppers: Bump the hump

Kaiser Chiefs: Ruby

U2: Mysterious ways

Vasco Rossi: Una splendida giornata

Queen: Crazy little thing called love

Support band on stage: The Fashion

Ore 17,45: Set dedicato alla chiusura di Rock F.M..

(concept: "Quando chiudono il rock, noi lo riapriamo")

 Van Halen: Eruption

Led Zeppelin: Heartbreaker

Black Sabbath: Paranoid

Guns 'n'roses: Welcome to the jungle

Metallica: Enter Sandmen

Queens of the stone age: No one knows

Foo Fighters: The Pretender

Who: My generation

Sex Pistols: Anarchy in the Uk

Support band on stage: The Infadels

Ore 19.00:

R.E.M.: Supernatural superserious

Chemical Brothers: Hey boy hey girl

Blur: Song 2 (F.D.L. Remix)

Doors: Hello I love you ( Adam Freeland remix )

David Bowie: Rebel rebel

U2: Vertigo

Ramones: Sheena is a punk rocker

Support band on stage: The Fratellis

Ore 20,30: pre-main show "singalong" dj set:

Verve: Bittersweet symphony

Queen: We will rock you

Nirvana: Smells like teen spirit

Fabrizio De Andre': Il pescatore

Rino Gaetano: Gianna

Bob Marley: Could you be loved

U2: Pride ( in the name of love )

Guns'n' roses: Sweet child o' mine

Green Day: American Idol

Doors: Roadhouse blues

White Stripes: Seven nation army

Underworld: Born slippy

Coldplay: In my place

Main band on stage: Negramaro.

mardi, mai 06, 2008 
Giorno 3: Domenica

"This song is a free download", dice Duffy dal palco. Ecco un'altra parola chiave: Free Download. Scaricate la mia musica gratis, ma poi venite a vedermi live, ok?

Un'altra delle belle cose del Coachella e' che non ci sono fastidiose VIP area, trattamenti di favore per i giornalisti, ingombranti stand di sponsors. Le bancarelle sono tutte utili, cibo, merchandising, acqua, e la presenza dello sponsor AT&T, che investe qualche milione di dollari su festival per avere in cambio contenuti musicali in diretta streaming sul sito "Blue Room", e' una tenda con aria condizionata e computer collegati in rete a disposizione di tutti: "Refresh and Recharge" ( www.attblueroom.com ).

New business: compagnia telefonica paga festival che paga artisti per avere diritti online di performance musicali. Tutti contenti e senza vendere un disco. Got it?

Sean Penn sale sul palco per parlare della iniziativa di volontariato sociale"Dirty Hands", di cui e' portavoce, e che portera' domani 300 volontari dal Coachella a New Orleans e ritorno, per 10 giorni, a prestare opera a chi ne ha bisogno.

Vediamo gli ottimi Does It Offend You Yeah?, Booka Shade, Stars, Spiritualized, Gogol Bordello, Sia, Kid Sister, e il grande vecchio della consolle Danny Tenaglia, un po' pesce fuor d'acqua ma sempre "inspirational".

Dopo Love & Rockets e My Morning Jacket e' Roger Waters a chiudere il main stage con l'esecuzione integrale di "The Dark Side Of The Moon", preceduta da altri greatest hits dei Pink Floyd. Uno show talmente spettacolare da comprendere, cosa mai vista prima, un vero aereo da guerra che solca il cielo sopra il pubblico per 5 minuti mentre il tradizionale porcello gonfiabile viene incidentalmente lasciato volare nel cielo della California.

Il festival post-discografico si chiude con la celebrazione universale del "disco" per eccellenza: The dark side of the moon. Non solo. Il festival dei new media e delle nuove frontiere dell'entertainment ha scelto, a pensarci bene, tre headliners che incarnano alcune tra le forme piu' tradizionali di intrattenimento musicale:

1) Jack Johnson: le canzoni cantate con la chitarra acustica e i piedi nudi attorno al fuoco sulla spiaggia.

2) Prince: la "big revue" di black music e lustrini che deriva dai modelli Apollo Theatre-James Brown-Las Vegas.

3) Roger Waters: la celebrazione del disco come opera d'arte.

Ma sulle esplosioni e i grandiosi fuochi d'artificio di "Confortably numb", ultimo bis, una enorme marea di gente si dirige nel buio verso la Sahara Tent, dove sta per cominciare l'ultima vera performance del Coachella 2008: i Justice, circondati da un muro di Marshall come se fossero i Rolling Stones e nascosti dalla consolle chiudono il festival con un assalto techno-metal senza precedenti.

Sulle note di "We are your friends, you'll never be alone again" ci si allontana nella notte, giocando a "chi saranno gli headliners dell'anno prossimo", da un festival che in 3 giorni ci ha insegnato molto, ci ha fatto riflettere su quello che sta succedendo nel mondo della musica, ci ha fatto star bene e venire voglia di vivere nel campo da polo di Indio tutto l'anno, se non fosse che da domani questo deserto tornera' ad essere il paradiso dei giocatori di golf in vacanza.


mardi, mai 06, 2008 
Giorno 2: Sabato

Ci sono molti piu' "adulti", molti vecchi freaks e hippies, molte coppie, e comunque molta piu' gente di ieri. E' un giorno di vacanza, e stasera l'headliner che tutti attendono e' Prince.

I palchi, tranne quello dance, sono tutti aperti dietro, affinche' la scenografia naturale di tutti i concerti siano le palme, e dietro di loro, le montagne rocciose.

Pomeriggio pienissimo: perdiamo i Carbon/Silicon ma becchiamo un affollatissimo concerto degli MGMT, poi Devotchka, Cold War Kids, un pezzo di Kate Nash, un brandello di Stephen Malkmus, Cinematic Orchestra, e il vecchio leone del country Dwight Yoakam.

I djs oggi sembrano particolarmente burini e pestoni: James Zabiela, Erol Alkann... sara' perche' sanno di avere di fronte un pubblico da festival rock americano o perche' sono sempre cosi'? Fabio mi da' la spiegazione via sms direttamente dal Plastic di Milano, dove sta facendo un dj set: "Zarro is the new indie". Sara'.

La parte post-tramonto della serata inizia con i Death Cab For Cutie, attesissimi e ultra-psichedelici, poi Rilo Kiley, una affollatissima performance di M.I.A., uno splendido concerto di Mark Ronson con una valanga di ospiti ( cantanti di Charlatans, Kaiser Chiefs, Rumbe Strips etc ) e poi il fascino ineguagliabile di una performance dei Kraftwerk, "mensch machine" teutonici catapultati nel deserto.

Il boschetto del Do Lab e' sempre pieno di gente, ed e' sempre piu' chiara la tendenza a perdere la centralita' del concerto in favore della globalita' dell'esperienza del festival. Il successo clamoroso di M.I.A. fa capire che il Coachella e' un vero festival dell'era post-discografica, dove popolarita' e vendite non combaciano piu', dove si puo' essere lontanissimi dalla hit parade ma avere un enorme seguito e solida reputazione dal vivo.

Con i Portishead assaporiamo il piacere di un concerto vissuto in gran parte sdraiati sull'erba, ma con Prince siamo tutti in piedi a goderci il maestro del funk. Tutto si e' detto su quel concerto, soprattutto della sua scelta di interpretare "Creep" dei Radiohead, chiaro tributo agli storici headliners del Coachella. Nessuno pero' ha parlato della scelta di aprire lo show con un medley strumentale di brani dal primo disco dei Santana, omaggio alla california ed al suo quintessenziale "guitar hero" mezzosangue.

Se il Coachella e' il festival dove si scoprono i nuovi talenti, e dove chiunque sia un nome "di adesso" deve essere in cartellone, e' anche vero che per attrarre un pubblico transgenerazionale c'e' bisogno di nomi forti ed evocativi, come Prince, e come chi chiudera' domani il festival.
mardi, mai 06, 2008 
Giorno 1: Venerdi'

Dove parcheggiamo? Nessun problema. Attorno all'immensa distesa del festival ci sono sei grandi aree di parcheggio gratuito, e ogni macchina viene indirizzata a quello dove dovra' parcheggiare. Quando uno e' pieno si passa all'altro. Tutto organizzato alla perfezione, nessuno stress. Il "car pool" viene favorito dalla stessa organizzazione del festival, che premia chi arriva in 4 o piu' persone in una unica vettura con scritto "Car Pool Chella".Niente fila all'ingresso, malgrado ognuno venga perquisito attentamente.

E' il primo giorno, feriale, e l'headliner sul palco principale e' Jack Johnson, idolo dei ragazzi americani, surfers e studenti. Infatti il pubblico e' soprattutto di giovanissimi, belli e belle, eta' da liceo, tutti li' a gruppetti a godersi il festival zampettando qua e la'.

Riusciamo a vedere i riformati Breeders, Architecture in Helsinki, Les Savy Fav, Vampire Weekend, i vecchi Redd Kross, la bravissima Santogold, Battles, e in mezzo visitiamo periodicamente la tenda Sahara per i dj set di Sebastian, Busy P., Adam Freeland, ìSandra Collins, Diplo ( con M.I.A. a sopresa nel finale ), una sensazionale performance di Aphex Twin, e i burinissimi Pendulum.

Cala la sera. Il tramonto e' il momento piu' straordinario. Le palme che circondano il festival si colorano di giallo, e nel buio ti accorgi che le installazioni artistiche servono anche per orientarsi e fare luce nel buio assoluto del deserto.Sul main stage si susseguono i Raconteurs, il ritorno dei Verve e Jack Johnson.

Serj Tankian chiude le performances all'outdoor theatre, ma noi andiamo a vedere un deludente Fatboy Slim, headliner della Sahara tent. Un evidente segno dei tempi. Alla fine del festival il bilancio dell'area dance sara' decisamente a favore dei djs di nuova generazione, con il trionfo di Justice, Erol Alkann e Simian Mobile Disco, e la debacle dei veterani come Danny Tenaglia, Dimitri From Paris e Sasha & Digweed, ormai fuori tempo massimo.
mardi, mai 06, 2008 
La prima cosa da capire del Coachella e' il luogo dove si tiene. California, zona vicino a Palm Springs, un deserto circondato da montagne rocciose che sembrano appoggiate li', Enormi sassi piantati nella terra polverosa. In questo scenario arido ed assolato sono riusciti a far nascere il paradiso dei giocatori di golf. Hanno costruito larghe strade che tagliano la vallata a scacchiera dalle quali si aprono mondi meravigliosi fatti di campi da golf verdissimi, prati all'inglese perennemente irrigati con erbetta curata e sempre tagliata, laghetti, alberi, ed intorno case fatte su misura per chi gioca a golf, con patio e barbecue direttamente sul "green", piscine e box per la macchina ed il "cart" elettrico che trasporta mazze e giocatori nel percorso delle 18 buche. Tutto questo in grandi villaggi residenziali tutti uguali alla Wisteria Lane della serie Desperate Housewives.

Se si gioca a golf, si gioca anche a polo ( il golf con i cavalli ), ed i campi da polo sono, rispetto a quelli da golf, piu' piatti e regolari, immense distese di erbetta verde. Su uno di questi, l' Empire Polo Field, a Indio, dal 1999 si tiene il festival rock piu' figo del mondo, "Coachella Valley Music & Arts Festival".

"Music & Arts", dunque. Non solo musica. Te ne accorgi appena entri, il primo giorno. Quello che ti aspetta non e' una serie di concerti, ma una esperienza globale di entertainment, scoperta, godimento e "star bene". Cinque palchi, dove i performers si alternano da mezzogiorno a mezzanotte con orari precisi e sempre rispettati, cosicche' si possa consultare la pratica guida pocket distribuita all'ingresso e farsi un proprio programma di concerti. Da un palco all'altro non ci metti piu' di 30 secondi, ma nessuna musica disturba quella dell'altro. I tre tendoni hanno i nomi di altrettanti deserti: Mojave, Gobi, e Sahara, tenda dedicata interamente a djs e artisti dance.

In mezzo, 16 installazioni artistiche spettacolari, dalla scultura realizzata con due camion attorcigliati, al Quad Cubatron con migliaia di lampadine che cambiano in continuazione colori e disegni, dalla casa sull'albero metallico alla foresta multisensoriale, fino al centro dell'intero festival: The Do Lab, boschetto sintetico realizzato con alberi e fiori di seta dove si tiene un party continuo con djs, teatro musicale, effluvi di vaporizzatori che escono dalle palme e acqua che innaffia la gente che sta li' a ballare, rinfrescarsi, e vivere un micromondo hippy di felice spensieratezza.

In questo scenario si capisce subito che non e' importante quanta gente sta sotto il palco ad ogni singolo concerto. Quello che conta e' vivere tutto il festival. Puoi scoprire una nuova band che suona mentre stai mangiando un tofu con verdure comprato ad uno dei mille stand che vende cibo, mentre ricarichi il tuo telefono pedalando su una bicicletta che genera energia alla energy factory clock tower, o mentre bevi una birra all'interno dei "beer garden" dove accede solo chi ha piu' di 21 anni ( e i documenti li controllano a tutti ). Fuori da li', niente alcolici, solo acqua che puoi comprare a 2 dollari la bottiglietta, ma che puoi ricaricare gratuitamente alle fontanelle, e se riporti 10 vuoti di bottiglia te ne regalano una piena.

"Organic" e "Recycle" sono le parole d'ordine, al Coachella. Lo spazio e' enorme e non ci sono code. Mai. Non e' difficile raggiungere buone posizioni di visuale a qualsiasi palco, i bagni chimici sono tantissimi, e' bello girare tra i palchi camminando a piedi nudi sul terreno mobido, o vedere pezzi di concerto sdraiati sull'erbetta.

Ecco: questo e' il Coachella. Pronti per i racconti?
mardi, avril 15, 2008 

E' un brutto pomeriggio. Brutto fuori. Piove. Brutto dentro. La destra ha vinto le elezioni. Tutto quello che si e' fatto, le speranze di cambiamento, le piazze piene, i "si puo' fare" e i "mi fido di te" spazzati via in poche ore da una folata di vento freddo e teso come quello che spira qui fuori dalla sede di Radio Capital.

Stasera al Teatro Smeraldo suona James Taylor, che ho visto l'ultima volta nel 1986 al Palaeur di Roma. Pur essendo un lunedi' sera, sembra che stasera a Milano il destino abbia fatto in modo che tutti coloro che amano la musica abbiano una buona ragione per uscire e non subire lo stillicidio delle maratone elettorali in televisione. Oltre a James Taylor ci sono Elio e Le Storie Tese al Rolling Stone, Fabri Fibra all' Alcatraz, i Foals al Rainbow e Ian Brown (ex Stone Roses) al Music Drome.

Io scelgo James, per ricordarci di quando eravamo giovani e c'era il comunismo. Mi avvio a piedi dalla radio dopo avere miracolosamente trovato un ombrello abbandonato in un corridoio. Gli ombrelli sono tra quegli oggetti che non hanno un proprietario. Ne trovi uno, lo prendi, lo usi, poi lo perdi e qualcun altro lo trovera' e lo usera'. Come gli accendini e le penne a sfera.

Mi incammino lungo China Town, passando tra botteghe di specialita' asiatiche e magazzini pieni di borse e cinture multicolore dai quali viene fuori un buon odore di cuoio che l'umidita' rende piu' acre.

Dopo 10 minuti di cammino ho gia' preso due pozzanghere e le scarpe sono intrise di pioggia. Sul viale che porta in piazza XXV Aprile passo davanti ad un bar. Vuoto. C'e' un televisore acceso su Sky TG 24, e Walter Veltroni sta per prendere la parola. Entro. Mi fermo, in piedi, vicino ad un tavolino. Non c'e' nessuno. Neanche un cameriere. Per la prima volta Veltroni pronuncia il nome dell'avversario, e lo indica chiaramente come vincitore. Come mi immaginavo, anche nel momento della sconfitta sa mantenere dignita' e autorevolezza. Dal retro del bar entra un tipo con il camice bianco ed una scopa, e silenziosamente comincia a mettere a posto sedie e tavolini. Lo saluto. Mi saluta. Esco.

Riparo sotto la tenda di un chiosco di hot dog, ne ordino uno con krauti e senape, e una Coca Cola. E' la mia cena. Il caffe' lo prendo al bar del teatro, popolato di attempati fans e splendide cinquantenni, ex fricchettone ora piacenti signore attratte, evidentemente, dal fascino di James. D'altra parte, si sa, gli uomini di una certa eta' magri alti e pelati fanno sempre la loro porca figura.

Il palco e' addobbato come se fosse un salone, con lampadari e spessi tendaggi. La formazione e' limitata a lui e un pianista. C'e' un grande schermo dove, ad ogni canzone, scorrono foto e filmati.

Le foto. Sono quelle a commuovere di piu', e a rappresentare il bellissimo compendio ad una scaletta che non e' fatta banalmente solo di classici. Foto del giovane James con la bellissima fidanzatina degli anni '60, Phoebe, alla quale e' dedicata la canzone "Something in the way she moves". Foto di lui e Carole King con la band che condividevano allora. Facce splendide di giovani artisti dei primi anni '70 in California: Danny Kortchmar, Leland Sklar, Peter Asher, che ti fanno pensare a quanto doveva essere incredibile vivere li' ed allora, anziche' qui e adesso.

Foto di James con Joni Mitchell, una delle sue fidanzate dell'epoca. James racconta la storia di "You've got a friend", che Carole gli cedette e Joni canto' con lui.

La scaletta ricalca quasi integralmente quella dell'album live "One man band", uscito di recente. Non mancano "Sweet Baby James", "Shower the people" con tanto di coro filmato, e "Carolina on my min d". Lui e' spiritoso e ciarliero, racconta aneddoti di quando firmo' per la Apple Records dei Beatles, a Londra, intona un blues che prende in giro i luoghi comuni del blues, suona con una chitarra acustica, una sola, sempre quella, perche' dovrebbero servirne 18 come fanno tanti suoi colleghi. La chitarra e' quella, il suono e' quello, ed e' inconfondibile, come la sua voce, eternamente squillante e poetica anche ora che ha sessant'anni.

Quest'uomo, trent'anni fa, forse di piu', era sposato con la donna piu' sexy del panorama musicale, Carly Simon. Che lo lascio' per sposare il suo batterista. Che continuo' ad essere il suo batterista. Il batterista di lui, non di lei. Got it?

Sul secondo bis, "Copperline", che viene dopo "Fire and rain", esco prima della folla, perche' gia' so che con la pioggia che c'e' ci sara' un assalto a taxi e mezzi pubblici.

Dopo un po' sono a casa. Accendo la televisione. Quelli stanno parlando. La spengo. Metto un disco.

 

jeudi, avril 03, 2008 
Il 19 Aprile, in America, si celebra il "Record Store Day", "Giorno del negozio di dischi", iniziativa che unisce centinaia di negozi indipendenti degli Stati Uniti per ricordare a tutti che questi luoghi cosi’ importanti per la cultura e la formazione delle generazioni degli ultimi 50 anni stanno scomparendo, e per cercare di difenderli.

C’e’ un bel sito, www.recordstoreday.com, in cui si possono leggere testimonianze di artisti che vanno da Paul Mc Cartney a Damon Albarn, da Bruce Springsteen a Peter Gabriel, da Henry Rollins a Nick Hornby e tanti altri, sull’importanza del negozio di dischi per la vita dei giovani e la carriera degli atrtisti.

Io ho passato nei negozi di dischi alcune tra le ore piu’ importanti della mia vita. Per me e per tanti altri sono stati luoghi di gran lunga piu’ formativi di qualsiasi scuola, e certe persone dietro quei banconi, con i loro consigli, sono stati maestri di vita e fratelli maggiori per molti di noi.

Oltre a supportare idealmente l’iniziativa, sarebbe bello organizzarne una anche in Italia (ma quando mai...) perche’ credo che realta’ come il Disco Club di Genova, Metropolis Due di Milano, Tattoo records di Napoli, e chissa’ quanti negozi che non conosco in giro per il paese, siano luoghi di cultura da proteggere e valorizzare, che potrebbero avere una importanza fondamentale nel cercare di riportare alla musica la percezione reale del suo valore artistico, che si sta inesorabilmente perdendo.

Se qualcuno ha tempo e voglia per farlo, io appoggio l’iniziativa con ogni mezzo a mia disposizione.

Luca.
dimanche, mars 16, 2008 
Ogni anno c’e’ un "Defining moment" alla SXSW, quel momento in cui senti che sei al posto giusto mentre sta succedendo la cosa giusta.

Questo e’ stato il momento in cui gli MGMT hanno eseguito "Time to pretend" di fronte al pubblico di Stubb’s, venerdi’ sera alle 22,15.

"I’m feeling rough, I’m feeling raw, I’m in the prime of my life. Let’s make some music, make some money, find some models for wives", dice la canzone, hit assoluto di questa edizione del SXSW. Un testo che riassume lo spirito di molte delle 1700 bands che hanno calcato gli 81 palchi della conference in questi 4 giorni. Siamo giovani, siamo rozzi, vogliamo suonare, fare un po’ di soldi e sposare le modelle. Piu’ candidi di cosi’.

Nel pomeriggio uno showcase della Mercury Records al The Parish aveva ospitato la prima performance americana di Duffy, biondina gallese con una voce straordinaria e molto brava sul palco, destinata a diventare la Amy Winehouse di quest’anno ( ma senza la droga ).

A cena ci siamo trovati insieme, tra gli altri, a Perry Farrell e sua moglie. Lui, che ha sempre capito in anticipo come funziona l’industria della musica, e che con i suoi Satellite Party era stato protagonista di uno dei concerti piu’ divertenti della passata edizione del SXSW, ci ha raccontato che ormai non fa piu’ concerti e tournee ma "parties" par chi lo chiama. Pochi giorni fa, ad esempio, ha suonato alla festa dello stilista Marc Jacobs a Chicago ( "He is always very generous" ).

Visto l’iper affollamento del venerdi’ sera la decisione comune e’ stata quella di piazzarsi da Stubb’s, che comunque e’ il club piu’ accogliente di Austin, e stare tutta la sera li’.

Siamo arrivati nel mezzo del concerto di Santogold, di Brooklin, nuova sensazione della dancehall mescolata a reggae funk hip hop e punk. Molto M.I.A., per intenderci. Poi MGMT, giovani carini e promettenti con la loro formula che mescola cose del passato, da Led Zeppelin a Queen a U2 e mille altre influenze, ma in un modo originale e non scontato.

Di seguito i mediocri Cribs, l’ottima Sia e un finale superfunk con i N.E.R.D.

Il mio amico Dan, che invece ha provato a girare gli altri club, mi ha scritto: "Ho provato a vedere i Vampire Weekend ma c’era una coda di 200 persone e non si riusciva ad entrare. Allora sono andato dai Cool Kids ma c’erano altre 100 persone in fila, e alla fine me ne sono andato a dormire".

In chiusura tante cose si potrebbero dire, in positivo ed in negativo, di questa ventiduesima edizione del SXSW, come sempre specchio di cio’ che succede, nel bene e nel male, nel mondo della musica.

Ci piace pero’ chiudere con le parole di Mick Jones durante l’ incontro pomeridiano al Convention Center, dove ha tirato fuori il suo senso dell’ umorismo ( "L’unico problema dell’ I Pod e’ che non ci puoi rollare sopra un joint" ) ed il suo eclettismo ( "Se volete possiamo parlare di televisione, o anche dei Television, quelli di Marquee Moon" ), ed ha concluso dicendo:

"Non ho grandi aspettative, in realta’. Se capita il peggio, ce lo dobbiamo aspettare. Se capita qualcosa di buono, e’ un bonus.

Il futuro non e’ scritto".


See you next year.

Luca.