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anna



Last Updated: 10/23/2009

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Tuesday, October 13, 2009 
e allora ti sono corsa dietro con un fracasso infernale di chiavi stivali gommosi e valanghe di risate che quasi non respiravo più. non avevo niente di particolare da dirti, e ci siamo guardati per un milione di anni con un sorriso idiota su tutto il corpo. mi siete mancati sai. ti ho illustrato i miei scintillanti progetti per il futuro che tanto non arriverà mai, e l'apocalisse certamente ci coglierà sinceri e felici davanti a questa tazza di caffè. che non ti piace e ti fa male, e per questo dici ci metto la panna (che ti piace e ti fa bene, ne sono sicura). io davvero ho smesso di prendere decisioni di stile e mi godo ogni oncia di carne e di malinconia rimasta impigliata. le foglie d'autunno giovano al riguardo, soprattutto quando corro in bicicletta che ha appena piovuto e fanno quello scricchiolio selvaggio e tremulo. anche i tramonti aiutano, ultimamente sono tutti rossi e terribilmente morbidi: sono certa che l'hai notato.

e se ci fai caso, questo lo faccio solo per te. mi piace l'idea di lasciare tutto incompiuto come è stato per noi, per tornare indietro magari e pensare che andava bene così.
o cancellare ogni parola e fingere che non siamo mai passati di lì.
Wednesday, June 17, 2009 

e non parlare del mio sguardo, che non lo conosci. e non ne vedi il colore né quello c'è dentro. le cose che non ti dico perchè avresti paura forse o solo disgusto. di quello che strappo fuori dalla nebbia di genova, le sei sono passate da poco e le tracce di pneumatico sono le vene nere di una strada già vista, mille volte. ero lì, ed ero sulla sua bocca e sotto quel cielo di bologna così bianco. sigillato e portato via. avevo i capelli legati e il viso coperto. non hanno dimenticato, questo lo so. neanche io dimentico, e fisso le pareti vestite a festa da dieci anni di inflessibili ritorni.
a volte è solo il bisogno improrogabile di farli a pezzi. eliminarne anche la memoria, l'orrore e la vergogna. che nessuno ricordi questo di me, nessuno. con gli anni e le galere silenziose e le letture clandestine qualcuno ha capito che reiterare normalizza. a spostare i limiti dell'accettabile del sensibile. confortevolmente spenti e aridi, che alzare lo sguardo è uno sforzo inaccettabile e poco gratificante. reiterare normalizza, e allarga i bordi. il mio sputo per oliare gli ingranaggi.
da domani penso e scrivo sarà il vostro sangue.
tu inorridisci e mi guardi le mani.

Tuesday, June 09, 2009 
inspira a fondo l’aria della sera e
accende una Wiston senza togliersi i guanti.
 I grappoli di luci natalizie appesi alle strade
sembrano stelle fredde stese ad asciugare.

davvero non mi spiego perchè hai messo elvis. per le nostre parole importanti, dici, ma poi vuoi solo giocare con le cuciture dei miei jeans (che tengo uniti con spille da balia e con infinita studiata noncuranza) per decifrare le mie magliette e la cultura pop che gronda dalle pareti.
poi qualcuno se n’è andato, sulla fine del giorno. senza fare rumore, si è lasciato scivolare lungo il rivo fradicio della tangenziale. e potevi sentirlo chiamare dal palco illuminato, e sussurrare il suo nome nei parchi umidi di sesso furtivo e drink rovesciati.
nessuno l’ha più visto.
perché non scrivi di politica? chiedeva. ne parli a lungo e poi scrivi di sigarette e ferite da cauterizzare con lo sguardo. perché non è rimasto niente, rispondevo, dopo il temporale.
quando si è diradata la nebbia non c’era alcun mondo nuovo là fuori, non c’era più niente.
nei momenti migliori provo una sorta di speranza affaccendata, vittoriosa. ho provato a dirtelo.
(li guardo negli occhi, uno per uno, per cercarci dentro qualcosa.)
ci penso e penso alle tue mani, lo stesso silenzio e frenesia. finché mi tenevi le dita, e poi le guance e la fronte e la schiena. non dimostri gli anni che hai. poi parli della delusione e avverto l’onda lunga delle cose che hai visto. della fame di gloria, di pomeriggi senza sole né pioggia, della violenza delle cadute. sei fondamentalmente anarchico, a posteriori. 
invece stiamo molto silenziosi a metà di una strada sporca, e ci stropicciamo l’un l’altro le cinture e gli orologi. Ma se fossimo liberi davvero – diceva – allora? allora cito rousseau e machiavelli, che è il mio modo di ammettere che non ci ho ancora pensato. penso che ti porterò nel mezzo dell’uragano e lascerò che tutti vedano mentre facciamo l’amore. 
ecco cosa faremo
il primo giorno
dopo la rivoluzione.

 
ma certamente era già primavera
avevi afferrato i suoi fianchi
e dilaniato brani di carne
con labbra morbide

le tue.

Thursday, April 30, 2009 

Di tutto l’odio che ho per te possiamo costruire castelli,

e mura alte.
Da ventidue giorni ho smesso di fare  qualsiasi cosa salvo forse respirare, nutrirmi e guardarti storpiare di rabbia famelica i contorni dei miei sorrisi.

mi promette amore, e ore di sonno impossibili.
Che poi alla fine piove sempre, e i fumi acidi che salgono dai comignoli imbrattano tutti i nostri tramonti sognati, anticipati, promessi.
Irrimediabilmente
compromessi.
“è una tua supposizione, o un ricordo?”
non che cambi molto, davvero. Quasi tutto il resto viene assorbito e disperso da una musichetta da cabaret, lei con i capelli rossi e profumo francese. È tutta innocenza,
e copertoni bruciati
dice lo sfascia carrozze,
proprio nell’istante in cui inaspettatamente torni a casa, e mi fai pentire di tutto il resto. Il presente e il passato e tutte le esistenze futuribili che non ti includono.

Ancora.

Sunday, April 19, 2009 


mi hai chiesto delle bozze che cancello. davvero non lo sai, ma ho sorriso mentre ti davo la schiena e accendevo la luckymorbida senza rispondere. hai rovesciato una bottiglia di rosso per festeggiare il mio ritorno e adesso sembra che una macchia di sangue ti stia divorando il pavimento. quando ci hanno portato via anche l'ultima cosa tu hai detto che non lo potevi sopportare più, che non hai più la forza. e non è vero. non abbiamo lottato mai sul serio, la forza è ancora tutta lì.
che poi tuo padre era proprio come te, e mi guarda dormire nei cassetti finché non ti deciderai a sposarmi.

abbiamo passato l'inverno nascosti sotto cumuli di vestiti
e adesso che è primavera non sappiamo cosa metterci.

controlliamo le rughe su grandi specchi rotondi prima di uscire correndo per la strada, con le nostre vecchie bandiere ancora incartate. nelle nostre città assolate e  piene di vento costruite con pietre ruvide e fili d'erba ostinati, a centinaia di migliaia. mi hai premuto la schiena contro il muro perchè vedessi il colore delle nubi sul fiume l'impressione che mi fa. e adesso non smetterà di piovere, mai più.

ma a volte penso e mi convinco che niente mi importi di tutto questo
perchè mi piace stare a guardare i vestiti troppo leggeri
attorcigliarsi alle sue ginocchia sottili
mentre scende veloce le scale
e sorride.





Saturday, April 04, 2009 

Dice che sarebbe più facile, se lei non fosse così forte.
eppure non sembra forte
sembra carne morta.
so che è viva per il sussulto che fa per respirare, e gli spasmi delle dita sulle mie.
dovrei scrivere un libro, dice. per parlare di tutto questo, sputarlo fuori come un grumo di sangue. la guardo e penso solo a tutta la paura che ho di morire così, senza più niente da difendere, neanche gli occhi dal sole.
Mangiamo per non morire. e ridiamo anche. facciamo amicizia lavoriamo andiamo a ballare. scopiamo per non morire mai.
e non basta.
sarebbe più facile se il suo cuore non reggesse così tanto, dice. con profondissima tristezza, così grande e semplice. enorme.
se non fosse così viva, sarebbe più facile.
eppure non sembra viva
sembra carne morta
volevo fare qualcosa di molto patetico come prenderle la mano e sussurrarle all'orecchio che mi dispiace oddio mi dispiace così tanto e tutto l'amore che ho per lei e per le cose che mi ha dato, che le conserverò sempre e non avrò paura e non smetterò di dire le cose importanti e indignarmi e non mi stancherò di mordere la terra e succhiare la linfa lo giuro nonna davvero saresti fiera di quanto posso resistere così.
invece finisce che guardo le altre vecchie agonizzare su letti antidecubito e morire (con la bocca aperta e una certa rabbia furibonda per quello che lui chiamava lo scandalo della mortalità)
intorno a lei
che era sempre la più bella.




Thursday, December 25, 2008 
vorrei sentire la tua mancanza ogni primo del mese. così mi preparo prima. Tolgo le foto dalle pareti e riempio i cassetti di caramelle colorate, e di tutte le cose che mi facevano ridere quando non stavo con te. farei sparire i cd che mi hai regalato e quel fiore di plastica che hai bruciato per me. tutti i caffè con l'amaretto di quando lavoravi al bar davanti al mare, e ogni sigaretta smezzata che si spegneva tra le dita per pioggia e incostanza di noi che strofiniamo la faccia contro il vento della sera.
ridere delle onde, e sputacchiare acqua salata
Ventiquattro ore sono troppe, già lo so. E allora respirerei a fondo una, due volte. Ho preso l'abitudine alla casa vuota, a sbattere i nervi delle spalle magre sugli stipiti delle porte.
A rotolare sulle scale in salita, tonfi morbidi.

...che avevi accecato il sole con gli occhi, quel giorno, e il mattino temeva di sorgere o era solo pigro quanto noi.
e allora era alba per ore.


Saturday, November 15, 2008 
Per scriverti aspettavo l'estate indiana
(stiamo con la schiena sull'erba ancora morbida ti soffio le foglie secche via dalla faccia)

Mi ha sorpreso lo stesso e sono rimasta a guardare. i verbi non li coniugo più. la questione della lingua crea confusioni semantiche che sostanzialmente mi piacerebbe studiare e scordarmi di te. Qualche bambina mi ha raccontanto che lascio in giro pezzi che non trovi mai, sarà che sento ancora il nero scivolarmi lungo i fianchi e ho finito le sigarette.
A milano elettrica penso poco, mi nutro del sole freddo di palazzo Maldura, degli affreschi le cornici gli stipiti scrostati. le impalcature.
...le barzellette tristi che inventiamo per ricordare i nomi dei registi tedeschi, e quando leggeva Poud che ci siamo resi conto di aver smesso di respirare otto versi fa. non ascolto la fine di marxismo e strutturalismo perchè ho litigato con Vodafone ed è come se tu non fossi mai esistito. davvero, hai già finito il sangue?

l'estate indiana è arrivata e io ho voglia di scrivere dialoghi. mettere le subordinate, raccontare le storie che ho inventato partendo dalla fine, quella scena tagliata di noi che guardiamo la corazzata Potëmkin e non c'è nessun altro posto dove dovremmo essere.

davvero
hai già finito il sangue?
Saturday, November 15, 2008 
ho pensato a quello che mi hai detto. che sono come mordere l'interno delle guance e succhiare il sangue. che non ci sono a sufficienzama non mi critichi mai, hai in tasca un pezzo di me e hai deciso di lavarci il mondo, che prima o poi passerò di lì. e sotto tutti i cieli stellati di cui abbiamo aspettato la luce e le parole crude. tutto questo tempo e nemmeno una lettera.
noi si ha bisogno di un po’ di elettricità liquida per pompare sangue nelle vene. il genere di pensieri che quando ci torni hanno già il sapore della vittoria. non so se ti ho mai detto che ogni cinque o seiore ti odio. e non ti amo quasi mai, sarebbe più giusto stare insiemecosì si vedrebbe la differenza quando ci lasciamo.quello a cui penso sono gli sguardi che si evitano se ti incontro sull’autobus (sarebbe bello incontrarsi sull’autobus) e la gestione degli amici comuni e ignorarsi alle casse parallele del supermercato o quando intuisci le mie spalle dietro il fondo di un bicchiere di birra. e stavolta guardi la porta aspettando che esca, nella speranza che non torni mai più.
comunque sia
abbiamo perso
abbiamo perso eccome

e quanto in fretta scende la nebbia. abbiamo perso la misura degli spazi. le distanze, i contorni nitidi.
li sento parlare ma non capisco una parola. non afferro neanche ilsignificato superficiale, i collegamenti sintattici. avete sempre avuto ragione voi. solo non colpite troppo forte. non ancora, per favore
Dici che lo sferragliare della bici annuncia la mia presenza a decinedi metri di distanza, che quando piove è come amplificato. Eppure la notte è così silenziosa.
dimmi che non è sangue.
il sangue che vedo
che ti scorre tra i pugni

e malgrado tutto ancora una volta non sto parlando di te. sei solo la fonte inesauribile della tristezza. abbiamo fallito di nuovo, e non c’è più nulla da scrivere che appartenga a te
ci metto dentro solo i pezzi che non sei autorizzato ad avere indietro.
adesso è roba mia
ma non importa
non è per questo che ti chiamo
volevo dirti
volevo dirti che ti amo

Ho comprato le sigarette.
magari potevamo aspettare insieme che finissero.

(e invece rimango a sussurrare la nostra ave maria pagana sopra il suono delle sirene. c'è il pianto sommesso di tutte le puttane che verranno dopo di me
e io quasi non ne sono gelosa).
Sunday, September 28, 2008 

torno a casa e mi dicono che Paul Newan è morto. Non c’è niente dei romanzi romantici ad effetto nel modo in cui lascio andare la borsa e mi siedo per terra, tra le poltrone vicine dei miei genitori. Guardo qualche minuto del film che sta finendo su La7, penso a quello che progettavo di scriverti salendo le scale, con il nokia sbiadito di mia sorella Ares ad imterim, finché non sistemerò il mio. Adesso invece sono qui. non c’è niente di quello che vorrei dire a te che non riguardi anche il resto di questa famiglia virtuale. Al modo in cui sono grata, e sottilmente innamorata.
Avrei scritto che non avrei badato ai caratteri per dirti un pò di cose a cui rispondere “si ok sono stanco buonanotte” senza preoccuparti per me, che non mi basta, perché ogni volta che mi sciolgo odio non lo faccia anche tu. e continui a non capirlo.
Che dopo la giornata passata a Verona a stupirsi di quanto può essere semplice, sono tornata in tempo per l’antivigilia del compleanno di silvio, che da noi si festeggia un pò come l’antiNatale e il venerdì santo. la blasfemia non fa più notizia ma ci diverte nel privato, noi che sappiamo cosa abbiamo perso, noi che potessimo tornare indietro solo una volta sarebbe nel 325, per far saltare in aria il concilio di Nicea
la sola cosa forse che ci resta dell’adolescenza e del perdersi
meglio così
E la tradizione vuole che ci si faccia male, serenamante, con una Grande Abbuffata, che lasci trapelare quello che siamo diventati in mezzo all’anno che è passato, al non vedersi mai. senza recuperare nessuna delle cose che sono andate perdute lungo la strada, ecco solo chi è rimasto in fondo al bicchiere, siamo noi, ci siamo persi, vi sono mancata? ci siamo baciati così tante volte e non ci abbiamo mai più pensato. eravamo amici una volta noi quattro in modo diverso e gli occhi con cui ci guardiamo ora sono gli stessi, vi voglio bene ragazzi, è bello vedere come siete cambiati e sentirlo senza parlare.
Francesco mesce vino bucolico (lui che canta i Queen è già alticcio ma non vedi la differenza da quando ci si alzava a turno a lezione e lentamente si convincevano i docenti che la demenza senile ti prende alle spalle, silenziosamente, spogliandoti delle armi della razionalità una ad una, senza fare rumore) mentre Marcello rivolta la polenta con la violenza di un ragazzone gentile che fa sempre la cosa giusta, anche quando non ci crede, anche quando diresti che per una volta ha detto no. Giacomo dà un occhio al soffritto di cipolle e taglia i peperoni, è così bello riconoscerlo ancora come quello con cui scambiarsi i libri di Hornby a diciassette anni nel cortile della scuola. certe cose vorresti solo salvarle, metterle al riparo dal soffio poderoso degli anni e tenerle al sicuro per tempi migliori
Quando la polenta è fredda e la prima bottiglia di bianco giace fracassata in fondo al cestino, il Moztro è in fase di ultimazione: sul soffritto annegato di pomodoro galleggiano il peperone, i fagioli e tanta salsiccia da saziare il cast di un western anni 70.
un contraccettivo naturale
bravettabile
Facciamo gli stupidi davanti alla videocamera quando mettiamo la polenta fritta sul fondo dei piatti e la copriamo di lardo, ci facciamo schifo da soli, ridiamo fino alle lacrime nel constatare come diventi trasparente e pensando all’effetto che farà il Moztro quando ce lo riverseremo sopra. L’idea di mangiarlo è lontana ancora una bottiglia di rosso buono, portato dalle colline

il resto è storia
quella che si perde tra il Cavallo, le Ragazze lontane, il Coglione. l’università, la musica, i pensieri strani che pensavamo non ci sarebberò venuti più e invece sono lì, traslucidi e meravigliosi, come nuovi. non so dirti quanto ho avuto paura di perdere tutto questo, ma ne sono stata lontana tanto a lungo che pensavo non potesse succedere ancora

e adesso sono qui
con una discreta sbronza addosso
la notte che fa si silenziosa perché tu vai nel rumore e io tra lenzuola morbide
per una volta non mi preoccupo dei caratteri, né delle conseguenza nel dirti che è morto Paul Newman, che ho un sonno dolce e che l’unico modo per stare bene adesso sì insomma già lo sai.
che c’entrano silenzi sorrisi e un pò di quello di cui hai paura
buonanotte

Friday, September 05, 2008 

fissa le parole e ci confonde dentro i colori
il blu sulle finestre, immobile e liscio. sono ubriachi e si toccano di febbre caustica con una fretta senza giustificazione. chiude la porta, il bianco è il fondo degli occhi quando si gira verso di lei e le prende le braccia. il colore del tavolo non lo ricorda è di schiena sente il ruvido il peso di lui che la soffoca la fa respirare. poi le macchie lucide. E sentire il rosso. dappertutto come gli incendi dolosi la vernice sul ferro i semafori accesi insieme non c'è niente di rosso lei sente solo il rosso.
ed è tutto lì, inalare assorbire non sapere quali gambe l'hanno trascinata in salotto e quali parole con il suono della carne sul tappeto il divano lo scivolare dei cuscini e tessuti come sudari sull'abito leggero.

e poi è sciolto.
liquido, il silenzio.
la risacca violenta più di tutte le onde.
l'ha lasciata riversa sul litorale
col ventre molle che si alza piano
ad ogni fiato
vomita rancore bianco
come la neve

Friday, August 22, 2008 

...fortunatamente a zittire la mia coscienza ecologica c'è l'idea di non aver sfruttato appieno la mia razione d'acqua, questo mese. Così lascio che scorra sulla pelle per tutti i 38 minuti di Oracular Spectacular, togliendomi lo sziget di dosso lentamente, con delicatezza. Disegno cerchi di sapone intorno ai lividi da materassino sgonfio e sbandate ebbre nella pineta, ma metto più amore in quelli, riconoscibili, delle transenne. sottili e profondi guarniti di gomitate e sguardi taglienti. carezze, di tanto in tanto, che il cozzare di casse toraciche rimescola bassi e vibrazioni cardiache. 
and all the loving people i'd love to see again. ian non smette di sorridere mai, è venuto da amsterdam solo per questa oraequarantotto minuti di gioia americana e mi tiene un braccio dietro la schiena da quando ha sentito spingere forte e il mozzarsi del mio respiro alla seconda esplosione di caos. che a separare il nostro silenzio sommesso dal resto dell'isola in delirio basta un centimetro di tendini e nervi tesi. non ci guardiamo negli occhi.

la polvere si alza solo se parliamo forte, poi rimane il silenzio di quando fuori fa alba abbastanza da scrivere cosa c'è di noi nella gente che si muove piano, nei sogni inconsistenti e nella materia organica we really did know how to melt, and liquefy slowly. non andarsene mai. mi vuoi troppo bene per potermi abbracciare tutta, me la mia carne i ricordi complusivi e tutti gli occhi con cui ti guardo. ancora non fa male, apriamo chirurgicamente le ferite. farò in modo che non resti nulla, e scrivere solo per quello che avanza di noi. niente che venga letto mai più.

brucerò attentamente le labbra e tutte le vene che hai baciato.

da qui si vede più cielo, tutto il cielo del mondo. ogni luce implosa nelle nuvole chiare immobili. di tutta la roba nera che mi esce dagli occhi, che non riesco a tenere ferme le mani e noi che ridiamo e ridiamo e ci teniamo le dita sulla faccia per paura che esploda in singhiozzi con le cose che non avremmo dovuto salvare e che sono rimaste incastate ogni volta che non abbiamo aperto la bocca.  

e i justice che sono una secchiata di alcool sulle abrasioni che hai addosso, tutte le acque di nazareth non ci toglieranno questa sete.

Tuesday, August 05, 2008 

giura che davvero mi hai riconosciuto per gli occhi

che non era per le scarpe il vestito e perché trascinavo tutte le vocali di "like it or leave it" cantando con la visiera abbassata abbastanza forte perché tu mi sentissi dall'altro lato della strada.

who sucked the feeling ce lo chiediamo e togliamo la punteggiatura dalle spiegazioni dalle giustificazioni dalla mancanza di senso critico della gente che legge i blog.

e non ho voglia di sentirti parlare di rifiutare di toccare magari è il caldo che amplifica il desiderio le sensazioni la percezione il persistente senso di disgusto per questo stile di vita confortevolmente anestetizzato quando ho bisogno di sentire tutto. e non vogliamo il pensiero ci sfiori che la solitudine è la soluzione da aspettare desiderare per assolvere ogni problema di astinenza psicologica affettiva sessuale so please please please let me get what i want, che neanche i deftones e il latte freddo con la menta bastano più per farci stare meglio restituire il mal tolto il bene comune che è l'ultima sigaretta che hai lasciato per me, con l'impressione che comunque non mi sarebbe bastata mai.

why do i feel like well not really living potessimo vedere cosa c'è lì all'ombra del sole che non è un posto impossibile al limite del deserto ma solo l'angolo fuori dal resto dove voglio portarti per curare tutta la rabbia che hai e stare ore a grattarne via il bordo restringere gli angoli finché non ti sentirai un po' meglio e allora la guarderemo bruciare e rallentare e morire piano come volevano i daft punk.
volevo mostrarti tutto questo ma avevi delle cose da dirmi che non mi hai detto.

avevi un motivo forse pensavo che sarebbe andato tutto bene ancora per un po'.

poi hai cambiato cd.

Wednesday, July 30, 2008 

hanno ascoltato rino gaetano nascosti dentro una vetrina di via roma.
facevano finta di guardarsi intorno perchè lui aveva paura che la sua ragazza lontana trentamilamiglia vedesse le mani annaspare nelle pieghe del vestito rosso pressed against an unfamiliar wall e perchè lei voleva avere una cosa qualsiasi da fare. sentirsi in colpa magari , o qualcosa di più folkloristico. tipo una vendetta.
 
non che gliene importi poi molto, ormai.
hanno parcheggiato lontano dal centro, e tutte le conversazioni interessanti sono rimaste sul cruscotto con i biglietti del treno e quella sensazione spasmodica di vuoto che si riempie di colpo quando so che sta per arrivare. how i wish you could see the potential.

(...quello che ci manca davvero è un motivo per fare qualcosa di diverso da scarnificare le parole e non trovarci niente che dia la minima soddisfazione. e ascoltare dente di tanto in tanto, convincendoci che litighiamo solo per occupare il tempo e le distanze)

lui che non la capisce granchè ma le chiede di uscire, lei che da quando ha scoperto stress usa i justice come scusa per sentirsi sempre come soffiare su una ferita scoperta, brandelli di piacere intensi e brevi, a ondate. e la sua attitudine al melodramma che porta gli altri a credere che quello che succede la tocchi in qualche modo.
è solo leggermente destabilizzata.

Friday, July 25, 2008 

Un cretino passa sgasando sotto la mia finestra.
desidero un piano sequenza che ti permetta di vedere tutto questo. i colori della rabbia che lentamente mi trasfigurano. Le unghie conficcate nei palmi delle mani i muscoli tesi (il ginocchio fa un po' male, ma quasi desidero si riapra la ferita e mi mostri il sangue. qui tutto è troppo color pastello)
Gli appoggerei le dita sul collo senza mollare la presa.
…e stare a guardare i suoi occhietti porcini gonfiarsi di sangue fino ad esplodere e imbrattare dall'interno la visiera del casco.

non è meraviglioso il silenzio?

e Gianluca Grignani che in tv per nonsocosa a Venezia mi costringere a farmare lo zapping perché ha un vestito da sera, probabilmente firmato, e le infradito.
le infradito, cazzo.
adesso vomito il brie.

Mentre cerco di soffocarmi con i vapori dei fornelli un po' mi stupisco di riuscire a fare dello spirito in inglese con china girl, che accucciata davanti al mio frigorifero recupera un po' dei ravioli fatti a mano che ha chiesto di tenerle in fresco finché la mano di dio non calerà sul suo, di frigo, che per una ragione altrettanto inconsistente ha smesso di funzionare. in vicinato we trust.
Il ragazzo che frequenta ora si chiama Oscar, credo sia il tipo con i capelli unticci che ho incontrato per le scale quando sono tornata stamattina presto. mi ha ceduto il posto e fatto una smorfia abbastanza simile ad un sorriso, polverizzando in questo praticamente tutti gli avversari in gara. quasi spero duri più delle due settimane standard.
la cina è vicina e non perdona.

Quasi quasi mi s-cenero sul ginocchio. quello che sembra cotto alla griglia. grazie max.
 mi s-cenero sul ginocchio e poi do la colpa a te che non hai sentito affatto la mia mancanza, ed alla stazione di ancona dove siamo stati fermi venti minuti giusto il tempo di portare a putrefazione tutti i miei buoni propositi di cacciarti a calci dalla mia vita. come nei filmetti del venerdì sera.

giusto per dire quanto poco sai. e quanto poco capisci.
grazie Regan
bombardaci Parma

C'è un quadro di hopper, si chiama undici di mattina. lei è nuda e sola, annega in questa luce sterile. In piedi, con la sigaretta che fa un fumo sottile guarda lontano, da nessuna parte.

Tutti mentono. Le pubblicità delle creme depilatorie, Studio Aperto, le canzoni dell'estate.

La gente che manda sms alla tv,  il Vangelo.

tutti mentono e lo faccio anche io, in modo spudorato e aggressivo.


"quando dio ha fatto le montagne non pensava certo alle piste da sci"