Status: Single
Country: IT
Signup Date: 1/2/2006
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Sunday, June 14, 2009
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Rodolfo Montuoro, Orfeo
(Digital download, Believe)
Il cantautore italiano Rodolfo Montuoro torna con un’altra piccola
favola sussurrata, Orfeo.
Recensione di Daniele Pelliccia
_______________
Orfeo
è il primo tassello di un progetto ambizioso! Il primo ep, a cui ne
seguiranno altri dilazionati nel tempo, solo in digitale, daranno vita
a qualcosa di più grande, Nacht, undici pezzi dedicati alle
mitologie della notte. Il tutto sotto la supervisione dell’etichetta
francese Believe, promotrice del progetto e major europea per la
distribuzione digitale.
Con questo terzo
lavoro Mr. Montuoro si aggiudica l’etichetta di cantore delle mitologie
contemporanee. Si è affacciato nella scena nostrana nel 2005 con undici
pezzi sulla mitica figura di Ulisse, nell’album A-Vision. Ben accolto dalla critica, nel 2008 esce Hannibal,
secondo lavoro e seconda analisi di un altro personaggio “mitico”,
Hannibal Lecter, bestia uscita dalla penna perversa di Thomas Harris.
Oggi, nel 2009, esce l’ep Orfeo,
tre pezzi sulla sospesa e anelante figura del più grande poeta e
musicista mai esistito; l’amore di Orfeo, tanto sconfinato quanto
dolorante, contemplato nella luna e tenuto in vita dalla speranza del
ritorno di Euridice nella title-track. Il bacio tanto desiderato e mai
consumato in La svolta e lo sguardo metropolitano di Giorni messicani.
Un Ep dal quale
lasciarsi cullare, parlato, dalle atmosfere rock mai invadenti,
percussioni incalzanti pervase da luce e ombra, e sensazioni di
intimità. Questi gli ingredienti. Buon appetito!
Rodolfo Montuoro, Orfeo, Believe Recensione di Roberto Castelli "Jam", giugno 2009
È il primo capitolo di un lavoro di squisita eleborazione
intellettuale. Seguiranno altre due tranche ancora dedicate alla mitologia
della notte e che verranno raccolte in un unico album di 11 pezzi complessivi
che si chiamerà Nacht. In questo
mini sono presenti 3 pezzi, momenti di un racconto mitologico che interagiscono
con la fantasia dell’autore creando atmosfere complesse, scure, quasi
gotiche, caratterizzate dal suono avvolgente e vagamente inquietante del
theremin. Il dramma intino di Orfeo, dettato dal senso di colpa di aver perso
Euridice, viene sottolineato da veloci e improvvise escursioni rock che
squarciano le melodie create da archi e sax. La vocalità emozionale e fuori dal
comune fa il resto.
Roberto Caselli, “Jam”, giugno 2009 Numero Aprile '09 A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini Rodolfo Montuoro, Orfeo, Believe Recensione di Gianluca Veltri Il mythos-rock di Rodolfo Montuoro. Dopo “Hannibal”, il cantautore si addentra in un percorso ingegnoso e buio, “Nacht”, che sfidando il mercato si presenta articolato e innovativo. Tre mini-CD, a distanza di quattro mesi l’uno dall’altro - dei quali “Orfeo” rappresenta la prima uscita - pubblicati solo in digitale dalla francese Believe e ascoltabili gratis in streaming sul MySpace dell’artista. Le uscite dei vari “Nacht” saranno suggellati a fine ciclo (quindi tra un anno circa) da un album vero e proprio, che riassumerà il tutto con l’aggiunta di altri quattro inediti. “Nacht”, quindi. Notte. La seduzione sventurata di Orfeo, il suo canto straziante che squarcia l’oscurità, riassunta nel suono del theremin suonato da Vincenzo Vasi, strumento principe di questa prima sequenza, insieme alla chitarra-synth di Giuseppe Scarpato. Tre sono i pezzi di questo ammaliante antipasto montuoriano: la title track, “La svolta”, che è un raccordo (più melodico, più canzone) per arrivare a “Giorni messicani”, un altro tipo di tenebra, quella del confine tra Stati Uniti e Messico. Qui è magistrale la capacità di Rodolfo Montuoro di produrre cinema per le orecchie, una canzone-film che è un’incursione in un buio senza legge, nella terra “dei mondi e dei sogni”, dove finiscono sia il mondo che il sogno. Con il progetto “Nacht” – “com’è sola la notte” – Rodolfo Montuoro sposta l’asticella ancora più in là. Immaginifico, onirico, elettrico, il musicista erige un febbrile muro del suono per la musica d’autore, entro i cui limiti costruisce le sue narrazioni-rock. Tra tre-quattro mesi la seconda puntata di “Nacht”. ( Gianluca Veltri)
Rodolfo Montuoro, Orfeo, Believe 2009
Recensione di Eleonora Chiari
 Continuano
le narrazioni rock di Rodolfo Montuoro, che dopo aver delineato in
passato l'epica figura di Ulisse e quella perversa di Hannibal Lecter,
si getta nella più pura e classica mitologia dal fascino senza tempo. I
tre brani percorrono con sottili parallelismi il viaggio di Orfeo,
poeta e cantore eccelso. Atmosfere profonde e insolite avvolgono il
racconto della sua grandezza, della sua discesa negli Inferi per
recuperare l'amata Euridice e della sua inesorabile sconfitta. Orfeo
rappresenta l'amore e il desiderio capaci di varcare le soglie
dell'aldilà, ma allo stesso tempo la debolezza umana di fronte alle
tentazioni. Montuoro trasferisce questo senso di potere immenso ma
effimero e precario in musica, con un cantato sommerso quasi parlato,
creato con allusioni evocative e fraseggi elaborati. Ad erigere un
percorso poetico dagli accenti gotici accorrono chitarre effettate,
intrecci di archi e sax e percussioni incalzanti mai invadenti.
SENTIREASCOLTARE
Rodolfo Montuoro
Orfeo, Believe
Recensione di Stefano SolventiChe le mitologie radicate nel contemporaneo rappresentassero
un'ossessione per Rodolfo Montuoro lo sapevamo, del resto già il
precedente Hannibal portava come sottotilo un Mythologies 1 che
lasciava intuire ulteriori sviluppi sulla stessa falsariga. Eccoci
quindi ad Orfeo, ep distribuito digitalmente dedicato alla ricca,
complessa, ambigua figura della semidivinità tracia. Tema che il Nostro
affronta col consueto aplomb intenso e sfuggente, procedendo per
allusioni evocative, in virtù di visioni come squarci e depistaggi, cui
il tipico fraseggio pastoso conferisce un'aura spiazzante, da
allucinazione demodé, da altrove fieramente e un po' bizzarramente
magico.
Prosegue il processo di ispessimento della trama sonora, oramai quasi
un muro di chitarre effettate, archi, synth, theremin e loop, un
affastellamento di segni che costeggia l'impeto misticista posticcio
del Battiato altezza Caffé de la Paix nella title track, l'epica
roboante e allarmata dei Floyd periodo The Division Bells ne La Svolta,
disperdendo tracce e coordinate con la conclusiva Giorni messicani, il
violino quale contraltare romantico al clamore delle sovrastrutture,
gli inserti spettrali e la spossata risolutezza del canto (al limite
del talkin').
Rodolfo Montuoro segue un percorso poetico peculiare, in bilico tra
mainstream e alternativo, pericolosamente e gustosamente alieno ad
entrambe le dimensioni. (Stefano Solventi)
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Wednesday, May 27, 2009
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RODOLFO MONTUORO DA’ L’AVVIO AL PROGETTO “NACHT” CON UN MINI-ALBUM DEDICATO A ORFEO
Nel suo album “A_Vision” (2006) aveva disegnato un’indimenticabile silhouette di Ulisse. In “Hannibal. Mythologies I” (2008) ci ha confidato chi ancora potrebbe essere Hannibal Lecter, con le sue maschere seducenti e le sue istigazioni alla metamorfosi.
Adesso Rodolfo Montuoro dedica il sequel delle sue narrazioni-rock all’affascinante figura di Orfeo, in un mini-album che esce solo in formato digitale a partire dal 27 marzo 2009.
“Orfeo” (l’ep che contiene i brani “Orfeo”, “La svolta” e “Giorni messicani”) è il primo capitolo di un progetto che si intitola “Nacht”: undici pezzi dedicati alle mitologie della notte che escono online, a puntate di tre o quattro brani, ogni quattro mesi, a cura di Believe, la label francese attualmente leader in Europa per la distribuzione digitale. Alla fine, tutti i brani online confluiranno, insieme a quattro inediti, nel cd distribuito da Egea (questa volta “fisicamente”) in tutti i negozi. Orfeo, nel mito, rappresenta il potere del canto e della parola che si incarna nella poesia e nella musica. Per la sua destrezza in queste arti, egli seduce e incanta tutte le creature. Ma, a un certo punto, talenti e poteri non gli servono più a niente. Euridice, la sua promessa sposa, muore il giorno prima delle nozze. Orfeo non si rassegna e scende nell’Ade. Vuole farla rivivere e riesce a convincere col suo canto le divinità infernali che gli impongono una condizione: mentre la porta con sé dagli inferi alla luce del sole, non dovrà mai voltarsi a guardarla. Orfeo non resiste. Preso dalla paura di lasciarsela ancora sfuggire e da un desiderio invincibile di baciarla, si volge verso di lei e così la perde per sempre. D’ora in poi la sua sventura non avrà mai fine. Si isola da tutti, ossessionato dalla memoria di Euridice. E diventa preda delle sacerdotesse di Dioniso che lo inseguono e lo fanno a pezzi, inbestialite dalla sua ossessione e dalla sua indifferenza. Le parti del suo corpo rotolano alla rinfusa sulle acque del fiume. Ma la testa mozza di Orfeo, mentre galleggia tra i flutti, continua a intonare una canzone disperata e bellissima.
Orfeo è uno che ha tutto e perde tutto. La sua è una notte perenne, senza scampo e senza simboli. Forse perché resta prigioniero della mancanza e del ricordo. Forse perché non ce la fa a inventarsi un’altra vita. O perché ha rovesciato gli ordini naturali. Oppure perché non sa morire per amore. O per tutte queste cose insieme. Con i tre pezzi di questo mini-album, Rodolfo Montuoro fissa alla sua maniera spiazzante e poetica tre momenti, tre tessere di una storia labirintica, colti nell’attimo esatto in cui interferiscono con la sua immaginazione. Qui Rodolfo invoca la discesa agli inferi, entra ed esce continuamente dalla sfera del gotico, sempre rasente l’ombra, sempre su una soglia pericolosa che sta per sprofondare. Un album sublime, in cui lampeggiano colori, atmosfere e strumenti insoliti, come il theremin, suonato in modo esatto ed emozionante da Vincenzo Vasi. Questo strumento si adatta perfettamente al grado vertiginoso e sulfureo di inquietudine che ribolle in tutti i brani.Trasmette subito l’impressione di un passaggio continuo tra piani e livelli sonori diversi. Le percussioni incalzanti, le melodie suggestive degli archi e del sax e gli sfrontati accenti rock delle chitarre trovano nel theremin un veicolo che li amplifica, li assorbe, li esalta e crea profondità attorno a essi, intrecciandosi naturalmente a una voce toccante e fuori dal comune. Non tradiscono poi le coloriture ormai inconfondibili ed elegantissime che Giuseppe e Gennaro Scarpato, anche in questa occasione, hanno saputo costruire con i loro strumenti. Da non dimenticare l’artwork sempre potente e visionaria di Francesco Marangon e la presenza perfetta degli altri magnifici musicisti come Naomi Berrill (al violoncello), Ilaria Lanzoni (al violino), Alessandro Gandola (al sax), Francesco Gabbanini (al basso) ed Emiliano Garofoli (al mix). Orfeo di Rodolfo Montuoro è disponibile in tutti gli Store digitali.
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Wednesday, May 27, 2009
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PRESS KIT
THE ASYMBOLIC NIGHT BY RODOLFO MONTUORO The italian artist starts the project “Nacht” with a mini album centred on the legendary figure of Orpheus In his album, “A_Vision” (2006), he portrayed an unforgettable outline of Ulysses. In “Hannibal. Mythologies I” (2008), he offered a new interpretation of Hannibal Lecter, with his seductive masks and his power to coax his victims into metamorphosis. Now the sequel to Rodolfo Montuoro’s rock tales, revolving around a fascinating character, Orpheus, is being released as a digital only mini album.
“Orfeo” Orpheus (i.e. the EP featuring the tracks, “Orfeo” Orpheus, “La svolta” The Decisive Moment and “Giorni messicani” Mexican Days) is the first chapter of a project entitled “Nacht”, comprising eleven tracks centred on the night mythologies and serialized in instalments of three or four tracks to be released online every four months. The digital distribution will be made by the leading French label Believe. All online tracks, along with four more, unpublished, tracks, will finally make up a CD that will be physically distributed by Egea in all music stores. Orpheus, in Greek mythology, represents the power of the sung word as embodied in poetry and music. Thanks to his skill in these arts, he charms every living thing. Right up until his talents and powers are no use to him any longer. Eurydice, his bride to be, dies the day before the wedding.Orpheus does not accept his fate and descends to the Underworld, where his music softens the hearts of the deities who agree to allow Eurydice to return with him to earth on the condition that he walks ahead of her and does not look back until they both have reached the upper world. But he does not resist. Afraid of losing her once again and feeling the irresistible impulse to kiss her, he turns towards her and she vanishes forever. From now on, he is forever miserable. He cuts himself off from other people, obsessed as he is by the memory of Eurydice. He falls prey to the Dionysus’ followers, crazed by his obsession for her and his indifference to them. They tear him to pieces, and his dismembered body parts roll randomly across the river Hebrus. His cut off head, however, afloat amid the waves, sings on his poignant grief-stricken song. Orpheus loses everything he used to have. He lives through an everlasting night with no escape nor symbols. Partly because he is prey to bereavement and memory. And partly because he is not up to inventing a new life for himself. Another reason may be he has subverted the natural order of things. He might as well be incapable of dying for love. Or rather for all of these reasons put together.
With the three tracks of this mini album, Rodolfo Montuoro, never a poet to be taken for granted, fits together three different pieces of a labyrinthine plot, managing to intercept them the moment they interact with his imagination. Here Rodolfo summons the descent to the Underworld, forever bordering as he is on gothic-tinged shadow-haunted landscapes, forever swaying on the brink of the gorge.
A sublime album featuring a riot of colours, soundscapes and unusual instruments like the theremin, punctiliously yet emotively played by Vincenzo Vasi. This instrument perfectly conveys the vertiginous sense of foreboding which pervades all tracks. It immediately conjures up a continuous shift from one sound layer to the next. The urgent percussion, the evocative melodies of the strings and the sax, and the blatant rock guitars are wonderfully matched by the theremin, which magnifies, absorbs and lends intensity to the sounds by combining naturally with a poignant unordinary voice. The unmistakably elegant wide palette of the Scarpato Brothers’ phrases certainly lives up to all our expectations. Not to mention the ever powerful and visionary artwork by Francesco Marangon and the magnificent musicians making up the rest of the team, Naomi Berrill (on cello), Ilaria Lanzoni (on violin), Alessandro Gandola (on sax), Francesco Gabbanini (on bass) and Emiliano Garofoli (on mix).
Orfeo by Rodolfo Montuoro will be available in all digital stores.
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Friday, March 20, 2009
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Wednesday, June 18, 2008
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Numero Marzo '08 A cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini
Rodolfo MontuoroHannibal AiMusic/Egea Hannibal è maestro di ambivalenze, nel pretesto letterario di Rodolfo Montuoro. Un rimestatore di profondità limacciose. Al secondo album, dopo l'ottimo 'A_Vision', il songwriter cambia rotta pur rimanendo fedele a se stesso. Laddove l'esordio era onirico e folkeggiante a suggerire distanza, il nuovo lavoro esprime un'elettrica e palpitante esigenza di carnalità, premura e potenza, sintetizzata dal cuore rosso tenuto dentro una mano in copertina. Con un utilizzo accentuato delle chitarre elettriche e dell'elettronica, Montuoro precisa un suo originalissimo mood letterario: 'Non si dimentica' è la trasposizione di una lirica di Ottiero Ottieri, ispirata a un'antica canzone basca 'La colomba', e 'La lettera' è una traduzione da Henry Barbusse. I testi di Montuoro lasciano traboccare immagini poetiche e sfumature dei sentimenti: sono 'passi contro il cielo', è un 'cuore che è stato un cuore troppo tempo fa', è uno 'scrigno del vento'. Sono 'monete che non valgono più', segnali di un passato fatto ormai di sogni inservibili nella splendida e spettrale 'Ghostmusic'. E se 'Anima II' è una ballad disturbata da vibrazioni e grooves, è una sorpresa 'Le parole', dura e fiammeggiante, a chitarre tese: 'Non ti distrarre amico mio […] che già ci affatica il mondo'. Per comunicare quest'urgenza espressiva, Montuoro ha scelto come principali sodali i fratelli Giuseppe e Gennaro Scarpato, responsabili di molti dei suoni dell'album, dalle chitarre alle percussioni, dai synth alle programmazioni elettroniche e ai drumloop (www.rodolfomontuoro.it). Gianluca Veltri Altri articoli su Rodolfo Montuoro in 'Mucchio Selvaggio': FDM, dicembre 2006. Intervista FDM, ottobre 2006.
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Thursday, June 12, 2008
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Rodolfo Montuoro Hannibal
Rock AiMusic catalogo: AIO1007 Recensito su Suono n° 417 del 6-2008 Seconda prova discografica per il cantautore milanese Rodolfo Montuoro, che stavolta abbandona le sonorità celtiche del lavoro precedente e propone un'originale e sfrontata idea di forma canzone pop-rock, attraverso elaborati (seppur molto scorrevoli) arrangiamenti e sofisticate armonizzazioni che rivelano diverse influenze.L'album, come dice il titolo stesso, viene presentato come una sorta di concept sulla figura di Hannibal, il celebre personaggio creato da Thomas Harris negli anni '90 e reso ancor più popolare dalla successiva e sublime interpretazione cinematografica di Anthony Hopkins. 'Hannibal è lo psicologo per eccellenza – spiega l'artista – il vero conoscitore (e forse anche l'amante ideale) di Psiche, dell'Anima. Hannibal conosce dunque assai bene l'inferno della 'profondità' e dell'interiorità. Quello di Hannibal, inoltre, secondo me, è anche uno dei pochi miti condivisi che la contemporaneità è riuscita a produrre. Un tempo, il mito era appannaggio dell'epica o del pensiero religioso; oggi, invece, si costituisce nell'arte più narrativa e secolarizzata di cui disponiamo, che è il cinema'.In realtà il disco rivela molteplici sfaccettature e spunti sia, come detto, dal punto di vista strumentale – dove la fanno da padrone le chitarre dell'ottimo Giuseppe Scarpato, storico chitarrista e arrangiatore di Edoardo Bennato – che da quello delle toccanti liriche: la vera e propria forza del disco.Ospite d'eccezione in due brani una star internazionale della musica lirica: Anna Zoroberto, soprano titolare del Teatro della Scala, una delle più belle voci liriche oggi in circolazione.
Marco Serra
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Wednesday, May 14, 2008
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Il video 'Hannibal' è stato presentato oggi a Rai TG2, nel corso della rubrica 'Tg2 punto.it', con un'intervista a Rodolfo Montuoro di Laura Piccinelli Guarda il video
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Saturday, May 10, 2008
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Consigliato da "Diario"n. 5, 1-17 aprile 2008 di Gianluca Veltri Con il secondo lavoro, a due anni da A_vision, Rodolfo Montuoro precisa e complica la sua geografia dell'irrequietezza: la precisa, confermandosi musicista e cantautore originale, capace di affidare risonanza alle parole dentro architetture sonore per niente facili, e la complica, perché se il primo album era etereo, due metri sopra la terra, celtico con cornamuse e flauti, qui invece il mood cambia. La sostanza di Hannibal è carne tremula, rock, elettronica e tribal jazz. Hannibal è epitome di ambivalenza: crudeltà e amore, sadismo e pietà. Divora, ma a suo modo ama, perché conosce a fondo. Tutto ha una doppia polarità in Montuoro, i sentimenti hanno bisogno di contrasti fumanti. L'arrembante inizio dell'album, "La colomba", è ispirato a un perentorio bianco volatile innamorato (da un tradizionale basco); le splendide e misteriose "Ghostmusic" e "Secret Talking" sono passeggiate sul filo stretto che separa la realtà e la sua negazione, passato o numerologia; "Non si dimentica" è su un testo di Ottiero Ottieri; "Anima", in due parti, è ispirata al mito di Eros e Psiche: la ferita e la rivelazione. Dando seguito a un patrimonio nobile ed elusivo di canzone d'autore, Rodolfo Montuoro la costella di disturbi e di ricercatezze. Gianluca Veltri
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Saturday, May 10, 2008
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Rodolfo Montuoro, Hannibal Indagine dal profondo dell'anima
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| Rodolfo Montuoro, Hannibal Cd AiMusic/Carta da Musica/Egea
di Leonardo Lodato l.lodato@lasicilia.it
Se proprio gli si vuol dare un'etichetta, allora parliamo di 'tribe'. E' questa la definizione che dà della propria musica Rodolfo Montuoro, pur cosciente che, per dirla con una massima zen, definire significa limitare. E i limiti cerca di superarli tutti questo nuovo cd di Montuoro, dedicato alla figura e alle gesta di Hannibal Lecter, personaggio inventato dallo scrittore statunitense Thomas Harris, interpretato sul grande schermo da quel genio del cinema chiamato Anthony Hopkins, capace di tatuare nella mente dello spettatore, indissolubilmente, la figura ormai mitica del dottore antropofago.
Che il male regni dentro ognuno di noi, lo si legge tra le righe della sceneggiatura, così come lo si intuisce tra le note del cd di Montuoro secondo cui, le vere vittime non sono quelle che Hannibal fagocita, ma quelle che, in qualche modo, si salvano dalla furia cannibalistica. Perché di cannibalismo non possiamo fare a meno di parlare quando in gioco c'è un disco come questo. E il dottor Lecter è lo psicologo per eccellenza, 'il vero conoscitore, per non dire l'amante ideale, di Psiche, dell'anima; un personaggio che conosce bene l'inferno della profondità e dell'interiorità. E' l'unico mito veramente contemporaneo, che percorre e attraversa la nostra immaginazione, in bilico tra l'umano e il disumano, tra l'orrore e il sublime, e per questo sofferente e innamorato allo stesso modo dell'anima e del corpo'.
'Hannibal', sottotitolo 'Mythologies I', scannerizza, insomma 'l'inquietudine, il nervosismo, il senso dello smarrimento e quel certo sentore di tragedia' che vengono fuori dall'esame di questo personaggio 'dall'istinto infallibile del predatore. Le sue vittime se le mangia. Le mastica e le inghiotte come per una forma estrema di pietas. Quelle su cui non esercita il suo cannibalismo, invece, le costringe alla metamorfosi e alla trasformazione. Le obbliga a snaturare la propria identità, ad abbandonare il sembiante della crisalide e a diventare farfalla'.
Musicalmente, Montuoro dimostra, anche in occasione dell'uscita di questo suo secondo cd, di essere un 'mangiatore' di suoni, capace di digerire e condividere con i compagni d'avventura, quel che di buono la musica ha fin qui prodotto. Che sia jazz o sinfonica, heavy metal o rock, poco importa. L'importante è che ogni nota, ogni accordo, ogni fraseggio, trovino la propria collocazione all'interno di un lavoro certosino. La contrastata personalità di Hannibal Lecter vive anche nelle sonorità di brani come 'Anima I' o de 'La colomba', il cui testo, tratto da 'Uso zuria, errazu', un'antica canzone basca anonima e senza suoni, ritrova finalmente la musica che le viene cucita addosso da Montuoro. 'Non si dimentica' si sviluppa sul testo di Ottiero Ottieri, mentre la voce, splendida, di Anna Zoroberto, soprano titolare del Teatro alla Scala di Milano, regala un supplemento di emozioni all'intero disco (la si può ascoltare ne 'Il prossimo sogno' e 'Non si dimentica').
Un cd per palati fini. Caldamente raccomandato a chi cerca nella musica di oggi qualcosa in più di un piatto freddo mordi e fuggi.
Vai all'articolo di Leonardo Lodato su 'La Sicilia', 9 maggio 2008 | 09/05/2008 | ..
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Friday, May 02, 2008
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L'"Hannibal"di Rodolfo Montuoro: sprofondamenti nell'oceano amniotico di Lucia Castellini L'impatto con Hannibal. Mythologies I (AiMusic, 2008), il nuovo album di Rodolfo Montuoro, non è certo semplice. Ascoltando più volte i pezzi, le impressioni cambiano, si enfatizzano, si ridimensionano e poi svaniscono per far posto a nuovi punti di vista.
Rispetto all'album precedente, A_vision (Auditorium, 2006), c'è più ricerca, e la ricerca comporta più squilibrio e asimmetria ma anche, inevitabilmente, più scommessa. A_vision dava la sensazione di un percorso musicale incubato a lungo, quindi realizzato con naturalezza, in una sapiente miscela servita a temperatura ambiente; in modo equilibrato, composto, simmetrico. In Hannibal, restano in linea la voce (anche se qui si aggira di più verso il fraseggio e i registri acuti) e i testi, innestati alla poesia, in cui torna il tipico leit-motiv dell'Assenza e del Fantasma, nella sua valenza ossessiva dell'invocazione e del dialogo. ....
Non ci sono molti strumenti solisti: soltanto alla chitarra (affidata all'elegante maestria di Giuseppe Scarpato) vengono riservati gli assoli e l'affiancamento della voce in primo piano; scompaiono gli archi che, nel primo album, "classicamente", segnavano i crescendo e i picchi lirici, mentre si potenzia il tappeto elettronico (che come vedremo diventa qualcosa di più di un tappeto, quasi un segreto e inconfessato "manifesto" musicale per la forma-canzone) e resta invariata la presenza di strumenti acustici (didjgeridoo, banjio, mandolino, chitarra) nelle sonorità worldmusic. ....
In alcuni pezzi, Hannibal conserva quindi la compattezza levigata del primo album; in altri pezzi, invece, si avventura in una sonorità nuova che, secondo me, costituisce il vero punto di svolta. A impatto, questa seconda sonorità non è facile da ascoltare, perché riesce a volte quasi paludosa, con effetti di non finito, di incerto, di impasto sonoro; eppure essa affascina, perché trasmette la cura del musicista e del poeta, racconta il percorso euforico-disforico della ricerca, sbilanciata fra certezze folgoranti e sofferti ripensamenti. ....
Nel riascolto, però, tutto si chiarisce: quell'incerto è sì ricerca, ma non esperimento, perché la ricerca non segue l'empirismo degli eventi casuali per arrivare alla scoperta di un'astrazione teorica; qui avviene sicuramente il contrario. Questo album sembra nascere infatti da una sonorità ideata "a monte", in una specie di simposio telepatico tra Rodolfo e i suoi musicisti, ed empiricizzata poi in una ricerca spinta fino al limite estremo, fin quasi all'annullamento sia dei significati che degli stessi timbri musicali che spesso sono stremati verso un limite emotivo quasi insopportabile nella sua intensità.....
Una sonorità che chiameremo "musica liquida" e che probabilmente sta anche nelle intenzioni con cui Rodolfo, in questo suo nuovo album, ha voluto le particolari risonanze dei Triad Vibration, tutti presenti (Walter Mandelli, Gennaro Scarpato, Ezio Salfa) al suo appello in questo disco. Musica liquida, dunque, che va a spandersi in rivoli interdipendenti, diluentesi, dissolventesi in un riverbero-delay programmatico che fa emergere dalla profondità i bassi a infrangersi sulle melodie, scomponendo e snervando l'ascolto. Musica liquida: obliquità, distorsione, centrifuga distillazione, spasimo ed effetto acquarello dove i suoni perdono il loro colore in un intrigante indistinto. L'acqua risparmia solo la presenza della voce e talvolta della chitarra, ma inghiotte con democratica spietatezza tutto il resto, sciogliendo anche lo scheletro ritmico dei pezzi in una sonorità manipolata elettronicamente, rigurgitata in artifici calcolatissimi (riverberi, delay, slide, ecc.) e mixati impeccabilmente, a provocare una spiazzante insolidità; musica che sfugge, si sottrae, rimbomba, evoca cavità, profondità, impotenza di volo e luce.....
Il primo pezzo, "La colomba", richiama la vittima simbolica, il simbolo cristiano della purezza che apre l'album intitolato ad Hannibal, un carnefice. Il tema del sacrificio ha bisogno di immagini "oggettive", di simboli potenti e remoti. Non a caso, Rodolfo va a prendere questa sua colomba da un antico motivo popolare della prima e più antica tradizione basca, la riporta alla luce e le fa spiccare il volo nell'orizzonte di una melodia da lui costruita ex novo. Il volo comunemente leggiadro e domestico della colomba, diventa qui traversata solitaria, epica e tragica, in un'immagine leggerissima e tersa di bianco (la "bianca colomba") che si confonde col bianco dei monti Pirenei, fino a scomparire alla vista: il bianco che si annulla e sparisce nel bianco. Un sacrificio ancora più orrendo proprio perché incruento, in cui il colore è estirpato dal mondo così come il cuore è estirpato dal petto e spira nella mano esangue impressa sulla copertina del disco. L'album comicia già a manifestare sin dalle prime note il suo elemento di spicco: l'acqua. Nel corpo sonoro liquido, l'unica solista dell'album, la chitarra, crea strappi, inserti, patchwork. L'indistinto è turbato da pizzichi elettronici, scariche intermittenti, strappi alla superficie fluida della canzone. Lo spazio riservato all'assolo della chitarra è singolarmente lungo, come se il pezzo fosse diviso in due parti, quella del primo solista, la voce, che chiede conto alla colomba del suo viaggio senza approdo ("dimmi bianca colomba, dove vai?") e quella del secondo solista, la chitarra, che strema il destino del volo nella ricerca toccante ma insensata di un "amore" ("solo per il mio amore fuggo le notti e i giorni") che non avrà mai fine e che porta senza scampo alla sparizione.....
"Ghostmusic". Ecco la prima isola di secco, di terreno, nella compagine liquida dell'album. Rodolfo Montuoro è maestro in questo tipo di canzone: riconosciamo le tonalità minori, le sonorità celtiche, la piana armonia che ci hanno conquistati in A_vision, e che tornano in questo pezzo straordinariamente orecchiabile, carezzevole che, forse in virtù della sua limpida progressione armonica, risulta addirittura familiare. Commuove la sommessa tristezza del testo, che dice la solitudine di chi si aggira fra i ruderi di una felicità irrimediabile, una tristezza che non viene risolta neanche dal whistling con cui l'autore cerca di ristabilire l'ironia. L'acqua s'infiltra inesorabilmente: la chitarra acustica trascolora nello slide ma conserva il primo piano, mentre, nell'assolo finale, indietreggia al di sotto della superficie, ansimando alla ricerca d'aria nell'elegante wha-wha. Gli archi che dovrebbero segnare il crescendo, restano accennati e vengono subito risospinti sul fondo, in linea con il resto di un album in cui hanno solo il ruolo di evocare distanze e mondi oltre i mondi.....
Sfociamo quindi nella casbah mediorientale di "Hannibal", la titletrack. In una città ritorta in cunicoli e budelli, l'affollamento dei corpi si risolve nel cannibalismo, in un vivere per fagocitare gli altri ed esserne fagocitati. Ma questo vivere e morire non si dispiega nel teatro più ampio della natura darwinianamente selettiva, natura crudele, sì, ma dominatrice, che dirige il flusso dei più e dei meno forti sulla Terra; qui la lotta si consuma nell'angusto e claustrofobico ambito della nostra specie, di un'umanità che nega a se stessa il diritto di esistere, più inabissata nella cupio dissolvi che intenta alla selezione dei migliori. La canzone qui dice la terra, la geografia; la "liquidità" resta al fondo, esalando cupi rimbombi che risalgono a tormentare e a infrangere la superficie. ....
Ne "La lettera" siamo ancora sulla terra. Anche questa canzone è del tipo in cui Rodolfo si esprime naturalmente, come "Ghostmusic". Il testo – tradotto da Henry Barbusse, quasi a voler tracciare un'altra "ironica" distanza da sé – descrive una simbiosi di anime, una vicinanza dalla lontananza, un'azione, scrivere una lettera, in cui chi scrive e chi riceve si scambiano identità, in quella fusione sempre agognata nei testi di Rodolfo e continuamente sopraffatta dall'esistenza stessa. La musica è lieve, assorta. Anche qui l'assolo della chitarra elettrica, che lotta per emergere, viene dosato sotto la superficie e tenuto a bada dall'esatto effetto di wha.....
"Le parole": canzone schizofrenica, che suona dura, distorta, pompata, ma che nel testo racconta di sentimenti morbidi, umani, domestici. Il canto sdoppia interpretazione e testo: la voce aspra, che si incupisce a tratti nelle note più basse dell'album, contraddice la delicatezza delle parole, in una schizofrenia tipica dell'album che, nonostante il pulp evocato dal personaggio del titolo, conserva quella delicatezza ma anche quella sulfurea ambiguità cui Rodolfo ci ha abituati nel corso della sua produzione musicale e poetica. Al primo impatto con questo rock, pensiamo: ecco, si è incattivito, è passato dall'altra parte…, ma poi il significato delle parole rimonta sul timbro cupo della voce che, quasi a fine brano, viene pure sospinta sul fondo, allentata col reverbero, lasciando solo le chitarre a fare le cattive in primo piano.....
Ne "Il prossimo sogno", la musica si unisce nel testo alla dimensione liquida per eccellenza: quella onirica. Fra riverberi di luce e acqua, si intravedono fondali di sabbia, terra quasi disciolta. A fine brano, il soprano (Anna Zoroberto) si accavalla su se stesso, come un'onda che si ricurva sdoppiandosi in due flussi indipendenti. E nel liquido di una dimensione onirica, si verifica persino un lapsus: Rodolfo canta "per i tuoi pensieri erranti", ma il testo in cover registra "per i miei pensieri erranti". Sospettiamo che la vera erranza sia dell'altro, ma nei testi di Rodolfo Montuoro la simbiosi fra le anime - separate "solo" dai corpi - annulla la differenza fra io e tu, e i lapsus perdono quindi anche la loro funzione svelatoria, di smascheramento dei sentimenti inconsci legati all'altro.....
Il pezzo successivo, "Miraggi", ha una sonorità più secca, che risulta riposante dopo l'affondo senza scampo della canzone precedente, proprio come è riposante la saldezza della terra ferma sotto i piedi dopo la navigazione. L'acqua non scompare, la sentiamo scrosciare a inizio brano, dove viene letteralmente "versata" sulle strofe dalla percussione che la simula così bene. Ma neanche qui è terraferma: la terra si ridefinisce, si riplasma sui movimenti dell'acqua. Siamo su una laguna, dove gli stacchi nella ritmica di basso e chitarra creano vuoti sonori, crepe nel burro della terra. Nella variazione prevale il secco, la terra si arrocca in un raro lembo che galleggia sulla massa acquea, mentre la sua rotazione accelera, poi perde inarcatura affilandosi in linea retta.....
"Undici (Secret Talking)". L'arcano del titolo non poteva non richiamare la "musica liquida", che qui sembra sgorgare dal fondo di una caverna marina, poi rimbomba radente la stonatura, si ingorga obliqua, salvando solo l'immancabile chitarra, ma sempre affondandola sotto la superficie. Nel frattempo, l'autore, in primissimo piano, letteralmente dà i numeri, tutti rigorosamente dispari e primi, per dire l'asimmetria, l'identità, l'arcano dell'irriducibile in parti uguali e dell'indivisibile. L'undici, numero maledetto, viene recitato quattro volte, come suo fratello, il tredici. L'acqua non è più sul fondo, come nei pezzi precedenti, ma è esplosa, si è espansa, occupando tutto lo spazio come in un crollo psicotico. Il basso, che di solito resta acquattato come un animale notturno, qui assume presenza nel ditteggio spietato di Francesco Gabbanini, rimbomba quasi molesto al di sotto dell'oceano musicale. Non c'è neppure un minimo brandello di terra cui aggrapparsi in questo pezzo. Non c'è significato. Non c'è luce. Inserti sonori elettronici volano rasente la superficie infernale con ali incerte, mentre altri strumenti oscillano diluiti fra sfondo e medio piano, mai protagonisti. Fraseggi e inserti salgono come bolle dai fondali labili e si dileguano appena sotto la superficie turbolenta. La chitarra rasenta e volteggia, persa come un pesce attratto dalla luce.....
"Non si dimentica": qui la terra si scioglie in sabbia, poi risacca verso il largo. Respira nella canzone un senso di soffio, di vento. La mente diabolica che si aggira per l'album, tormentandoci, pungendo con i suoi inserti elettronici, si palesa anche in una zona lieve e protetta, più solida, come questa leggiadra canzone, che riporta una lirica di Ottiero Ottieri. Ma, nella variazione, l'acqua monta, affogando il soprano sotto la superficie, diluendo il tappeto, facendo emergere il basso. L'acqua sbava anche l'acuto finale del soprano che, con un tremolo molto accentuato, sosta con un artificio davvero magistrale sulla soglia della nota piena di chiusura, poi si rialza naturalmente e impercettibilmente, approdando per un attimo, ma viene subito inghiottito dalla marea montante così come la morte si sovrappone alla vita e alla giovinezza, negandoci anche il riposante attracco all'acuto finale di una voce unica e magnifica. ....
"Anima", ricorre in due versioni, dia-bolica. La versione I, scarna, minimale, consiste in una chitarra che ripete ossessivamente l'arpeggio, rallentato in disciolta eco: qui si annulla il pizzico della corda nell'arpeggio, confondendo persino l'attacco delle note; verso fine brano, la chitarra elettrica inserisce una striatura, prolungando lo stacco fino alla chiusa finale, come un brivido o una ferita che attraversa tutto il corpo. Nella versione II, cambiano gli accenti della chitarra nell'arpeggio. La voce diventa profonda, roca, a corrompere il tono della versione I, a dire le stesse parole per intendere altro, e il pezzo conclude il suo obliquo cammino nella tipica distorsione, centrifuga e destabilizzante. Stavolta anche la voce perde il primo piano e si inabissa, chiudendo l'album con la massima coerenza, in un oscuro oceano amniotico.....
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Friday, March 21, 2008
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Il tour radiofonico
7 MAGGIO 2008, DALLE 17.45. PADOVA. DI RADIO. CON STEFANO PERUZZI 23-27 APRILE 2008. ROMA. RADIO INBLU NETWORK. CON PAOLA DE SIMONE 11 APRILE 2008, DALLE 16,15. ROMA. ECORADIO. INTERVISTA IN DIRETTA 30 MARZO 2008, DALLE 16,30. MILANO. RADIO POPOLARE. CON ROBERTO CASELLI
22 FEBBRAIO 2008, ORE 16.00. ALESSANDRIA. RADIO GOLD
14 FEBBRAIO 2008, ORE 23.15. COSENZA. RADIOATTIVA. "SOTTERRANEI POP"
6 FEBBRAIO 2008, ORE 16.30. BRESCIA. RADIO ONDA D'URTO. "BARAONDA D'URTO"
4 FEBBRAIO 2008, ORE 22.00. COSENZA. RADIO CIROMA. "BASSE FREQUENZE"
29 GENNAIO 2008, ORE 23.00. CATANIA. RADIOSIS. "STRADE BLU"
19 GENNAIO 2008, ORE 3.00. RAI INTERNATIONAL. "NOTTURNO ITALIANO"
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Saturday, February 16, 2008
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Hannibal: recensione di Francesco Zaglia per "Mescalina", 13 febbraio 2008
Il precedente album di Rodolfo Montuoro si era fatto notare su diverse riviste specializzate per l'originalità e capacità di fondere insieme contesti sonori differenti: quello dell'irish, portato nel disco dalla produzione artistica di Giuntini, quello del jazz dei musicisti chiamati a collaborare e quello di un cantautorato new wave. Con "Hannibal" assistiamo alla stessa voglia di ricerca, di trasversalità e contatto tra stili espressivi e musicali. La guida nella produzione artistica è assegnata ai fratelli Scarpato, Gennaro e Giuseppe, batteria e chitarra, già collaboratori di Bennato che portano una ventata di rock su testi forse meno ermetici di quelli presenti in "A_vision", ma ancora decisamente lirici. "Hannibal" è un disco che procede coinvolgendo l'ascoltatore a partire dal piano musicale, per la varietà delle proposte, per la cura della forma e per l'attenzione nella realizzazione. A differenza dello scorso disco, i musicisti coinvolti qui non sono così numerosi. Fra gli ospiti fondamentali sono Walter Mandelli, che porta le cavità del suo didjeridoo a vibrare nell'ancestrale e percussiva "Hannibal", e Anna Zoroberto, il soprano titolare della Scala di Milano, che interviene su "Il prossimo sogno" e "Non si dimentica" aprendo con la sua voce uno spazio elegante, rarefatto e malinconico. Molto utilizzate sono le chitarre: si passa dagli strappi che introducono il disco e "La colomba" alle code di vari brani, al fraseggio pizzicato e acustico che apre "La lettera" e all'andamento circolare e vorticoso che la chiude con l'intervento di una elettrica a creare straniamento rispetto ai timbri femminili, acustici e caldi, sui quali è costruito il brano. "Hannibal" è un album estremamente attento agli aspetti della composizione e dell'arrangiamento, ma anche a quelli dello studio, con un ottima gestione di suoni, echi e filtri vocali. La stessa importanza viene concessa anche ai testi; le liriche ermetiche di "A_vision" vengono leggermente aprendosi, agganciandosi al mito. Compaiono anche brani liberamente tratti, oppure reinterpretati, di testi scritti da altri: "La colomba" è un testo tratto da un'antica canzone basca di cui non si conosce la musica, "Usu zurria, errazu", così come libera è la ripresa della lirica di Henry Barbusse ne "La lettera". Colpisce particolarmente invece "Non si dimentica", in cui è ripreso integralmente il testo di Ottiero Ottieri. "Hannibal" è un disco pensato, meditato, lirico, che lascia sicuramente un segno nel panorama musicale indipendente italiano.
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Sunday, January 27, 2008
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"Parole e musica che non ti aspetti, A_Vision è un disco sussurrato, cantato con voce originale e di aristocratica eleganza. Meticcia canzone d'autore, pervasa da cornamuse e atmosfere celtiche, colori mediterranei e sonorità elettroniche." Rodolfo Montuoro, A_Vision (Auditorium/I.R.D., 2006) di Ivan Masciovecchio, "Rockshock"
Inclassificabile, inquieta, in quiete. Meticcia canzone d'autore, pervasa da echi di cornamuse e festose atmosfere celtiche, colori mediterranei e sonorità elettroniche. A_Vision, l'ultima fatica di Rodolfo Montuoro, è proprio quello che dice di essere: una visione, un attimo, un'apparizione, un'estasi, un sogno, un fantasma. E' tutto e il contrario di tutto. E' danza e carezze, è gioia e rivoluzione, è la canzone d'autore italiana che incontra la world music internazionale, l'elettronica minimale che sposa le folk ballads americane.
Gli undici brani che compongono l'album, cantati con voce originale e di aristocratica eleganza dallo stesso Montuoro, rappresentano un po' le tappe di un volo libero sotto cieli carichi di Nuvole senza pietà, sorvolando International Sea solcati da indomiti Ulisse in cerca di un'identità perduta. Emozioni malinconiche di un viaggio inteso non come un vagabondare dell'anima ma come una fuga dal qui ed ora, un prendere le distanze dal dolore di una perdita, per approdare, si spera, ad una salvifica rinascita.
Prodotto artisticamente da Massimo Giuntini, già nei Modena City Ramblers, e suonato in presa diretta, A_Vision ha la magia e il calore del fuoco in inverno. Ha in sé il suono arioso dei violini e la nostalgia della fisarmonica, ha anima e corpo, ha braccia larghe e gambe forti, ed una volta ascoltato, non ti abbandona più.
Ivan Masciovecchio, "Rockshock"
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Sunday, January 27, 2008
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Cartella stampa
Rodolfo Montuoro
HANNIBAL
(Mythologies I)
etichetta: AiMusic - distribuzione nazionale e in UK: Egea
promozione e booking: Carta da musica
In streaming su Myspace
nei negozi dal 18 FEBBRAIO 2008
nei punti-ascolto dei Mediastores Ricordi dal 15 FEBBRAIO 2008

Dopo "A_vision", il sorprendente album d'esordio (2006), Rodolfo Montuoro rilancia in forma rock le atmosfere sofisticate e irish del suo precedente lavoro e disegna un'immagine davvero inedita di Hannibal, il personaggio indimenticabile di Thomas Harris e del cult movie di Jonathan Demme.
Hannibal, cannibale e "psicologo" per eccellenza, qui ridona la vita ai suoi fantasmi e si nutre della carne viva di desideri e passioni. Diventa la controfigura di un Eros tragico, capace delle più micidiali tenerezze e delle più amorevoli atrocità, e si rivela come l'unico e vero amante "ideale" dell'Anima, di Psiche. Una Casanova a rovescio, ma assai più fecondo e imprevedibile, che divora le sue "vittime" per invogliarle alla fuga, alla metamorfosi e alla trasformazione.
Hannibal/Eros, dunque. Questa sovrapposizione, come due volti della stessa maschera (o come due maschere di un unico e indecifrabile volto), crea nell'album un gioco incessante di richiami, di riflessi, di invocazioni, di presentimenti che seduce, svia e anima continuamente l'ascolto.
Oltre a queste due immagini appartenenti alle più remote (Eros e Psiche) e recenti (Hannibal) mitologie, emergono con vivida freschezza altre fonti: La colomba recupera il testo di un'antica canzone popolare basca; La lettera traduce Henry Barbusse; Non si dimentica riprende i versi di una delicata lirica di Ottiero Ottieri.
I testi originali sono in un serrato scambio con queste fonti. E, allo stesso modo, l'intricato tessuto musicale, elettrico e percussivo, è continuamente agitato da un colloquio inquieto e sempre inatteso con gli esiti più sofisticati del progressive internazionale,
La produzione è di Gennaro Scarpato (iniziatore, coi Triad Vibration, del tribal jazz in Italia) e del fratello Giuseppe Scarpato, chitarrista di Edoardo Bennato, considerato uno dei più eclettici e brillanti chitarristi rock italiani. Ospite d'eccezione, in due brani, una star internazionale della musica lirica: Anna Zoroberto, soprano titolare del Teatro alla Scala, che ha fornito un'interpretazione davvero commovente della "voce" di Psiche. Insieme a Francesco Gabbanini (basso stick), a Fabio Puglia e al già citato percussionista e batterista Gennaro Scarpato, il nucleo dei musicisti è completato da Ezio Salfa al basso elettrico e da Walter "Tannì" Mandelli al didjgeridoo.
Promozione e ufficio stampa. Carta da Musica. Jonathan Giustini, Edward Bartolucci, Riccardo Rozzera Roma 00181, Via della Marrana 94 - Tel/fax 06.90286025-6
email: info@cartadamusica.it - www.cartadamusica.it
Vai al sito: http://www.rodolfomontuoro.it
Scrivi: mail@rodolfomontuoro.it
Rodolfo Montuoro HANNIBAL (Mythologies I)
1. LA COLOMBA Strappi distorti di chitarra e percussioni aprono il disco: è uno dei brani più incisivi. "La colomba" è un testo ispirato da un'antica canzone basca, "Uso zuria, errazu", anonima e rimasta per secoli senza suono. Rodolfo cerca nell'etere la melodia smarrita e decide di sposarla all'elettricità distorta delle chitarre, a un suono spesso e denso che si avvolge nei vortici di una lunga coda, così come il volo di quella colomba innamorata e fuggitiva che sembra qui ripetersi incessantemente da secoli.
2. GHOSTMUSIC Un fischio lontano e velato, poi pianoforte e voce ad aprire un brano dall'impostazione iniziale acustica e ovattata, immateriale come i fantasmi che invoca. L'utilizzo delle chitarre, o meglio delle corde, di Giuseppe Scarpato, da anni chitarrista di Bennato, fa sentire la sua importanza per tutto il disco. In particolare, qui, con il vorticoso bridge nel finale.
3. HANNIBAL È l'unico mito veramente contemporaneo quello di Hannibal il Cannibale: percorre e attraversa la nostra immaginazione. È una storia condivisa attraverso il cult cinematografico (che ha sostituito per noi le narrazioni mitologiche del passato). Hannibal è in bilico tra l'umano e il disumano, tra l'orrore e il sublime, per questo sofferente e innamorato allo stesso modo dell'anima e del corpo. La sua pulsione vitale, la sua potenza istintiva e ancestrale sono resi da un'energica componente ritmica affidata alle percussioni coloratissime di Gennaro Scarpato e al didjeridoo di Walter Mandelli, costruttore e virtuoso di questo strumento antico di quindicimila anni che, probabilmente, contiene ancora nelle sue cavità i segreti più remoti del Mito.
4. LA LETTERA Il testo è tradotto da La Lettre di Henry Barbusse. Il percorso è sempre introspettivo, tanto da confondere anche lo stesso autore della lettera. L'ottima produzione del disco permette l'alternarsi delle atmosfere sonore: le melodie acustiche e ricercate nella prima parte del brano preparano l'intervento nervoso della chitarra elettrica nella coda finale.
5. LE PAROLE È il brano più rock di tutto il disco. La voce è adattata e allontanata, la chitarra elettrica incalza continuamente. Un pezzo che colpisce per l'immediatezza con cui si entra in confidenza con il testo e con la melodia.
6. ANIMA I Strano che a parlare di "anima" sia Hannibal e che lo faccia con tutta la delicatezza di Eros; del resto, sono entrambi demoni di un desiderio che continuamente allontana e si allontana, sono gli amanti "impossibili" di Psiche. Un brano che si concentra nel testo, con un tocco teso e allo stesso tempo commovente di una chitarra sola che fa da contrappunto ai versi.
7. IL PROSSIMO SOGNO Oltre al nucleo di musicisti che permane in tutto il disco, qui c'è un'ospite straordinaria e carismatica: Anna Zoroberto, soprano titolare della Scala di Milano, una delle più belle voci liriche oggi in circolazione. Il brano si sviluppa giocando delicatamente con l'elettronica, che sottolinea il contrasto tra le due voci: quella narrante, inquietante e fantasmatica di Rodolfo e quella lirica, limpida e sublime della Zoroberto.
8. MIRAGGI Uno dei brani con la componente ritmica più in evidenza, fin dal principio. Il pezzo si apre con un giro di basso molto incisivo di Ezio Salfa, bassista nei Triad Vibration. Il suono e le influenze dei Triad caratterizzano non solo "Miraggi " ma si fanno sentire – come una specie di "rumore cosmico" - lungo tutto il disco.
9. UNDICI (Secret Talking) Un testo indecifrabile, costruito unicamente con una successione di numeri primi. Un reading intonatissimo, quasi una invocazione o una preghiera. Una successione oscura e potente, come le formule "magiche" che solo Rodolfo conosce e che per tutto il disco Walter Mandelli continua a soffiare nel didjeridoo.
10. NON SI DIMENTICA Il testo è tratto da una lirica di Ottiero Ottieri e musicato in modo molto delicato, attento a non intaccare la vita e la dolcezza delle parole. La voce di Rodolfo qui si vela, a recitare l'Assenza e la nostalgia. Fondamentale in questo brano è ancora il ricamo vocale di Anna Zoroberto.
11. ANIMA II È l'invocazione conclusiva che Hannibal/Eros rivolge all'amata Psiche. È la ripresa, in un'elegantissima forma elettronica, del brano centrale dell'album. Con un taglio secco nel testo che, soltanto attraverso la sottrazione della strofa finale, rivela a sorpresa un nuovo risvolto, come in un thriller dell'anima: così l'impossibile diventa possibile e Psiche – che nel brano acustico ("Anima I") sembrava definitivamente persa e allontanata per sempre – è qui improvvisamente "assunta" e chiamata dalla sua condizione erratica e bisognosa alla realizzazione compiuta del suo desiderio.
Rodolfo Montuoro HANNIBAL (Mythologies I)
Rodolfo Montuoro: music & lyrics, voice Giuseppe Scarpato: guitars, banjio, mandolino, drumloops, programming, piano, synths, e-bow Gennaro Scarpato: drums, percussions, drumloops Ezio Salfa: bass Francesco Gabbanini: bass Walter "Tanni" Mandelli: didjeridoo Anna Zoroberto: soprano Fabio Puglia: programming gtr, product manager
mailto:info@cartadamusica.itPress Office and Promotion: Carta da Musica. Jonathan Giustini, Edward Bartolucci, Riccardo Rozzera Roma 00181, Via della Marrana 94 - Tel/fax 06.90286025-6 - email: info@cartadamusica.it - www.cartadamusica.it
Sound Engineer and Mix: Matteo Gaggioli-Logic Sudio Pistoia Mastering Engineer: Roberto Zanisi-Gabriele D'Amora Studio Merate Graphic Design: Francesco Marangon
Label: AiMusic segreteria@ai-music.it
Distribution Italy and UK Egea Distribution MTsrl - Corso Mazzini, 12 - 12037 Saluzzo (CN) - Italy marketing@egeamusic.com
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Sunday, January 27, 2008
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Canzoni, segreti e fantasmi Conversazione con Rodolfo Montuoro
di Rino Garro
Chi è Rodolfo Montuoro? Una domanda del genere, di solito, rimbalza. C'è una canzone nel mio album che si intitola "Ulisse" in cui il protagonista chiede: "Dimmi chi sono/nella mia vita e nella tua". Secondo me, quando si tratta della propria identità bisognerebbe starsene zitti, prendere un po' di vacanza dalla prosopopea di se stessi e chiedere "chi sono io?" ai nostri interlocutori che senz'altro ne sanno più di noi. Sono quello che faccio, quello che dico, quello che vedi. Io non so descrivermi.
Cosa vuol dire essere un cantante, scrivere canzoni? E cosa significa esserlo per chi ascolta? Cantare la parola, per me, è un processo di distillazione. Dimagrisci, ti sciogli, ti prosciughi e diventi un grumo di voce capace di esprimere solo le cose essenziali, quelle che contano per te, non una parola di più. A volte solo un sospiro. Quando picchia il sole sulla palude dell'esistenza e tu non puoi più nasconderti, tutto evapora, resta alla fine solo qualche granello di sale… Ma in questo ultimo reperto c'è tutto quello che vale la pena di esprimere. Questo per me significa l'ascolto e la "prassi" della musica: distillare quell'ultimo, prezioso (almeno per me) granello di sale.
Sono legato alla figure dei grandi vecchi - Dylan, Neil Young, Van Morrison e altri - e ho l'immagine forse irreale della musica che nasce e prende pienezza nella solitudine di una camera magari scialba e disordinata... Certo, mi rendo conto che questa è un'immagine emblematica. Io però – pur riconoscendo la suggestione dell'emblema – non amo la chincaglieria sixtie, questa patinata sciatteria dell'esistere, con gonnelline a fiori, stivaletti di cuoio, anime marce, capelli unti e barbette a chiazze attorno ai brufoli. Non amo le stanzette sature e il languore dei rigattieri. Voglio immaginare delle location che si associano di più agli scenari evocati dai Roxy Music, dai Red Hot Chili Peppers, dai Deaf School o da Madonna. Che so: i bordi di una piscina o una spiaggia di surfisti, i vapori di un hamman a Parigi, un salone vuoto e lucido di marmi e di stucchi o, al contrario, un camerino colmo di trucchi, profumi e sciarpe di struzzo… Questi per me sono i luoghi più adatti e desiderabili per comporre canzoni.
La musica, le canzoni devono essere popolari? La canzone è "pop" per definizione. Io non dispongo di tanti strumenti storiografici credibili per stabilire o ristabilire la vecchia antitesi tra musica popolare e musica colta. Chi può azzardarsi ormai a fare questa distinzione? Forse in qualche remoto conservatorio di provincia o in qualche circolo combattenti. La musica, così come la letteratura, o la fruizione del bello in generale, è qualcosa che ha a che fare con l'esperienza vissuta, col desiderio, con il godimento. E se c'è qualcosa di entusiasmante nella nostra contemporaneità è che adesso le espressioni dell'arte (e soprattutto della musica) sono universalmente accessibili – grazie anche all'universale "riproducibilità tecnica" – e coinvolgono contemporaneamente tutte le generazioni che condividono il presente. Alla luce di questo, ogni distinzione tra "colto" e "popolare" diventa surreale e anacronistica.
Tu sei anche poeta, ma non è rischioso esserlo quando si scrivono canzoni? No, non c'è nessun rischio. Anzi… Io sono fermamente convinto che il poeta dev'essere musico. O, almeno, questa è la mia idea della poesia. Tra l'altro, non si tratta neppure di un'idea tanto originale, essendo confortata da una tradizione che parte da Omero, attraversa il dolce stil novo e arriva fino a Dylan e anche molto oltre. Per un lungo periodo di tempo le forme canoniche della poesia sono state la "canzone", la "ballata", il "madrigale". Il "Responsorio" cristiano, il "Recitar cantando" della camerata fiorentina o lo Sprechgesang dodecafonico sono forme musicali e poetiche allo stesso tempo. Che dire poi della metrica? La metrica è un "effetto" squisitamente musicale. Per fortuna, adesso, grazie anche alla caduta di una certa boria accademica, cominciano a diventare più visibili le parentele profonde e strettissime tra le arti e vengono anche alla luce artisti mutanti che si esprimono attraverso varie discipline, grammatiche e linguaggi senza doversi ogni volta giustificare se passano da un campo all'altro, dalla musica alla scrittura – per esempio – o viceversa.
Ha senso leggere le liriche di una canzone come fossero poesie, completamene disarcionate dalla melodia? Direi di no. È come fare un'autopsia. È un esercizio da necrofili o da eruditi. E gli eruditi, così come i necrofili, perdono fatalmente il senso delle cose viventi. A volte capita che, fuori dall'orbita musicale, i testi di una canzone si svuotano del loro significato, diventano come un'ottusa filastrocca. Quando sono cantati e suonati, invece, riacquistano tutto il loro senso, a volte anche profetico e vertiginoso. Almeno, per le mie canzoni è così. Sono come ondeggianti meduse: senza l'acqua che le agita e le forma, diventano delle larve insignificanti. Ma questo vale per me: non ne farei una regola generale.
Ascoltando il tuo sorprendente A_vision, ho subito pensato a un concept-album... Non so neanch'io tanto bene. L'album è nato come un repertorio casuale di canzoni, che si ascolta così come si potrebbe sfogliare un album di fotografie. Ogni brano disegna un panorama, un concetto e un soggetto diverso, con un discorso compiuto che nasce e finisce. Punto e basta. Del resto, nelle mie intenzioni, la canzone dev'essere proprio così: non una sinfonia bonsai e neppure una presuntuosa lagna narrativa. È l'epica dell'istantaneo, forse l'unica che possiamo permetterci. Ma alla fine mi sono reso conto - ed è stata una sorpresa anche per me - che c'è come un perpetuo segnale di sottofondo in tutto il disco. Che in esso è continuamente crepitante una specie di cortocircuito tra il visibile e l'invisibile, tra ciò che vedo intorno a me (i visi, le cose, i corpi e le città) e ciò che non si vede più o non si vede ancora e che si percepisce nella forma disperata del miraggio (il delirio, il ricordo, il sogno). E allora mi sono reso conto del perché mi ero sempre ostinato a intitolare questo disco "A_vision", una parola, un suono disarticolato, che richiama anche graficamente il visibile e il suo contrario, l'apparizione e il dissolvimento, l'alfa della privazione e l'underscore sgrammaticante della congiunzione. Ma a tutto questo ci sono arrivato dopo, credimi. Ed è anche giusto che sia così. Io, infatti, ho un'idea dell'atto artistico come ciò che rivela un segreto e scopre lo stesso suo autore nel momento in cui viene alla luce. Se questo non succede, è ben difficile comunicare qualcosa di significativo a qualcun altro. Quando accenni a un segreto, invece, la comunicazione si fa molto più "erotica" e intensa. Direi infine, per dare uno straccio di sintesi alla mia risposta, che in "A_vision" non c'è un concetto, c'è semmai la fuga continua dal visibile e l'invocazione ininterrotta dell'invisibile. E viceversa.
Nick Drake aleggia, secondo me, in qualche parte di A_vision, ma le tue lune vogliono marcare una distanza da quella rosa e cattiva di "Pink Moon". È così? Sì, se non altro per scaramanzia. Ma hai ragione tu. Per me, almeno, è impossibile citare la luna in una canzone senza evocare quella di Nick Drake. È una specie di sortilegio. La luna rosa – nella tradizione cinese – è segno di sventura. E Nick Drake lo sapeva e l'annunciava: "la luna rosa vi prenderà tutti". Siamo più o meno nell'autunno del '71. Credo che Drake si riferisse a una catastrofe ancora più grande di qualsiasi ecatombe nucleare: l'estinzione dei sentimenti, l'incapacità di comunicare, l'incapacità di amare che, in quel momento, avvertiva soprattutto in se stesso. La luna rosa gli mostrava anche dolorosamente la sua eclissi e il suo non esserci più: "Sappi che ti amo/ sappi che non mi importa/ sappi che ti vedo/ sappi che non sono lì". A noi non resta quindi che lanciare un'invocazione alla luna, per deviarla dalle rotte funeste del presagio e ottenere la sua benevolenza. Quando canto della luna mi immagino infatti come una specie di coyote che ulula al cielo e implora la vita o la fortuna.
Qual è il tuo rapporto con la natura, continuamente evocata nelle tue canzoni? Solo simbolico? La natura per me è un problema. Credo che sia inaccettabile la sua fissità. È insopportabile. Non posso essere idilliaco o contemplativo e neppure simbolista, ahimè. Quindi, nelle mie canzoni, vorrei estirpare montagne, confondere le orbite delle costellazioni, inghiottire oceani e allagare i deserti. Ma non per sfregio, giusto per farla più partecipe e corresponsabile delle nostre intemperie interiori.
Quali sono i cantanti che più hanno influito sulla tua personalità artistica. Quali quelli italiani che riescono a saldare meglio il rapporto tra parole e musica?
Mi hanno sempre influenzato e ipnotizzato molto le voci. Credo che abbia a che fare con le rimembranze prenatali del grembo materno. La voce di Salvatore Adamo, di Kazu Makino, di Orbison, di Bowie, di Ferry, di Gabriel, di Bjork, di Sylvian, di Yorke. La lingua italiana è molto refrattaria alle saldature. Anche nei nostri autori più brillanti (e ce ne sono tantissimi) si avverte sempre un certo stridore, un certo imbarazzo. Certo la coppia Mogol/Battisti ha realizzato una specie di "fusione fredda" tutta votata, però, al genio melodico di Battisti. C'è poi un disco fatto qualche anno da Andrea Chimenti (Porto sepolto) che ha transposto in maniera esemplare le liriche di Ungaretti, proprio come se fosse la sua incarnazione musicale. Ma gli unici esempi perfetti che mi vengono in mente sono il primo Modugno e Sergio Endrigo.
Si dice in giro di un tuo nuovo disco, completamente diverso da quello precedente? Sì, uscirà a gennaio. Infatti al "parto" di questo nuovo lavoro ho sacrificato i live per la promozione di "A_vision" che è invece avvenuta in un ampio circuito radiofonico nelle varie regioni italiane. Ma sentivo la necessità di rimettermi già al lavoro. Questa volta sento l'esigenza di convocare i fantasmi e di intrattenere un colloquio nervoso, profetico e struggente con loro, ad altissimi tassi di inquietudine. Si intitola "Hannibal" e inaugura il primo volume del ciclo "Mythologies". Ma non posso dirti altro.
In "A place to be", Nick Drake canta un bellissimo verso: Quand'ero giovane non ho mai visto la verità che pendeva dalla porta Ora che sono vecchio ce l'ho proprio davanti agli occhi appiccicata sul viso È un dovere cercare la verità? È impressionante e commovente pensare che questi versi siano cantati da un ragazzo che ha più o meno venticinque anni ed è già vicinissimo alla morte. È vero: quando la verità ti si appiccica sul viso e ti si stabilisce negli occhi, significa che sei già vecchio e che stai per morire anche se hai vent'anni. Certo che è un dovere cercare la verità: ma è severamente vietato trovarla.
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