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Racconti del VagabondoEbbro

VagabondoEbbro



Last Updated: 11/18/2009

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Wednesday, August 27, 2008 


eccovi 'la prima puntata' del racconto Delirio di un Assassino

I. Una Gattabuia Newyorkese.

....................

A quanto pare hanno fissato la data. Una zanzara ronza attorno alla mia testa,più e più volte ha tentato di infilarsi nel mio orecchio destro, ma invano.Adesso s’è appiccicata al muro, accanto allo scarabocchio senza senso chequalche matto come me ha disegnato per disperazione tempo addietro. Cerco ungiornale per spiaccicarla, niente, nemmeno uno straccio di fumetto porno,soltanto della carta igienica sudicia. C’è un caldo d’inferno, qualcuno sbraitae mi sento stretto, stretto come una sardina inzuppata d’olio. A quanto parehanno fissato la data, credo proprio di si. Domani inizierà il processo. Sperobene. Il mio avvocato non è che sembri granché. Me l’hanno assegnato d’ufficio.Che farci? Un tipetto goffo, impacciato, spaesato, eppure nella mente e nelleparole di quel tipetto io rimetto il mio debito con la società e il mio destino.....

S’è presentato gentilmente, non c’è che dire, entra con passoinsicuro nella saletta visite facendo un cenno d’in-tesa alla guardia, posa lasua ventiquattrore sul tavolino e tira fuori una serie di scartoffie, unblocco, e dalla giacca color giallo ocra una penna. Si siede, mi fissa per unpo’ e poi inizia la sua arringa. Mi chiede e richiede come sono andati i fatti,scruta ogni mio gesto, mi fissa con quello sguardo inebetito, già non è passatanemmeno un’ora e non lo sopporto più. Eppure continua, incessante, insistentecontinua, lui e le sue domande, lui e i suoi problemi irrisolti, le questioni,gli orari e quel qualcosa che non lo convince. E fissa, e scruta. Lo odio. Incomincioa sudare, chiamo a gran voce la guardia, niente, non mi sente, urlo, scalpito,riverso il tavolino con tutte le scartoffie per terra, saltello attorno alpiccolo goffo avvocatuccio appena laureato, saltello e rimbalzo per le pareti dellasala, accorre finalmente la guardia. Il tipetto al quale affido il mio destinoè paonazzo, impressionato. Credo si sia cagato addosso. Si accertano delle suecondizioni, se sia uscito o meno incolume dalla mia ira funesta, si accertanoche il signorino stia bene, che abbia i panni lindi e le scarpe lucide. Miafferrano a forza, per le braccia, e stringono la presa, mi afferrano in tre,quei bastardi. Mi scaraventano per terra, due volte, si, per due volte sbattoil mio sporco muso in quel lercio pavimento, poi mi tirano su e mi rischiaffanoin cella. Qualcuno dall’altre gabbie urla il mio nome, chi glielo avrà dettomai poi il mio nome, non lo ricordo nemmeno io. Qualcuno impreca, bestemmia,dice che sono il figlio del diavolo, un maledetto. Beh li guardo di sbieco,fisso dalle grate della mia prigione, sono strette e rigide, non passa la luce,non passano le mie braccia, sento freddo, cerco lo sguardo di qualcuno, loincontro, sorrido e quello bestemmia ancor più forte, bestemmia che sono ilfiglio di belzebù, ma sorrido, soltanto io so la verità, anzi sono in buona compagniaperché io, io e dio conosciamo la verità. Urla, urla pure animale, urla pureche sono il figlio del diavolo, urla quello che cazzo ti pare, urla e strepita,dì quel che vuoi tanto io non sono altro che un semplice assassino e nientepiù.....

Accorrono furenti le guardie, mi urlano qualcosa anche loro, di starezitto, di non sorridere, di mettermi a cuccia, si proprio a cuccia come mamma dicevaal mio simpatico cagnone quando scorazzava per il giardinetto di casa sradicandotutte le nostre deliziose piantine, a cuccia mi dice, uno pure mi sputacchia infronte, da fuori, dal corridoio, con quel triste manganello spianato contro lemie mani nude, nude e sporche di sangue, ancora. Le vedo ancora rosse del suosangue, le sento calde delle mie ferite. Il suo sangue mi perseguita, la suavoce m’insegue ed io non posso fuggire, sono in gabbia, sperso in un due metriquadri, perso e impaurito, e a luce spenta.....

.. ..

L’assistente sociale non è niente male, l’ho vista e già mi immaginoche puledra sia, si chiama Joanna ma al contrario del suo sguardo da pantera hauna voce dolce, quasi docile. Mi sembra gentile, lei si, no come quel-l’inettoche mi deve difendere, nient’affatto. Entra, lei sicura, si questo è certo, mistringe delicatamente la mano e si siede accavallando le gambe, ed io sto a sbirciarela in mezzo, lei s’accorge e mi sorride con gli occhi, non siamo solipurtroppo, dopo il mio spettacolo mi hanno appioppato una guardia, un bestionegrande e grosso e senza cervello, come tutti gli scagnozzi dello stato cheindossano un’uniforme e si parano il culo con i distintivi. Lei mi parla, miracconta del suo lavoro e del piacere che prova a trattare con gente come me,ma io ribatto che non mi conosce ancora, come fa a dire gente come me? Lei sorrideancora una volta, stavolta con le labbra e scorgo un movimento imbarazzato,innervosito direi, la preda non è più al sicuro. Comunque continua a parlare,poi d’im-provviso mi spiattella alla buona una domanda pericolosa, la scanso,la riprende, la riscanso, la riprende ed io faccio finta di rispondere, leiascolta. Ed io parlo e racconto di me, di mamma e Jack, del mio lavoro giù allafabbrica, del mio sudore, di Susie, la biondona del bar dell’angolo e delghetto nel quale sono nato. Lei ascolta ed io parlo, parlo e non sono stanco néannoiato. Mi piace. Racconto un sacco di palle ma ci metto anche qualcosa divero, di più di qualcosa, direi che pian piano sto raccontando davvero la miavita, sto parlando. E mi vedo riflesso nei suoi occhi, vedo il mio sguardonelle sue pupille, come vorrei sbattermela li su quello stupido tavolino, lovorrei proprio. Lei mi guarda e sorride, di certo ha capito qualcosa, èintelligente, lo vedo.....

Mi chiede di quella notte al bowling, di come siano andati i fatti,niente, non mi va di parlare, stavolta rimango in silenzio, giro lo sguardoverso la guardia cercando aiuto, niente. Il suo aspetto esprime il nullaassoluto, mi alzo, stavolta lentamente, faccio tutto con cura, stavolta. Mialzo e mi avvicino a Joanna, le stringo la mano anch’io con gentilezza, sofarle di queste cose anch’io e poi chiedo alla guardia di risbattermi dentro.Lei mi saluta, è delusa, prende la sua borsa a tracolla ed esce dall’altraparte sui suoi tacchi neri, con eleganza, la porta si richiude e di nuovo tornala notte.....

.. ..

La notte che non passa mai, ti da modo di pensare ad un sacco dicose, me ne accorgo soltanto adesso. Prima tornavo stanco dal lavoro, non avevoneanche la forza di lavarmi che svenivo, si svenivo letteralmente sulla miabranda dalla stanchezza, e dormivo, spossato, su Rose. Qualcuno dice che tuttifacciamo sogni, sarà, ma io non mi ricordo niente, eppure adesso fissando ilvuoto di queste sbarre sogno anch’io ad occhi aperti, e sogno di Joanna e dellesue cosce, e di quelle natiche sode nascoste dalla gonna grigia a righesottili, l’ho impressa in mente, ancora.....

Sogno di lei e della mia infanzia, delle fughe al quartiere, dellecianfrusaglie fottute di volo a mamma Jena, delle carcasse mandate a fuoconella notte, dei falò per la strada con i giornali usciti da poco, ricordotutto questo e sogno e immagino, e costruisco un’altra vita, un’altra esperienza,un altro Joe. Joe libero, libero e bianco, si bianco, pulito e limpido, Joe chesvolazza per Manhattan e gioca in borsa e urla parole incomprensibili e tuttil’as-coltano. Joe che parla, placido e quieto e tutti l’ascoltano, Joe che daconsigli agli amici, Joe che ce li ha davvero gli amici e non quei quattrorottinculo che perdono più tempo a entrare e uscire dalla gattabuia piuttostoche vivere. Ecco Joe che possa vivere la sua vita, in libertà, Joe che possa scegliere.....

Sto sognando, sognando davvero…....






'Waltzing Matilda'


27 luglio 1944. Lecce, Italia.
Fratello mio,

Non pensavo ci si potesse arrampicare tanto in alto. Da questa prospettiva potrei seguire il volo delle aquile se ci fossero aquile nei dintorni. Ma nulla di tutto questo, soltanto terriccio e sterpaglia. Il classico posto abbandonato da dio. E fin qui nulla di strano, lungo la strada ne ho incontrate di cose che il buon dio ha dimenticato. Sono giorni di tempeste, in cui tutte le cianfrusaglie, come schegge impazzite, ritornano a galla dalla merda nella quale erano state seppellite. Zombi. Morti che ondeggiano cullati da venti di guerra. Così oltre ad essere stata cancellata dalla mappa dei disegni divini, questa terra, avvinghiata come un'amante gelosa alla sua roccia, è stata pure messa nel dimenticatoio dagli uomini. Comunque sia, adesso, io sono qui. Sudato come non mai, con l'elmetto che non ne vuole sapere di stare a posto e questa ferraglia che pesa come un carico di cemento appena impastato. Comunque sia, ancora, sono qui, in compagnia del mio rigido tenente, uomo dai solidi principi morali che raramente si domanda perché, e va, seguendo la strada che altri tracciano per lui. Signorsì. Frank dalle spalle larghe e la risata grassa, Frank che talvolta senti bestemmiare col suo strano accento del sud, perché la ricetrasmittente non da segni di vita. Siamo qui, io e Frank braccati dal sole e da quattro mitraglie nemiche che siamo certi salteranno fuori da questa sterpaglia. Prima o poi.
Attendiamo.
Ne abbiamo perse di cose e dimenticate altre in questo nostro cammino e amici scivolati proprio accanto a noi, fuscelli squarciati da fulmini improvvisi, schizzi di sangue sulle nostre divise impregnate dal sudore della paura di non superare il prossimo ponte. Di quanti ponti si compone una vita, una vita qualsiasi?
Joe, Sam, Freddie, tutti schizzati via, scelte spezzate e ubriacature evaporate dal fondo delle nostre bottiglie sempre più asciutte, sempre più maleodoranti, svanite prima che potessimo scolarci l'ultimo goccio del nostro whisky. Avercelo adesso su queste rocce incandescenti, averci un lurido whisky, magari uno di quelli che teneva Mary nel vecchio emporio vicino casa, lo teneva nascosto, dietro le scatolette di tonno avariato, in fondo, accanto al bancone dei giornaletti e chi rincorreva i giornaletti e chi rincorreva il whisky, comunque da ragazzi rincorrevamo qualcosa. Adesso, qui, io e Frank rincorriamo la scia degli aerei e fuggiamo il rombo assordante che schiaccia i nostri pensieri, e sotto questi pensieri, come fossero pesanti coperte nelle mattine gelate, sotto queste coperte nascondiamo le nostre anime rassegnate, e la mente ci porta aldilà di quest'inferno. E la mente mi porta a lei, neppure qualche settimana fa eppure già ieri, troppo sangue è sceso lungo il fiume che ci ha condotto qui.
Occhi che avrebbero infiammato il paradiso e scosso la tranquillità degli angeli, e i suoi capelli, che dire, avrei voluto nascondermi, come sul suo petto nascondevo le mie paure e i presagi di un viaggio insostenibile. E la sua pelle candida e lieve come la brezza che sollevava le parole dalle nostre labbra. Per qualche istante della mia vita sono stato un corpo unico con un altro essere umano e ho pianto e asciugato le sue lacrime sulle mie labbra, lei ha sfiancato il mio corpo più di mille battaglioni in fila, e ha ripulito la mia anima, almeno per qualche giorno, che poi si sa tutto è destinato ha cambiare. Il ricordo di quello che è stato può salvarci. Il ricordo di lei mi tiene in piedi mentre il sole, forse, ci darà un po' di tregua, almeno per stanotte, leggero e silenzioso scende oltre la roccia e allunga le ombre della nostra paura sul terreno arido.
Matilda ritorna a me, mentre Frank sbraita qualcosa che il vento si porta lontano dalle mie orecchie, Matilda ritorna a me col suo sorriso e la voce da bambina e le punte dei piedi che agili si muovono sul pavimento viscido di quella balera dove ci siamo visti per la prima volta e amati da sempre. E mi invita col suo sguardo a ballare. Ma nessuno parla inglese qui, ed io ho la mente confusa, la bellezza confonde le azioni e sceglie per te. Così sento Billie che urla 'balla coglione, balla che vuole ballare che aspetti? Guarda che sgherla!' e poi si rivolge a lei 'Waltzing miss? ' e lei 'Matilda'.
Waltzing Matilda, waltzing Matilda con me stasera, che ho voglia di dimenticare e ho più sangue che whisky nella mia borraccia e il vino è già aceto, balla con me Matilda. Prima che faccia giorno, prima che il ritmo della mitraglia scriva un'altra canzone sulla nostra pelle. Balla con me stanotte.
E la notte è scesa, amico mio, sapessi come sembra gelida lontano da casa, ma per fortuna Matilda riscalda i mie pensieri e nasconde le mie angosce.
Buonanotte fratello.
Buonanotte al vento che porta i miei pensieri a nanna, lontano da qui, ma non troppo lontano ch'io non possa riprenderli, buonanotte ai rami che sostengono i nostri fucili e alle rocce e al mare che bofonchia sotto le nostre scarpe e buonanotte a te Matilda.


Tuo
Tom Traubert

[17 Aprile 2006]